Marco Corsi | La materia dei giorni

a cura di Giovanna Frene
da La materia dei giorni (Manni, 2021)
fotografia di Dino Ignani


fissavo l’ombra sul muro e per esercizio
contemplavo le forme disfarsi agili
lungo il filo delle mattonelle. così, per più giorni,
nervoso come il morso del nero
in parte obliquo e in parte solo cedimento
mio sembrava il tuo corpo di carne compatta,
soda, del tutto insensibile al tatto.
poi divenne più esile, allungato stremò
l’ovale del bel volto sulle tapparelle chiuse,
nel reparto intensivo all’ultimo piano
cedette la pressione, la poca luce
emise un breve rantolo e io docile fissavo
l’ombra più lunga sul muro e salutavo.

*

con effetto di falso movimento
di giorno in giorno moriva il giorno
rivoltando il cielo su se stesso
fino al limite dell’area d’azione:
un tiro da tre punti su stelle dure.
affiora più lento sul dorso della mano
l’universo caotico del tempo, con molti
molti crateri di tempeste siderali
portatrici di vita e adesso
cattivi presagi, asperità,
mentre con cura rivolto
l’avambraccio e vi scruto
la vita silenziosa delle vene,
qualche rado pelo, l’incendio,
la notte vaga bipolare.

V.


quando il poeta giunge in prossimità della morte è come la bestia che fiuta nell’aria l’odore mutato dei corpi. chissà quali sostanze secerne l’organismo nel suo ultimo sforzo muscolare, quale getto di metafore olfattive viene provocato dal moto impazzito delle cellule, quale nota si affida al vento nel momento esatto della perdita. che sia abitudine, rispetto monacale della regola, che sia polvere o nostalgia del mare, molecolare tensione verso l’origine, che sia uomo o poeta, ciascuno impara a tornare nel sonno primigenio, nell’oblio liquido e caldo dove non c’è attrito né luce. ci si avvicina per gradi, allungando una mano e poi tutto il corpo, come per spiccare il salto finale. con gli occhi del bambino che implora fiducioso il suo terribile mostro di carta. staccando da terra un’ombra di volontà, l’uomo può provocare la nascita di un’altra vita; il poeta al più suscita la giusta nota di silenzio. ma in quell’esile, sottile o smosso protendersi di pietre e radici che diventano carne è tutta la natura che si muove nelle fibre del corpo. il poeta quieto vigila in attesa dell’ultimo sussulto.

*

«sapendo dell’essere stato e molto sopportando
la catena nera del brainstorming
accade che nell’orbita dei tempi
i segni si dividano impassibili
come croste tormentate dalle voglie.
così, ancora, ciò che di me vedevo felice
possiede un basso indice di luce
non presenta continuità alcuna
con la vita: è un palmo chiaro di soffitto
ribaltato sottosopra dalla notte.

amici, io vorrei che prima della consolazione
noi tutti si aprisse una partita col bianco
per vedere mai quale confuso sogno
possa risolvere in luce questo lutto

*

perfetto e intatto come un lago antico
il cortile domestico si è spopolato
lasciando spazio alla grazia armata
delle forsizie, all’invasione sottile del pesco
giapponese, alle sommosse
quiete del rosa in grappoli
sui rami della magnolia.
nascono dalla terra e alla terra ritornano
i lievi bollori dell’asfalto,
si scioglie l’accorata preghiera
della gramigna festosa
resistente di fronte a dio
e all’evoluzione ordinaria della specie.

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