Diego Mascalzi Rimassa – Poesie

La via d’entrata

Sobbalzando da un lato all’altro verso un orizzonte sgombro.
Il campo a maggese è una pagina piena di possibilità, e questa sensazione che ti solleva dalla terraferma te lo ricorda.
E ti ricorda che è l’incompletezza che ti spinge a tendere la mano, ad alzarti dalla seduta scomoda.
Taglia quell’occhio che non sposa nulla, accartoccia quel mondo parziale che decontestualizza i significati e li porta dove non sono.
Avere una copia da pochi euro di Frida Kahlo appesa in salotto e Bauman nella libreria non ti serviranno ad aiutare nessuno, tanto meno il vendutissimo nichilismo intellettuale della camicia abbottonata stretta al polso.
Riscopri quanto è sexy l’autocritica, e che il talento migliore non dà nell’occhio.
Riscopri che la pelle è fatta per stare sopra ad altra pelle. Qualunque pelle.
Quella finestra che riflette la morbida luce dell’esterno e rende caldi i contorni è la via di entrata, non di fuga.
E se quelle lacrime sgorgano e ti scombinano il volto è solo perché in te c’è una fonte d’acqua.
E riprendi quei remi storti e diversi, con quelle mani impiastricciate di colore, che è tornata l’ora.
Di concederti felicità.
Di rilasciare felicità.

Happening

Come sai piangere bene, piangeremmo così anche noi se avessimo le tue stesse lacrime.
Le tue hanno un sapore più dolce, da sempre.
È così evocativo sentirti urlare, il tuo urlo vibra così bene contro queste pareti. Rende tutto armonioso.
Quel coltello che passa da parte a parte, questo rosso che sgorga, sgargiante. Che effetti speciali elaborati, che intrattenimento.
È così interessante quel modo in cui chiedi aiuto, così artisticamente asimmetrico quel viso disperato.
E queste mani che si agitano, che cercano altre mani, un sostegno. Sono così coordinate, perfette.
Questa malinconia nera affonda le radici in un contesto culturale così ampio che siamo tutti ammirati.
E questa “esperienza di nullità” che ci stai raccontando è così intellettualmente stimolante per ognuno di noi.
Questo tuo raggomitolarti in posizione fetale, un happening di livello altissimo.
Per non parlare delle tue cicatrici fresche sui polsi. Un rimando così vivo alla body art, quasi commovente.
E questa poetica della pulsione mortale, sempre più accentuata, è la progressione di un percorso artistico davvero elaborato. Non possiamo che complimentarci.

E così, l’essere ingabbiato davanti agli occhi di tutti continua ad agitarsi, urlare e maledire la sua condizione. I visitatori col cappellino, orgogliosi dei soldi ben spesi per il biglietto d’ingresso, tirando noccioline esclamano: “Come canta! Come balla! È davvero un artista!”.

Flashforward

La luce riempie di pennellate sempre più intense il paesaggio che mi lascio alle spalle.
I campi verdi, spavaldi, proclamano il loro mondo.
Nel nulla, qualche casale. Non vedo movimento, ma già a quest’ora percepisco vita, sudore.
Le sezioni di paesaggio si voltano veloci come le pagine di uno di quei libri che accendono l’intimo e ci sono tronchi spogli che emergono da uno specchio di nebbia, in un surreale gioco di riflessi che tanto somiglia ad un lago.
Il sole che s’impone pare trascinarsi addosso le stagioni, e quando compaiono le campagne emiliane è chiaro ormai l’arrivo potente della primavera.
Osservo e ricordo luoghi che non mi appartengono, che mi affascinano e mi spaventano.
E penso a quegli angoli recenti, che sembrano essere solo di chi li conosce. A quei posti meravigliosi e accoglienti con la luce, ma che al passaggio del buio, ripiegati in loro stessi, mi rendono un intruso.
E mentre faccio i conti con l’odore che hai avvinghiato sul mio collo, dal finestrino del treno la nebbia, gli alberi e le poche case si centrifugano al punto da farmi distinguere solo quelli che nella mia mente confusa sono i dettagli della tua pelle.
E ad un tratto, desidero in queste immagini che scorrono un veloce, ma illuminante, flashforward.
Vorrei capire se sono sulla strada giusta, e da qualche fotogramma intuire se erano quelle le scelte da fare, quelle le cose da dire, quello l’istante in cui tacere.
Vorrei capire almeno per un attimo chi sarò, allentare il peso e l’incoscienza.
Flashforward, almeno per poco.
Flashforward, ora e poi mai più.
E invece vengo distratto da una scolaresca fiorentina diretta verso la mia Roma.
Giovani, eccitati, ignari.
E ciò che li rende così felici è la voglia di trovare, ma soprattutto di cercare.
Ascolto i loro programmi, le loro aspettative, e mi lascio avvolgere dal sedile, in attesa del ritorno.
E capisco che ripartirò, senza stancarmi.
Che intruso, è solo chi si lascia spaventare.

