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Eugenio Griffoni | Poesie

cura e introduzione di Lorenzo Fava


Leggo questi versi inediti di Eugenio e, come capita di solito, fisso qualche appunto non per tentare una lettura, profonda o meno, di questi versi, quanto per chiarire a me stesso cosa penso di un certo tipo di forma, di un certo tipo di dettato. La prima impressione che ho avuto leggendo queste pagine fu che trovassero la loro ragione di valore, contrariamente a quanto avviene nei poeti della generazione di Eugenio di cui ho apprezzato gli scritti, nella perfetta sinergia della narrazione con la forma orale della scrittura. Il pensiero messo per iscritto localizza la sua caratura soprattutto su quello che riguarda l’esecuzione, la messa in “voce” di un pensiero che in quella si riconosce pienamente.  “Necessarie,/ oggi più che mai, rotte inusuali./ Tracciare geometrie fra piani traslucidi./ Affinare l’ascolto – meditare, masticare/ l’anatema, elaborare delle strategie.” Mi sono però lasciato stupire dalla contezza, da parte di Eugenio Griffoni, di come il testo poetico necessiti non solo della sapiente costruzione fonica di lotmaniana memoria, ma anche di un’inclinazione, a livello semantico, di quelli che sono gli abbinamenti di nomi e verbi, soggetti e predicati. Credo, forse io stesso figlio inconscio di uno strutturalismo scucito dai suoi effetti logici, che il testo non debba dover ripetere se stesso: le parole hanno un peso e le spalle del discorso devono essere linguisticamente robuste abbastanza da portarlo. Eugenio dispone di un buon vocabolario: “ci chiederemo ancora un po’/ chi davvero tu fosti,/ quale cuore si assopiva/ all’ombra della tua furia.” Ma al di là di ogni discorso di stile o retorica che di certo io non ho credenziali per fare, direi che quel che mi ha dato il “piacere del testo” fra queste pagine sia l’estrema corrispondenza fra la persona e il contenuto della sua proposta poetica: una lingua che per tutta la raccolta pochissime volte mi è parsa patinata, al contrario, si configura come la trasposizione per la vista di pensieri intimi senza essere intimistici, quasi mai sovrabbondanti. Io credo che se la metà della scena orale italiana avesse la consapevolezza che eugenio ha dell’ impalcatura di un testo in versi, i poetry slam in Italia – o almeno nelle nostra regione, le Marche – sarebbero davvero un modo eccezionale di veicolare la scrittura in versi, permettendone ricezione ad un pubblico degno e coinvolto. Eugenio, che frequenta quella scena, è bravo a non farsi “ingolosire” dalla facilità della ricezione di un testo, sa perfettamente il lavoro di cesello da cui ogni parola deve passare prima di essere ritenuta poesia: non è affatto scontato. Avverto sempre più, in certi tipi di ambienti, la pretesa che i versi debbano essere impattanti, transitare dalla bocca di chi parla alle orecchie di chi ascolta senza sforzo alcuno in una ricezione che si fa conditio sine qua non del valore dello scritto stesso. Questo, ad oggi, la poesia non può permetterselo. Eugenio ne è conscio. Perché la scrittura in versi sia una partitura che significhi, lo strumento voce è indispensabile esattamente quanto il lato semantico delle parole – spesso viene tralasciato il lato strettamente musicale nelle scritture di ricerca, altrettanto spesso le parole degli slammer si fanno un discorso di prosa, lineare, privato e privo di quello slancio di lirismo ed energia che invece credo fondamentale per una poesia riuscita -.  Collocare Eugenio in una geografia poetica marchigiana, già di sé tendente alla lirica da Leopardi in poi, può essere un’impresa non da poco. Io direi che oggi tripartire le linee, benché queste siano pur sempre categorie che devono aiutare a dare un nome all’esito linguistico del lavoro di un poeta, sia sì riduttivo come ogni etichetta, ma anche, a onor del vero, estremamente utile per sapersi orientare in un panorama che alla storia della nostra poesia è inedito. È il caso del periodo che viviamo. Lirica, oralità e ricerca sono “cassetti” dove inserire (al solo scopo, come già sottolineato, di comprendere) i risultati, i libri, gli atti espressivi dei poeti. Cito ancora da Fernweh di Eugenio Griffoni: “Esplodeva in gola la luna appena sorta,/  a morsi di salsedine riempivo la mia pancia,/ vorace come il fuoco che divampa fra le spine,/ folle come il santo nell’estasi celeste”. Simboli del genere, quasi verlainiani, non sarebbero possibili nella produzione scritta di uno slammer che non sa orientarsi con la penna e privo di un bagaglio di letture. Sono sicuro Eugenio legga molto molto più di quanto non dia a vedere: un poeta sincero che sicuramente avrà un ruolo non solo come organizzatore di cultura ma anche da voce propria. 


