Site icon Inverso – Giornale di poesia

Niels Hav | Poesie

cura e introduzione di Ilaria Palomba
traduzioni di Hanne Bech (In difesa dei poeti), Giovanni Campisi (Lucertole che cacciano nel buio, Epigramma), Hanne Christensen (Sulla sua cecità), Gaetano Longo (Un giorno, La mia penna fantastica, Aprile, La visita di mio padre, Quando diventerò cieco, La macchina d’einstein, In difesa dei poeti), Mario Rigli (Sulla terrazza)


Niels Hav ha uno stile irregolare, si scruta di continuo, e questo scrutarsi è rileggere il mondo; perciò la sua poesia è interessante. Nell’utilizzo di un linguaggio che pare a tratti meccanico (non so se dipenda dalla traduzione, ma funziona), fa pensare a un organismo disorganizzato e perciò degno di essere analizzato. L’idea di prendere una penna e guardarci dentro, ovvero, dentro al prodotto che lo scrittore otterrà facendo scivolare la penna sul foglio, è – in sé – un atto poetico. Non manca l’ironia, l’ossessione per le parole giuste da trovare per dire l’indicibile. Non manca neanche il cosmo. La sua è una poesia del quotidiano e del cosmico. Anarchico l’uso della punteggiatura – l’uso anarchico della punteggiatura oggi corrisponde all’assenza di punteggiatura del Novecento, perciò è apprezzabile come sconfinamento –, l’ironia sulla tristezza dei poeti, la visionarietà dell’incontro con il padre morto. Le sue poesie sono microracconti surreali, a tratti metaletterarie, fatte di incontri e innesti, originalissime.


Sulla terrazza

I vecchi vicini a morire, allampanati,
diventano quasi trasparenti, nelle sedie a sdraio,
ma ascoltano ancora il traffico.

Non vanno più da nessuna parte,
Lo ricordo bene. La pelle è secca,
qualcosa rode dentro e vuole uscire.

Il cuore si ferma, batte, si ferma ancora
come difettoso prodotto di seconda mano.
In realtà, sono all’arrivo, ora.

Il loro stato da defunto sta chiamando
all’ombra del faggio viola: il mio nome

è scomparso dalla rubrica.

Ogni tanto, mascherano il mattino
di sogni e nostalgia.
Ma ascoltano ancora il traffico.

I vecchi che presto moriranno
diventano trasparenti nelle sedie a sdraio.
Qualcuno li ha lasciati qui.

Un giorno

Oggi ho fumato un certo numero di sigarette
Con le mie unghie ho graffiato la mia pelle
Ho sfogliato vari libri oggi
ed ho registrato la mia voce sul nastro
Sono stato in compagnia di volatili il cui passato
mi è sconosciuto
Ho fatto tre pasti
ed ho bevuto le necessarie tazze di caffè

No ho pianto oggi
e non ho visto nessun corpo insanguinato o morto
Ho letto un giornale
ed ho sentito suoni dalle stelle
Ho toccato la pelle di un bambino oggi
ed ho pensato a cosa poteva succedere
e quante cose accadranno
queato è stato il mio tipo di giorno

Ho chiamato questo giorno normale
un giorno normale.

La mia penna fantastica

Preferisco scrivere
con una biro usata trovata per strada,
o una penna con la pubblicità di un elettricista,
di un benzinaio o di una banca.
Non soltanto perché sono poco costose
ma immagino che tutte queste penne diverse
porteranno alla fusione del mio testo con l’industria,
con il sudore degli operai specializzati,
gli uffici direzionali
e la mistica dell’esistenza intera.

Una volta scrivevo poesie delicate con la penna stilografica
pura lirica di puro niente –
ma oggi sono ben contento di aver messo sulla carta
pianto e moccoli.

La poesia non è una cosa per chi ha paura di esporsi!
Un poema deve essere autentico come gli indici di borsa
un misto di realtà e di imbrogli legalizzati.
Che cos’è che l’uomo troppo buono non può fare?
Non molto.

Per questo tengo d’occhio i tassi obbligazionari
e i titoli importanti. I fondi d’investimento
appartengono alla realtà – proprio come le poesie.
E per questo sono così felice per questa biro
della banca Bikuben, che ho trovato in una notte
nera come l’inchiostro.

