Milan Nápravník – Le fonti della poesia

Il testo che proponiamo segna l’inizio della collaborazione con Il Foglio Clandestino. Nel corso del tempo proporremo, tra le nostre, le loro pagine che più ci sono interessate. Ringraziamo, in particolare, Gilberto Gavioli per il lavoro, la disponibilità e la pazienza.

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da Il Foglio Clandestino n°84/85
traduzione di Antonio Parente


Le fonti della poesia (estratti)

Nonostante gli sforzi intensi e pluriennali del Surrealismo di spostare il concetto di poesia dal campo letterario, dove secondo noi appartiene, se è vera poesia, soltanto indirettamente, al campo della magia immaginativa, alla sfera dell’esperienza, al monde merveuilleux, ci troviamo di fronte, da questo punto di vista, ad una resistenza passiva ma stranamente ostinata, la cui essenza sembra essere molto più profonda di quanto si possa spiegare con la sola goffaggine accademica o con la semplice incomprensione. Per quanto cerchiamo di mettere le cose nella giusta prospettiva, la poesia, con una testardaggine tale da far riflettere, è ancora intesa e definita esclusivamente in termini di teoria formale della letteratura come genere lirico o come un testo che esprime, in maniera più o meno condensata, una comunicazione in qualche modo espressiva, impressiva o riflessiva, e ciò con l’utilizzo di certi trucchi letterari chiamati “ornamenti poetici”. La famosa opinione di Lautréamont, secondo il quale tutti e non uno soltanto dovrebbero fare poesia, nel senso della sua collettivizzazione come concepita per molto tempo dai nostri predecessori, per fortuna non si è concretizzata. Dico ‘per fortuna’, e ciò senza alcun grado di sarcasmo, perché l’idea che ogni persona, anche se solo occasionalmente e non quotidianamente, prenda in mano la penna o si sieda alla macchina da scrivere per comporre una poesia, è per me assolutamente deprimente, non importa quanto antidemocratica possa sembrare questa mia asserzione. Ad ogni modo, alla “poesia” si dedica nel mondo una quantità insopportabile di persone, le quali di solito non sanno cosa essa sia e come origini. Ogni inflazione, e quindi anche un’inflazione nella scrittura di testi, anche la migliore (ma di un’inflazione del genere non si può parlare nemmeno) è sintomo di decadenza e non di libertà. È un bene che non tutti noi cuociamo il pane e piantiamo vigneti, ma è anche certamente un bene che noi tutti mangiamo il pane e che molti di noi bevano il vino, e siano in grado di sentire il piacere di questa esperienza. Ma d’altra parte: sarebbe davvero inauspicabile che “tutti” facciano poesia, se con ciò non intendiamo la tradizionale attività con la penna in mano, ma piuttosto la capacità di poter sperimentare la realtà come magica e poetica, di sollevarsi contro l’eterno grigiore della contemplazione pragmatica e di trovare una nuova cultura, non nell’accumulo di ricchezza e potere, ma piuttosto nel culto reale dell’amore erotico, nel piacere del calore, del colore, dell’odore e dello spumeggiare del mare, nell’esperienza di una realtà liberata dagli attributi dominanti dell’utilità, nell’esperienza che renderebbe la vita degna di essere vissuta, perché questa vita cesserebbe di essere un semplice mezzo di sostentamento?

[…] Può mai significare “faire la poésie” davvero soltanto scrivere testi poetici? Non è piuttosto un malinteso, nel quale sono caduti e continuano a cadere anche molti di noi che dovrebbero sapere meglio di altri, in quanto si tratta della nostra sfera più propria, che non è così? Forse un giorno dovremmo provare a compiere una piccola indagine di opinione pubblica, per capire quante persone, selezionate in modo casuale, abbiano avuto esperienza almeno una volta nella loro vita di una sensazione di estasi e beatitudine, di quello “stato di grazia”, come lo definiva Breton, stato di “trans”, come lo definisce la magia, durante il quale il nostro spirito si sente parte complementare e armonica dell’universo. Non è mai stato determinato, purtroppo, con quanta frequenza l’uomo “civile” contemporaneo provi una sensazione di paura numinosa di notte, nel mezzo della foresta, una sensazione di inebriante vertigine quando solo, di notte, osserva miliardi di stelle nel firmamento buio, oppure ascolta il misterioso battito degli usignoli. Oserei dire che alla maggior parte delle persone della civiltà contemporanea le elementari esperienze poetiche risultano completamente sconosciute, o che le incontrano così raramente da non sapere più se siano davvero accadute oppure se siano soltanto immaginazioni nelle quali la loro memoria riproduce maliziosamente scene di qualche film conosciuto. Tra le mura delle città tecnicizzate, di solito non c’è posto per altra realtà se non per quella dell’industriosità.

