Mattia Tarantino | L’età dell’uva

proposta della redazione
da L’età dell’uva (Perrone, 2021)
fotografia di Antonio Verde


[…] La poesia non ha legami di sudditanza con il finito. Nutre “una breccia, una ferita / sempre aperta”. Ci abbevera proprio dove fa mancare l’acqua. Talvolta è snebbiamento, rivelazione trasparente. Talvolta unge l’occhio come la fronte del moribondo. E allora è sfocatura, “latte buio”: luogo proprio del vedere.

(dalla prefazione di Giorgiomaria Cornelio)

Se la lingua lascia un solco tu conosci
la parola che lo occupi e si opponga
bordo a bordo lacerandolo.

*

Insegnatemi una lingua nuova e chiara,
un varco sotto ai segni perché possa
accennare all’invisibile e poi riderne.

*

E poi diciamo che la lingua è inaffidabile,
ferma i nomi delle cose; si aggroviglia
al suono e lo attraversa.

Ma sappiamo che qualcosa ci rimane:
una breccia, una ferita
sempre aperta nella voce.

*

Ci sembrava rimanesse solamente
una parola impronunciabile per dire
il fremito, l’angoscia, oppure i giorni
che giravano e tremando sostenevano
questa stagione sconosciuta in ogni casa.

*

Vedi, non restano che i nostri
frutti sulla tavola:
mia madre che li sbuccia; i loro
nomi che pendono dall’orlo
e cadono tra il pavimento e l’invisibile.

Ora all’uva basta un soffio per marcire
in fretta e diventare una preghiera.

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