Gianni Ruscio – Interioranna

Viaggio al termine della donna

Interioranna si apre con una duplice dedica, a lei che esiste nel mondo e a lui che esiste in lei. Continua con parole della futura mamma, parole dell’impaziente papà e versi di Amelia Rosselli, poetessa che non conobbe la maternità.

Sono già qui gli ingredienti base della raccolta. Una donna che è tutte le donne e tutte le madri, pur non assomigliando a nessuna di loro. Il suo corpo, dal ventre ai capelli, dal tessuto osseo ai piedi, è un concerto di organi, un golfo mistico che, nella gravidanza uterina, consente agli strumenti di accordarsi in vista dell’orchestrazione finale. La celebrazione della sillaba-suono e lo sposalizio tra parola e musica sono memori della fusione tentata dalla Rosselli, studiosa anche di etnomusicologia e composizione, tra l’uso della lingua e l’universalismo della musica.

Si diceva di Anna, tutte le donne e nessuna. Anna che è l’amata, erede di una lunga tradizione poetica ed emblema della sua evoluzione. Dalla diafana Beatrice all’allegorica Laura, passando per la terrena e sensuale Fiammetta, senza mai diventare Silvia, simbolo della morte della giovinezza e delle speranze.

La musa del poeta torna ad avere un nome ben scandito, disegnato con l’inchiostro e inneggiato al pari della sua bellezza fisica, delle sue virtù e dei suoi talenti. Anna è Madonna, mea domina, mia signora, madame. Un titolo d’onore un tempo attribuito alla donna rispettabile, oggi riservato alla madre di cristo.

E Ruscio è uno stilnovista postmoderno che arricchisce di carne, sangue, pelle e nervi la donna eterea e angelica dell’Alighieri, di Guinizzelli e di Cavalcanti. Anna, incarnazione della femminilità d’animo e d’aspetto, è intermediaria tra il poeta e l’essenza dell’amore, tra l’orgasmo e l’estasi, tra la creatività e la creazione. E ci vuole nobiltà d’animo per amare in maniera così totale, occorre un cuore gentile per sfiorare sia il corpo che lo spirito di una donna con la stessa delicatezza, con la medesima devozione.

La prima sezione, Verso noi come corpo, è un avvincente episodio poetico di Esplorando il corpo umano. Ruscio, nelle vesti liriche del cicerone Globus, accompagna il lettore in un viaggio alla scoperta del corpo universale della donna, della sua donna, della madre in fieri, dell’ideale di maternità. Senza sublimazioni, né vivisezionismo chirurgico. Ne fa una lenta digestione. Quasi una ruminazione di ogni centimetro della massa corporea amata, dal suo fuori al suo dentro, dalla masticazione all’espulsione.

L’organismo è mappato, le parti del corpo sono personaggi di pari rango, tutti ugualmente protagonisti dell’incredibile spettacolo della vita. Ogni particella interviene nel prodigio della genesi di una nuova esistenza. Occhi, naso, bocca, lingua, gola, spalle, scapole, spina dorsale, polmoni, seno, cuore, reni, osso sacro, fianchi, talloni. E poi ormoni, cellule, linfonodi ed endorfine. Ma soprattutto le interiora, quelle viscere in cui s’insinua il nome di Anna e che, assumendo la forma concava di due palmi di mano socchiusi, si fanno ventre, utero e grembo accoglienti.

Anatomia d’amore, quindi, ma non solo. Ruscio attinge formule e lessico dalla tradizione biblica ed evangelica per redigere le sue personalissime sacre scritture del corpo. Sceglie il modo imperativo, il tono esortativo. L’estasi maggiore, il rimetti a noi la nostra supplica/fino all’abbraccio dell’ora totale, lo spirito, il folclore liturgico, il paradiso, la mistica offerta, i cieli superiori, il verbo, la passione, il miracolo, il mistero, l’assoluto, la croce, il regno, il tempio, il sacrificio, il serpente, la fede, la luce, l’essere alato

Il poeta assolutizza Anna in archetipo della donna-compagna-amante-madre-artista. Il simbolo dell’amore che si nutre di se stesso per emanare, concepire e partorire altro amore. Il miracolo del sentimento ricambiato genera altri miracoli, fa germogliare il seme danzante.

Ci troviamo al cospetto di una laica trinità dei nostri giorni con al centro il figlio dell’Uomo e della Donna. Un bambino-messia che si appresta a venire al mondo per portare la buona novella: la coppia, attraverso il suo frutto, non si frantuma, ma diventa una e trina. Il frutto si chiama Jago, alfiere di Otello per gli amanti di Shakespeare, seguace di Dio e da lui protetto per gli amanti delle etimologie bibliche. Gianni, ipocoristico di Giovanni, è il battista, precursore di cristo, ma è anche colui che il signore ha favorito, con riferimento alla nascita di un figlio molto atteso. E infine Anna, madre del profeta Samuele ma soprattutto Anna profetessa di Gerusalemme che riconobbe in Gesù bambino il Messia, Anna madre della Madonna, Anna che in lingua berbera significa mamma…

Il corpo di Anna è fisico e mistico, ma anche mitico. Racchiude in sé la sacralità dell’unione intima, e primordiale, tra l’essere umano e la natura, entrambi parte dell’inesaustibile ciclo di nascita, morte e rinnovamento.