Se il Surrealismo, che ripete instancabilmente di non essere una corrente letteraria o artistica, fino ad ora si è dedicato con una tale intensità e tenacia proprio alla poesia, lo ha fatto principalmente perché era consapevole del danno causato dalla civiltà all’uomo a causa del suo crescente privilegiare unilateralmente la sua capacità razionale a scapito di quella irrazionale, poetica e magica. Poiché questa unilateralità non è stata e non è mai, in nessun momento, innocente e innocua. Al contrario: se oggi troviamo che i giorni di questa civiltà sono contati, se possiamo quasi giorno per giorno e passo dopo passo seguire il suo processo di decomposizione, se la osserviamo affogare lentamente nelle sue stesse contraddizioni di potenza e nella sua morchia fisica e morale, siamo consapevoli che si tratti del suo destino, che per quanto riguarda il suo sviluppo non tocca soltanto un’area geografica, uno o due continenti, ma l’intero globo, e non solo l’umanità ma tutte le più complesse forme di vita, e che questa sua agonia è stata causata proprio da questa sua unilateralità, che non ha preso in considerazione né la natura né la psiche umana nel suo insieme, ma che l’ha percepita parzialmente e pragmaticamente, interpretandola solo come strumenti od oggetti di beneficio materiale. Anche se il Surrealismo, da questo punto di vista, ha riportato nel corso del XX secolo un certo successo, anche se è riuscito ad espandere la sfera della coscienza poetica dell’uomo con immagini e opere oggigiorno talmente parte della consapevolezza generale che dobbiamo allontanarci da loro per non finire intrappolati nella gabbia dello stereotipo, sappiamo fin troppo bene che le sue forze sono ancora troppo deboli e la sua sfera di influenza troppo limitata per poter opporsi con successo all’intera evoluzione catastrofica della civiltà. Quali forze sarebbero comunque sufficienti per un simile proposito?

È ingiusto che la critica esterna, come a volte accade, ci accusi di aver fallito nelle nostre intenzioni. Il Surrealismo non ha mai affermato di essere, di per sé, in grado di cambiare il mondo, ma si è sempre trovato dalla parte del cambiamento, perché aveva già compreso l’insostenibilità del mondo attuale molto tempo fa, nei giorni in cui gli apologeti “rivoluzionari” della civiltà contemporanea erano ancora soffocati dall’adorazione per il progresso tecnologico e dall’ammirazione per le ciminiere fumanti delle fabbriche. Inoltre, è molto chiaro come non vi sia ancora all’orizzonte alcuna forza capace di impedire l’apocalisse imminente. […] Ciò non significa che intendiamo arrenderci: se anche la fine è inevitabile, non altrettanto lo sono le circostanze in cui si verifica. Le prospettive attuali sono deprimenti, ma sono davvero inevitabili? Il Surrealismo certamente cercherà di dare una possibilità alla speranza, all’occasione di preparare una consapevolezza sociale per una trasformazione possibilmente dignitosa, di preparare già ora una nuova configurazione della coscienza che porti all’iniziazione di un mondo diverso, meno difettoso. Siamo consapevoli che questa volta il cambiamento dovrà essere talmente profondo da non aver più nulla a che fare con quella cultura e civiltà. La prossima volta non si tratterà più dello sviluppo evolutivo del processo storico presumibilmente obiettivo, ma della svolta dettata dallo stato del nostro pianeta, e di un inizio completamente nuovo.

