In prima persona nel campo di battaglia – Intervista a Marco Villa

Intervista a cura di Andrea Donaera

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1) Un paese di soli guardiani si profila come una sorta di concept book: «Ho pensato di scrivere sul disprezzo del mondo» è la chiusa della prima poesia, che pare così assumere un ruolo programmatico. L’ambivalenza semantica del “«guardiano», che prende le mosse dal Porfirij Petrovič di Delitto e castigo. Ma al contempo non leggiamo un testo di natura poematica: una sorta di poema accidentato, divagante in «un paese irreale, dove tutto sembra / proteggere», un paese che «va ucciso».

“Un paese di soli guardiani” viene dal Dramma dei costruttori di Michaux, ma l’espressione è manipolata e impiegata liberamente rispetto al significato originario. Ho scelto questo titolo perché mi sembrava rappresentare bene alcuni elementi comuni ai testi del libro. I guardiani sono agenti di controllo, istanze repressive (ma anche protettive), e nel paesaggio del libro c’è uno squilibrio per cui i guardiani finiscono per occupare tutto il campo. Gran parte della raccolta è un discorso su come usarli questi guardiani, per esempio non più come forza di controllo (se ci sono solo guardiani non c’è più niente da tenere a bada) ma come forza attiva, propulsiva, magari creatrice. Quindi sono l’impulso a dare una forma, a sé stessi e al mondo. In questo senso sì, il libro vuole avere una direzione, che è più o meno quella di un soggetto (in realtà più soggetti, ma non importa) che cerca di darsi una forma crescendo in consapevolezza. Le varie sezioni sono un po’ un itinerario di questo processo, con tutti i tentativi e gli errori del caso: non c’è un’evoluzione lineare, contraddizioni e dislivelli costellano la struttura, e anche se il finale è probabilmente il punto più avanzato, manca un approdo stabile. Alla fine c’è sicuramente un’apertura, ma è soprattutto un compito, un lavoro da fare.

2) L’impressione è che ci sia un intenzionale e programmatico rimaneggiamento di quello che, per tradizione, chiamiamo “lirismo”: nelle forme (attraverso la gestione del verso ibrida) e nei contenuti (con un io tanto presente da diventare plurale e poi assente). «Uno dei miei io dorme sempre», apre uno dei testi della raccolta. Arrivi perfino a usare il tuo nome e cognome, in uno scambio mai traumatico ma continuo di persone, maschere, posture, soggetti concreti e figurali.

È vero, se nel libro c’è qualcosa come un “io lirico” questo è diffratto e a volte assente, in ogni caso non univoco. Del resto la molteplicità e l’incoerenza di quello che chiamiamo io è un fatto accettato pacificamente(la stessa poesia lirica ha abbandonato l’idea di un io unitario e monologico da almeno cinquant’anni, benché molti facciano finta di dimenticarselo). Accettato pacificamente sul piano intellettuale, per meglio dire: trasformare l’accettazione in consapevolezza a tutto tondo è estremamente difficile.Così come è difficile capire se questa molteplicità sia in sé un bene o un male. Da un lato porta un certo grado di libertà, che è innanzitutto liberazione da un sé illusorio; dall’altro, se si considerano alcuni correlati di questa condizione (incapacità di mantenere un pensiero o un sentimento duraturi, inaffidabilità per sé stessi e per gli altri, cali di volontà e incoerenza dei desideri, ecc.), è evidente che c’è anche molto dolore. Questa è una delle ambivalenze su cui si regge il libro. A volte liberarsi da sé, fare piazza pulita di sé (dell’idea di sé) è perseguito come obiettivo fondamentale, altre volte la strada potrebbe divergere da quell’obiettivo, oppure considerarlo come una tappa parziale.

Anche nella poesia che hai citato il valore di quel sonno è ambiguo. È ciò che permette e in un certo senso nutre una serie di attività, più o meno importanti ma tutte pressappoco sullo stesso piano dell’esistenza. Al tempo stesso è un limite, e forse la chiave per una svolta è trovare in quelle stesse attività il modo di forzarlo.