Struttura

E ciclicamente arriva il momento delle porte a tenuta stagna.
Chiuse con leggerezza, o chiuse con coscienza.
La cesura, il taglio netto che apre all’ignoto e appanna il conosciuto.
Buttato in una nuova strada, sarà chiaro solo in seguito che quella di prima non esiste più, si è disintegrata dopo il passaggio.
Un effimero disegno di gesso sulla lavagna cancellato da una spazzolata.
E così le persone, le immagini, i luoghi e quelle situazioni così familiari tutt’a un tratto sono solo struttura, tutt’a un tratto sono solo materia della tua persona, carburante utile, necessario, ma ora comunque utilizzato e disperso.
Senza essere mai pronto a vivere, a perdere, ad acquistare, a conoscere e dimenticare.
A dimenticare, soprattutto.
Ma magicamente, l’incommensurabile fortuna di poter ancora ridisegnare diventa il carburante più efficace.

Senza biglietto d’auguri

Ho sempre amato qualunque opera tenti di mischiare comico e drammatico, qualunque opera che non si limiti a mettere un filtro – pennellate a tinte chiare o scure – ma che cerchi di esprimere il reale nella sua interezza.
E il reale è assurdamente mescolato, nella drammaticità di alcune risate, nella comicità della morte.
E questo è il nocciolo, intorno al quale ci sono solo dettagli che si osservano senza mai riuscire ad afferrare.
E il reale è un organo che vive senza spiegazioni.
È un regalo senza pacchetto, senza fiocco né biglietto d’auguri.
E il reale è la paura di farsi male, di non riuscire a interpretare la concretezza prima che sia troppo tardi, perdendosi nell’idealizzazione di essa.
Paura di non essere pronto ad accettare un regalo senza le dovute indicazioni di utilizzo.
E il reale è la tentazione, la facile e così dolce debolezza di mettere il cuore in mano a qualcuno e dire: “Tieni, occupatene tu, da adesso non è più affar mio”.
È reale quel miscuglio di sensazioni che troppo spesso si cercano di catalogare, isolare, nominare.
È reale il bisogno di vederle dall’esterno e dargli una forma rassicurante, finita.
È reale il bisogno di scriverne.

Come non era previsto

C’è una vecchia bottiglia trasparente.
C’è una busta con tante candele colorate.
C’è il fuoco.
C’è qualcuno che solo quel giorno si è sentito artista. Qualcuno che oggi vaffanculo, mi sono rotto e creo un’opera d’arte.
Ci sono dei giovani, finti borghesi, che affascinati osservano l’opera lasciata in costruzione dal neo artista.
L’opera si costruisce da sola, con il tempo.
La candela in cima alla bottiglia squagliandosi versa cera su di essa, lasciando il segno fino a quando non si consuma. E così quella dopo, e quella dopo ancora.
Più va avanti e più la bottiglia non si distingue più. Più la bottiglia è ricoperta di cera di tanti colori diversi, più la bottiglia smette di essere una bottiglia e diventa l’espressione di un momento d’arte casuale.
Sotto la bottiglia un piatto di porcellana, che raccoglie i pezzi di cera che non riescono ad attaccarsi, che non lasciano il segno sul percorso trasparente.
E poi ci sono quei giovani che stanno lì, con stupore a guardare la cera calda accarezzare il collo della bottiglia, e poi il ventre, in questo improbabile eppur affascinante amplesso. La cera copre distanze sempre diverse, scava percorsi nuovi o si adagia su strade vecchie, spesso si spinge al limite della caduta, eppure non cade, si ferma prima.
Poi i ragazzi smettono di essere spettatori assorti ma decidono, ognuno, di prendere un accendino e influenzare la caduta della cera. Dove più dove meno, dove niente, dove tanto. La personalizzano, la rendono propria.
Piano piano anche il piatto sotto la bottiglia comincia a diventare parte dell’opera d’arte, perché in fondo chissà dove finisce l’arte e dove comincia la realtà. Chissà cosa fa effettivamente parte del dietro le quinte. Forse sono opera gli spettatori, che con lo sguardo personalizzano il risultato. Forse è vera arte ciò che muta e si modella, questa cera colorata che si lascia influenzare nei suoi percorsi. Forse l’arte è la bottiglia trasparente, che servirebbe per contenere, e invece si lascia ridisegnare, ricolorare, riutilizzare in un modo che non era stato previsto. Forse il piatto, che è la base solida che permette la stabilità del tutto e che raccoglie tutti gli errori di percorso.
E forse però la vera opera d’arte è quel fuoco, quella fiamma che non cessa di bruciare.

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