Da un punto di vista surrealista, la poesia non può essere intesa altrimenti che come un’esperienza personale, individuale, che ha luogo su un livello magico, che cerca l’essenza dell’esistenza di ogni vita. Si tratta di un modo di sperimentazione concreto, non è un modo specifico di comunicare pensieri e sentimenti. Quando si ascrivono gli attributi della poesia al mezzo della parola scritta in un testo immaginativo o al mezzo dell’icona di un’immagine immaginativa, si cade in un equivoco. Se diciamo che la poesia o un dipinto è poetico, che ha in sé la poesia, non significa null’altro che ci offre l’esperienza poetica inculcatavi dall’inconscio di un poeta o di un pittore. In realtà, non sono nulla più che traslocatori più o meno efficaci di esperienze magiche registrate dal pittore o dal poeta capaci, in circostanze favorevoli, di trasferire queste esperienze in senso analogico nell’eventuale lettore, spettatore, nel percipiente, vale a dire nel destinatario sensibile del messaggio del testo o dell’immagine. Certamente un tale trasferimento deve essere sufficientemente efficace. Deve avere un effetto suggestivo. Anche il sogno, per costruzione ed effetto, sarà sempre allarmante, perfetto o affascinante. L’inconscio non è un dilettante. Pertanto, il dipinto o una poesia “brutta” non sono altro che dipinti e poesie non suggestive, che a un esame più attento si rivelano prodotti arbitrari della fantasia speculativa e non prodotti dell’inconscio.

[…] Così come il dormiente durante i sogni numinosi, l’osservatore di eventi e situazioni occulti, in qualsiasi forma si manifesti la loro miracolosità e qualsiasi significato immanente intrinseco abbiano, è colpito da una forte eruzione emotiva: questa eruzione è sentita come emozione, costernazione, stupore, angoscia, come orgasmo. Segue lo sbalordimento, una sensazione di freddo, la traspirazione, il battito cardiaco irregolare. Questi eventi e stati emotivi sono di natura poetica. Dimorano in le monde merveuilleux e non nel mondo della pratica attiva, sono magia e non auto-riproduzione esistenziale.

L’intero Surrealismo, tutti i suoi autentici metodi creativi finora scoperti, ma anche tuttora da scoprire, si fondano sulla cardinalità della potenzialità creativa involontaria, l’immaginazione inconscia. Soltanto gli iniziati sanno e gli accorti sospettano che l’immaginazione così concepita non è per sua origine una scoperta del Surrealismo, ma che è stata da sempre la parte più importante di qualsiasi vera magia. Il merito di Breton all’inizio del percorso surrealista non consiste in qualcosa di meno che nell’aver liberato la poesia dai ceppi di carta della letteratura e nell’averla restituita là dove per la sua essenza appartiene, dove principiò, in tempi in cui non si conosceva la scrittura ma l’entusiasmo genuino, il collegamento della psiche umana con l’in-conscio universale della natura. La poesia è un principio magico. (Dattiloscritto, Novembre 2017)

Milan Nápravník, La magia del surrealismo, Milano, Mimesis 2018

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Milan Nápravník poeta, saggista e fotografo ceco (1931-2017), per circa quarant’anni ha vissuto in Germania. A Praga dopo il liceo, lavorò per un anno nelle miniere d’oro di Jílové. Studiò poi drammaturgia. Negli anni ‘50 collaborò con il Gruppo surrealista di Praga. Debuttò nel 1966 con la raccolta Básně, návěstí a pohyby (Poesie, avvisi e movenze), pubblicata privatamente dal pittore František Muzika. Emigrò dopo l’occupazione sovietica del 1968, dapprima a Berlino Ovest e successivamente a Parigi. Dal 1970 si stabilì definitivamente a Colonia. Lavorò come redattore radiofonico e, dalla metà degli anni ‘80, come pittore, scultore e fotografo artistico freelance. Ha scritto varie opere poetiche. Il suo opus magnum Příznaky pouště (Deserte visioni, 2001), è una vasta parabola sul minaccioso stato della civiltà contemporanea. Negli anni ‘90, suscitarono grande interesse i suoi saggi sulla storia delle religioni. Per Mimesis nel 2009 è stato pubblicato anche il volume Il nido del buio (sempre a cura di Antonio Parente). È scomparso a Colonia, il 27 ottobre del 2017.

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