Aprile

A Le Sacre du printemps

Appena prima delle cinque lasciano la discoteca
l’heavy rock che sussurra loro nelle vene
dove il sangue scorre a fiotti
muti e sordi nel silenzio improvviso
dove andare?
La città è in ascolto con il suo orecchio luminoso
volto verso il cosmo.
Percorrono in bicicletta la strada, chiacchierando per ore
più tardi fanno l’amore su una panchina presso il porto
mentre la coppia nella Porsche grigia abbandona la discussione
e urla il suo ultimo impeto
contro il parabrezza. Una donna attraversa in fretta il parco
completamente spoglio questo periodo dell’anno
“scarlattina” disse il medico in servizio notturno
“l’uccello di fuoco” sussurra lei.

Lucertole che cacciano nel buio

Durante le uccisioni
camminavamo ignari attorno ai laghi.
Mi parlavi di Szymanowski,
Io studiavo un corvo
beccare la cacca del cane.
Ognuno di noi avvolto
nel proprio guscio d’ignoranza
che protegge i nostri pregiudizi.

Gli olisti credono che una farfalla in Himalaya
può influenzare il clima in Antartide
con un battito d’ali. Può darsi.
Ma dove rotolano i bidoni
e gocciolano carne e sangue dagli alberi
non c’è conforto.

Cercare la verità è come cacciare lucertole
nel buio. I grappoli d’uva provengono dal Sud Africa,
il riso dal Pakistan, i datteri dall’Iran.
Sosteniamo l’idea di confini aperti
per frutta e prodotti vegetali,
ma in ogni caso giriamo e rigiriamo
intorno all’asino.

I morti sono seppelliti nel giornale,
mentre noi sediamo impassibili su una panca
alla soglia del paradiso
e sogniamo farfalle.

In difesa dei poeti

Cosa dobbiamo farcene dei poeti?
La vita è dura per loro
sembrano così penosi vestiti di nero,
pallidi per i tormenti interiori.
La Poesia è un’orribile malattia
un cammino infettato dai lamenti
le urla contaminano l’aria come
scorie nucleari della mente. È così nevrotica!

La Poesia è un tiranno
che non lascia dormire di notte e rovina i matrimoni
che sospinge in baite desolate nel bel mezzo dell’inverno
dove loro si rannicchiano, sofferenti, con cappelli
e sciarpe pesanti.
Che tortura!

La Poesia è una pestilenza
è peggio dello scolo, una terribile vergogna.
Essere considerati poeti è dura,
siate pazienti con loro!
Sono isterici come se stessero aspettando
dei gemelli
digrignano i denti quando dormono, mangiano male
e erbe. Rimangono esposti per ore al vento ululante
tormentati da metafore sbalorditive.
Ogni giorno è sacro per loro.

Vi prego, abbiate pietà dei poeti
sono ciechi e sordi
aiutateli nel traffico quando barcollano
nella loro invisibile menomazione
che ricorda ogni sorta di miserie. Ogni
tanto uno di loro si ferma

per ascoltare una sirena lontana.
Mostrate considerazione per loro!

I poeti sono come bambini malati
seguiti da casa dall’intera famiglia.
Pregate per loro
sono nati infelici
le loro madri li hanno compatiti
hanno cercato l’aiuto di medici e avvocati,
infine hanno rinunciato
per paura di perdere la testa.
Compiangete i poeti!

Nulla può salvarli.
Contagiati dalla poesia, come lebbrosi isolati
sono rinchiusi nel proprio mondo fantastico
un macabro ghetto pieno di demoni
e fantasmi vendicativi.

Quando durante una limpida giornata estiva, col
sole splendente
vedete un povero poeta
uscire di casa barcollante, esangue
come un cadavere e stravolto dalle meditazioni
avvicinatevi ed aiutatelo!

Allacciategli le scarpe, portatelo
al parco e aiutatelo a sedersi su una panchina
al sole. Cantategli qualcosa
comprategli un gelato e raccontategli una storia
perché è così triste.
La poesia lo ha completamente rovinato.

La visita di mio padre

Il mio defunto padre viene a trovarmi
e si siede ancora sulla sua sedia, l’unica che ho.
Bene, Niels! dice.
È bruno e forte, i suoi capelli brillano come lacca nera.
Una volta portava in giro pietre scolpite da altri
usando un bastone d’acciaio e una carriola, e io lo aiutavo.
Ora trasporta i suoi averi
da sé. Come ti va? dice.
Io gli racconto tutto,
i miei piani, tutti i tentativi falliti.
Ho diciassette bollette arretrate.
Buttale via,
dice, torneranno di nuovo indietro!
Ride.
Per molti anni sono stato duro con me stesso,
dice, mi sono risvegliato confuso
per diventare una persona decente.
Questo è importante!