Il tabù freudiano del cannibalismo è capovolto nell’atto ancestrale del feto e del bambino che si nutrono del corpo della madre, del suo sangue e del suo latte. L’oggetto divorato è fonte di vita, ma anche di piacere e di desiderio. Non si dovrebbe forse, e più propriamente, dire, «ti amo da vivere, da mangiare»? il desiderio è l’astuzia che fa scattare la procreazione e attiva un processo di rigenerazione delle energie, consentendo la continuità della specie e dei legami parentali. «Amare da morire», mai espressione idiomatica fu più inopportuna…

In Crisalide di un uomo, la seconda sezione, entriamo nel vivo delle metamorfosi. Noi genitori riviviamo lo stato pupale del giovane uomo che sta per trasformarsi in padre. Partecipiamo, come davanti a un referto ecografico, all’emozione della trasmutazione del piccolo fagiolo in piccolo di uomo. Tutti e due, con lo stesso filo di seta affettiva, hanno tessuto un bozzolo di nutrimento e calore sotto l’ala protettiva della donna farfalla. Placenta e nido domestico.

L’amore dentro l’amore, la carne dentro la carne: la maternità è un non-luogo, un altrove in cui la sostanza muta mantenendosi intatta. La rinascita è passaggio dalla vita alla vita. Una primavera lunga nove mesi. Nel grembo germoglia l’attesa dei bruchi. Nel liquido amniotico si tira la somma interiore di tutti gli elementi esterni. La sorgente del sole è nella terra uterina, nel buio che accelera la germinazione.

La metamorfosi non avviene nel silenzio, segue note tutte sue. Il rumorio conciliante degli organi in trasformazione è la prima ninna nanna che il seme ascolta. Una dolcissima detonazione. Niente di bukovskiano in questa musica per organi caldi…

Del resto, Prima del nulla, la musica. E allora gli intestini si fanno corde di archi e canne di aerofoni per la prima sinfonia orchestrata da Agape, l’amore incondizionato.

Non stupisce questo sotteso clin d’œil, da parte di Ruscio, allo scrittore americano William Gaddis e al suo romanzo cyberpunk, Agape Agape (2002). Cercando analogie con il monologo di Gaddis, in puro stile bernhardtiano, l’intera raccolta del poeta potrebbe infatti leggersi come uno stream of consciousness rivolto alle orecchie in formazione del feto.

Un parlare a cuore aperto attraverso la tendina/confessionale della pelle tirata dell’addome materno, un parlare a cui non serve risposta.

È forse la velata raccomandazione, di un padre al figlio d’arte, ad amare la musica eseguita dall’uomo, il piano-forte anziché la pianola, e a non cedere alle lusinghe della meccanizzazione e della cultura tecnologica?

Forse, ma soprattutto trapela l’alta e lodevole ambizione del poeta: arrivare a sintetizzare parola, musica e poesia. Lógos, Musikè, Póiesis. Insieme. Il discorso, interiore ed esteriore, al servizio dell’arte delle muse per inventare nuove forme liriche. E torniamo così alle ricerche e alle sperimentazioni della Rosselli. Ai suoi bimbi, mai nati, che giocano con l’arpa tenendo in mano un ramo.

Nell’ultima sezione, Logos siamo a te, anime nude è come se questa perfetta sintesi di suoni verbali e musicalità innate confluisse nel magico momento della nascita, quando i lembi elettronici assumono forme morbide e palpitanti. Ma solo dopo il travaglio, al termine di una lunga e necessaria preparazione, tutti gli organi, clarinetti e ottoni, fagotti e flauti, trombe e fisarmoniche, dopo aver suonato preludi e suite, cedono la bacchetta perché ormai sarà lui a dirigere l’opera.

In quel passaggio dalle doglie alle soglie della felicità prende fiato il primo vagito, la prima nota, il primo do di petto. I fischi e i trilli, i cigolii e pigolii ora sono umani. Dopo l’annunciazione, avvenuta in uno studio freddo, la Rivelazione rompe il silenzio attraverso la voce, strumento senza lingua. Adagio adagio. Ha inizio la danza del seme fattosi fiore.

«Ninna Anna. Ninna nanna.

Nanna donna. Nanna mamma.

Ninna A!»

Gabriella Montanari

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