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Deidda, Palomba, Vetere | Sciami #1

di Giorgia Deidda, Ilaria Palomba, Emilia Vetere
n.d.r. La seconda parte del poema uscirà ad aprile 2022
la fotografia di Ilaria Palomba è stata scattata da Dino Ignani; quella di Emilia Vetere da Giulio Irving


Stria il sangue raggrumato,
un ago che ricorda la puntina di grafite.
Il mio corpo è fango che cola,
resistendo alla cesellatura forzata che stride il cranio.
La medicina tocca la bocca rossa,
e sciaborda la saliva
che rimane un liquido amarognolo, senza più identità.
Camminavo sentendo il marmo del ponte,
camminavo e l’acqua scivolava via con la corrente.
Ero acqua a cui appartenere,
ero le forbici che cucivano i tessuti,
ero il taglio che non si rimarginava.

*

Attendo di volta in volta il giudizio,
la frase finale. Dal bordo sazio
mai sazio, dal bordo del Tevere,
tende e stuoie, figure animiche,
ogni margine straripa d’inverno.
Mi dicono stai zitta, tu puoi solo
ubbidire. Pillole per colmare
una fame senza nome. Ostie
senza spirito, automi cavi.
Gli chiesi se fosse definitiva,
dicevo sempre: la relazione
definitiva. Definitiva, disse,
è quella da cui non esci
viva. A rincorrere la morte
sono bravi tutti, strutturarla,
invece, la morte, in poemi
di soglia. Chiediamo solo
un po’ di ordine per
proteggerci dal caos,
solo questo bicchiere
d’acqua e sale. Mi hai
detto: non puoi toccarmi,
quando tocchi distruggi.
Accarezzala, la morte,
dalle lo scacco matto,
ai margini alle sei
del mattino. E andavo
nella luce chiarissima
dell’alba, ferocia,
innocenza. Diremo,
prostituta e santa.
Non guardarlo, il tossico
mentre muore nell’androne,
non sentire il tanfo della
siringa laida. Non assorbire
le voci dell’esseppiddiccì
dalle pareti itteriche.
Le voci malsane, le voci
barbariche, gli sciami
di cui temi il contagio.
Non guardare la cicca
spenta sulla pelle.
Voglio infrangere
diecimila vetri con
diecimila oggetti
acuminati, bicchieri
in frantumi. Fingi
che questo dolore
non ti tocchi. Non
tocca nessuno, ma
siamo tutti suoi.

*

Quante deviazioni,
e quanti viali 
primaverili finiscono
in spine.
“Io ero normale”, 
ti verranno a dire,
“sei tu che mi hai
portato al limite.” 
Quando si arriva 
a sentire il sangue 
che defluisce, a vedere
l’eclissi della ragione
stendere il suo nero
non si è più padroni. 
Chiamate i dottori! 
Correte ai ripari!
Correte da quelle 
“persone normali”, 
da quelle che “non
si piangevano addosso”,
dalla A alla Z, 
in diligente attesa
di essere riconosciute 
speciali, nelle loro vite
fatte di obbedienza: 
“Io sono diversa!” 
Lasciatemi stare. Io voglio soltanto
sentirmi “normale”.

*

I fiori nella cristalleria erano ciò che non sarei mai stata; composta, stentorea, immune.
Ma anche il fiore più resistente,
senza le dovute cure sfiorisce
e si scuce come una cosa morta.
Tirava la corda la saliva che s’inerpicava in gola –
un grumo incongruo che i dottori
hanno riportato sui loro fogli ingialliti,
una lettera scarlatta, un bollo che non si estingue.
Fui benedetta dalla pioggia che mi bagnò le ossa crepate,
fui benedetta dal cielo e dalla neve,
che schioccava sul manto gracile e sul nevischio, fuori dall’ospedale.
Le corde avevano tagliato i polsi,
prima ancora che vi mettessi mani.
Le caviglie una pappa molle che si muove slogando il malleolo.
Il sogno era un ramo a cui si attaccavano i pipistrelli dinoccolati,
e chiunque mi guardava poteva storcere la bocca in un ghigno disgustoso.
Il cammino non è più cammino
se quando alzi la voce la minaccia è pronta a serpeggiare: “l’ambulanza sta arrivando, fatti curare”.

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