Gli offro una sigaretta,
ma ha smesso di fumare ora.
Fuori il sole tramonta sui tetti e sui camini,
lo spazzino fa rumore e grida agli altri
per strada. Mio padre si alza,
va verso la finestra e li guarda dall’alto.
Stanno lavorando, dice, va bene.
Facciamo qualcosa!

Quando diventerò cieco

L’amore rende ciechi –
e ogni singolo giorno quando il cieco
passa di qua trotterellando col suo bastone,
il traffico si blocca completamente per un quarto di secondo,
mentre gli angeli di Dio salgono e scendono –
e l’oculista chiude la sua clinica.

L’amore rende ciechi,
ma il sesso è innocuo: la mia vista è perfetta,
vedo tutto.

Forse è per questo che le mie poesie sull’amore sono un tale fiasco.
Con gli occhi chiusi sussurro al telefono,
e davanti alla stazione c’è il cieco
come un santo evangelista
che canticchia sotto la pioggia
invalido d’amore.

Gli innamorati si baciano la punta delle dita,
lo so benissimo.

La macchina d’einstein

Il vento ci assopiva con dolcezza
mentre passeggiavamo lungo la spiaggia, tre fratelli
adulti vestiti con abiti da adulti che procedevano
a grandi falcate da adulti

Fu questa la ragione che ci indusse a voltarci e a tornare
sui nostri passi attraverso le dune, chiamandoci l’un l’altro
per nome, i nomi che ancora ricordavamo. Era ottobre,
i prati sommersi dall’acqua

Ma in fondo, all’estremità del terrapieno giaceva la morris blu
del Signore dimenticata in mezzo all’erba rada
come un suicida sorpreso nei propri dubbi.
Un rottame privo di ruote e motore

Le portiere aperte come se qualcuno vi fosse
appena sceso e scomparso. Ma era solo il vento
che vi spingeva dentro la sabbia allestendo uno spettacolo
sotto al sedile

La vettura era corrosa dalla ruggine e il vento e la pioggia,
come coltelli ne trafiggevano la vernice.
Poi venne il presente. Dovemmo volgerci
e riconoscerci sopra la tettoia consunta

Annientati dal desiderio e dai ricordi visi adulti e infantili
contro il lento incedere delle sulla spiaggia. Siamo strisciati
in quella macchina d’einstein per ammazzare il tempo
o perché avesse luogo la nostra trasformazione.

Sulla sua cecità

1.


Mi chiedo se costa meno ora
scrivere con l’inchiostro, dopo che Borges ha dettato
i suoi racconto labirintici a Buenos Aires?
L’Omero dell’Argentina ha ammesso che le parole sono come simboli,
da condividere con gli altri. “Penso che l’estetica astratta
sia un’illusione vana,” scriveva
in una delle sue prefazioni, dove desiderava rinunciare
all’originalità. Quasi senza pretese. Solo da
cieco entrò in contatto di vista con John Milton
nel Paradiso perduto.

2.


L’amore rende ciechi. Ma son passati quarant’anni!
Quarant’anni di preparazione, imitazioni e arrabbiature,
quando fuggì la tigre dei suoi sogni. Di tanto in tanto ha cercato
una clinica oculistica, ogni volta è stata una delusione. Studiava
Joyce, che doveva aver amato Nora, ma completamente cieco
non diventò mai. Solo dopo che Alonso Quijano ebbe perso
la ragione e prese il nome Don Quijote, abbandonò
la biblioteca di suo padre; e solo quarant’anni dopo l’incontro
con l’amore a Ginevra Borges diventò cieco –
tanto cieco quanto Beethoven era sordo!

3.


Lavorava al buio e lucidava le sue frasi
nella memoria, fino a quando splendevano di pura metafisica.
“Se uno è poeta, lo è per sempre e vede
sempre se stesso infestato dalla poesia.” Borges succhiava nutrimento
dalla sua sfortuna e sostituiva il mondo visible
con leggende e versi in inglese antico. Così scambiò
la sua cecità con un dono: solo allora raggiunse l’altezza della vista
di Omero, e solo allora fu in grado di vedere profondamente

nel buio e nell’ampio mondo e nel vertiginoso
attimo che è l’eternità.

Epigramma

Puoi trascorre una vita intera
in compagnia delle parole
senza mai trovare
quella giusta

Proprio come un miserabile pesce
avvolto nei giornali ungheresi.
Per un motivo è morto,
per l’altro non capisce
l’ungherese!

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