Spostando invece la questione sul piano più “tecnico”, questa pluralità e indecidibilità dei punti di vista vuole tendere a una certa indifferenza del centro di enunciazione. Mi piacerebbe che il lettore fosse portato a concentrarsi su cosa si dice più che su chi lo dice, con buona pacedei suoi rapporti con l’autore empirico. Allo stesso tempo ho voluto evitare l’impersonalità pura, che è un modo ovvio e ottimo per ottenere questo effetto. Il problema è che l’impersonalità manca di quell’agonismo che solo la parzialità minacciata e fallibile di un soggetto può dispiegare. L’idea è conservare la forza che è propria di chi sta in prima persona nel campo di battaglia, facendo però in modo che quella forza non scada nella retorica dell’io narcisista che ci parla degli affari suoi.

3) È interessante l’alternanza di versi e assenza di versi. Una “maniera” che negli anni Dieci è diventata quasi consueta, ma che può forse ancora destabilizzare certo “pubblico della poesia”.

Sento la possibilità di scegliere tra versi e prosa come naturale. La questione teorica di base mi interessa poco. Quando leggo un libro che mescola versi e prosa, o che magari è fatto solo di prose, il come mi sembra molto più rilevante del perché. Com’è la prosa di Tizio? Cosa viene fuori dall’alternanza di prosa e versi nella scrittura di Caio? Ormai disponiamo di una miriade di esempi di prose che funzionano in modidiversissimi: quella di Bortolotti non c’entra niente con quella di Maccari, che è tutt’altra cosa da quella di Mazzoni, a sua volta lontana da quella di Giovenale (che peraltro varia anche parecchio le forme della sua scrittura in prosa tra un libro e l’altro) – e potei continuare a lungo, sia verso i più giovani sia tra le generazioni precedenti, soprattutto se si esce dall’Italia. Vedere come funzionano le diverse opzioni, giudicarle volta per volta: trovo che la cosa più importante sia questa. Invece si discute ancora del perché la prosa, del se è prosa è ancorapoesia?, e varie altre questioni del genere, che mi sembrano di retroguardia. Nella mia esperienza ho riscontrato un divario generazionale. Parlando con i miei coetanei sento che ci si capisce immediatamente su questi punti, mentre di solito sono gli autori più anziani a esprimere perplessità su quello che si perde rinunciando all’andare a capo (magari però non chiedendosi cosa invece si guadagna), o sul destino della poesia di fronte al dilagare della prosa. Forse è normale che sia così. Aggiungo solo che, con mia stessa sorpresa, confrontandomi con lettori tutt’altro che forti, lettori poco o nulla pratici di poesia contemporanea, raramente li ho visti destabilizzati dalla presenza di prose in un libro presentato loro come libro di poesia. Può non voler dire niente, ma forse il fatto dell’andare a capo come “luogo comune” in grado di assicurare il riconoscimento anche fuori dalla nicchia della poesia è almeno in parte sopravvalutato.

Per quanto riguarda la mia scrittura, posso dire che la scelta della prosa o del verso dipende principalmente dall’impulso ritmico. Se la frase o le frasi che andranno a formare un testo mi nascono in testa con un ritmo, con un passo che sento “prosastico” asseconderò quel ritmo, e allo stesso modo se sento che a un certo punto bisogna andare a capo. È una biforcazione importante, dopo la quale non mi capita praticamente mai di tornare indietro. Credo anzi che, proprio perché la possibilità di adottare l’una o l’altra forma sia scontata, nel momento in cui si compie la scelta la si debba rispettare fino in fondo, con tutte le differenze espressive che comporta.

