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Francis Ponge – Poesie da “Il partito preso delle cose”

Poveri pescatori
A corto di bardotti due catene tirando senza tregua l’impasse a sé sul porto del re, i marmocchi in giro gridavano intorno alle ceste:
“Poveri pescatori!”
Ecco l’estratto dichiarato alle lanterne:
“Metà di pesci spenti con soprassalti nella sabbia, e tre quarti di ritorno dei granchi verso il mare”.

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Le more
Sui cespugli tipografici costituiti dal poema, su una strada che non porta né fuori delle cose né verso la mente, certi frutti sono formati da un’agglomerazione di sfere che una goccia d’inchiostro riempie.


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Neri, rosa e kaki insieme sul grappolo, offrono lo spettacolo di una famiglia burbera in età diverse piuttosto che una viva tentazione a coglierle.
Vista la disproporzione tra i semi e la polpa, gli uccelli li gustano poco, tanta poca cosa resta in fondo quando dal becco all’ano ne sono attraversati.


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Il poeta invece nel corso della sua passeggiata professionale ne fa giustamente il proprio modello: “Così dunque, si dice, riescono in gran numero gli sforzi pazienti di un fiore molto fragile benché da un arcigno intricarsi di rovi difeso. Senza molte altre qualità ¬–more, perfettamente more sono, e mature come anche questa poesia è fatta.

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Il fuoco
Il fuoco classifica: all’inizio tutte le fiamme vanno in qualche senso…
(Solo all’andatura degli animali si può paragonare quella del fuoco: deve lasciare un posto per occuparne un altro; cammina come un’ameba e come una giraffa insieme, balza con il collo, striscia con il piede)…
Poi, mentre le masse metodicamente contaminate crollano, i gas sprigionati mutano mano a mano in un’unica ribalta di farfalle.

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a cura di Jacqueline Risset, Einaudi Editore

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grazie a François Nèdel Atérre per la cura e la selezione

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