4) Ti sei occupato di De Angelis, sei stato tra i fondatori del sito di approfondimento letterario formavera.com. Il tuo esordio è stato scritto in una separatezza a latere o queste esperienze hanno determinato la costituzione dello scrivere che leggiamo in Un paese di soli guardiani? E, ovviamente, sono evidenti coordinate variegate, non è possibile definire la tua poesia “figlia” (solo) del De Angelis di Somiglianze: si percepisce la ricezione di lezioni non per forza convergenti, da quella di Sanguineti a quella recente di Mazzoni e/o Dal Bianco (correggimi pure se sbaglio).

L’esperienza di formavera è stata fondamentale. Avere a vent’anni coetanei con cui scambiarsi testi, con cui condividere le proprie idee e ingenuità, è qualcosa di un valore inestimabile – posso dirlo già adesso, quando almeno in parte mi trovo ancora in quella dimensione. Nel caso di formavera questo scambio aveva in più il tentativo di definire una poetica comune, quindi una consapevolezza dello scrivere non solo individuale (che già non è scontato) ma anche collettiva. Non bastava che ognuno facesse i suoi viaggi, si doveva trovare il modo di armonizzare le diverse concezioni, pur con le differenze che restavano salutarmente ineliminabili. Trovare un terreno comune era un’esigenza anche pratica, visto che occorreva formalizzare le nostre posizioni in editoriali e – soprattutto all’inizio – scegliere il materiale da pubblicare sulla base della consonanza con la nostra idea di poesia. È una pratica non troppo diffusa in questi anni, mi sembra, quando il concetto di poetica di gruppo sa di sospetto a molti (area “di ricerca” esclusa, che infatti ha prodotto uno dei pochissimi discorsi di poetica degli ultimi decenni in Italia).

Insomma sì, Un paese di soli guardiani viene da quell’esperienza lì, ma a formavera devo parecchie cose che vanno oltre la scrittura. Per quanto riguarda gli autori che hai citato, in modi diversi hanno influito tutti (Mazzoni e Dal Bianco anche di persona) tranne Sanguineti, che non ho mai approfondito. Piuttosto, sono stati importanti autori sperimentali più recenti – in particolare Broggi e Bortolotti – anche come contrappeso al versante “lirico”, preponderante nella mia formazione. Per uno imbevuto di De Angelis leggere Avventure minime o Tecniche di basso livello è uno shock in qualche modo provvidenziale, ti dà esempi di una tensione pazzesca ottenuta con mezzi diversi da quelli del discorso lirico o, magari, con mezzi simili ma stravolti. Poi è arrivato Michaux e il quadro si è complicato ulteriormente. In questo senso hai ragione, le influenze sono spesso divergenti, però credo (o mi piace credere) che in qualche modo si bilancino tra loro.

5) Ci dici qualcosa sulla poesia circostante? Cosa pensi delle scritture degli autori della tua generazione – se di “generazione” si può parlare. Percepisci “scuole”, “tendenze”? Qualcosa, di questi poeti, rimarrà?

Qualcosa rimarrà senz’altro; cosa e come è difficile dirlo, soprattutto perché nella questione entrano in gioco parecchi fattori non strettamente poetici, più di pertinenza della sociologia. Di certo gli autori nati tra gli anni ’80 e ’90 hanno già dato vita a un panorama molto ricco. Le tendenze – più che scuole, direi – mi sembrano grossomodo continuare, e ovviamente innovare, quelle delle generazioni precedenti. Poesia lirica, poesia narrativa, scritture di ricerca sono categorie che, in mancanza di meglio, usiamo ancora, e qualcosa effettivamente prendono. Ma poi, come sempre, conta la singola opera: e le migliori di solito trascendono le categorie.

Più nello specifico critico non so andare: il panorama è troppo sfrangiato. Qualcuno sta già provando a discutere e ridefinire queste tendenze (penso per esempio a un articolo di Claudia Crocco su poesia lirica e di ricerca), ma la strada è lunga, anche perché mi pare che vere e proprie tendenze o scuole, con l’eccezione della “prosa in prosa”, non siano state identificate nemmeno per la generazione precedente, quella dei quaranta/cinquantenni.

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