Fra poco non saranno più d’oro le vetrate

Fra poco non saranno più d’oro le vetrate.
Ormeggiata è la barca
che t’accolse le ossa nel buio delirantecon reti del pescatore copristi lo spavento –
alghe maleodoranti
e carcasse di granchio nel groviglio.
Fra poco non saranno più d’oro le vetrate.

con reti del pescatore copristi lo spavento –
alghe maleodoranti
e carcasse di granchio nel groviglio.
Fra poco non saranno più d’oro le vetrate.

Guarda come cambia la marea:
non è che l’incubo di plasma e oblio
ad avvolgere le chiglie e ingoiare,
i gabbiani impazziti a capofitto
ad annegare, deformi nel trapasso
sprofondano inanimati ed ecco
non sono più d’oro le vetrate.

Sordo il suono che sconvolse il colore:
ai piedi d’immense vertigini
spalancammo la gola: isteriche sfumature
di nero e più nero fondevano
squame e boe molluschi vernici:
e il bollire della vita forse sentimmo,
nella fornace di conchiglia
fra i cocci di rotaia.

Cadde su di noi l’ombra smisurata
ci vedemmo negli occhi.
Da secoli solitario dorme il palazzo:
“E’ un memoriale” ripetevi
fondendo le pupille nell’oro riflesso
che moriva nelle tue febbri:
“Accendo una candela per il tempo che verrà,
per la notte le miserie e tutte le clessidre
che ora vengono capovolte.
Ignori forse tu l’ombra che fruga mascherata?
Ricordi le parole che ti dissi quella notte?”

E fu per compassione che tornai a pregare.
Pregammo molte parolealcune sconosciute, altre proibite –
e con poche stelle solitarie infine ti calmai.
Aspettammo a piedi nudi l’arrivo del miracolo.
Scalò il mondo repentino prorompendo nel cuore.
Ancora per una volta insieme lo vedemmo,
che fosse l’ultima o la prima,
tramutato sulle vetrate – del cielo –
l’oro di Dio.

alcune sconosciute, altre proibite –
e con poche stelle solitarie infine ti calmai.
Aspettammo a piedi nudi l’arrivo del miracolo.
Scalò il mondo repentino prorompendo nel cuore.
Ancora per una volta insieme lo vedemmo,
che fosse l’ultima o la prima,
tramutato sulle vetrate – del cielo –
l’oro di Dio.

Ho spiato da dietro la persiana le montagne tramontare

Gigantesche, silenziose pale eoliche
spadroneggiano il nulla – la brughiera –
disseminati monarchi
su fosche necropoli di cardi e cemento.

Dove sono finiti tutti?

Ho spiato da dietro la persiana
le montagne tramontare, il lento
incedere di roccaforti
giù dal crinale,
fino al rosso più rosso al rogo
siderale: questa nostalgia
mi parla di te.
Tienimi la mano nel tempo che viene,
nel nero più nero che strozza le ore.

E passeranno ancora
mandrie di dune in sorda migrazione,
satelliti e comete come scaglie di Sole,
ma non passeremo noi amore
sotto l’arco dorato,
due Soli fuori orbita
nel cielo incrinato.

Sono dunque i nostri cuori
a turbare il mondo?
Così tanto ci promettemmo
prima di sparire.

Notte a San Ceriaco

Appoggiati si era sul muro della chiesa
e neanche pareva la notte, coi suoi leoni,
tanto era forte il biancore – della Luna
sul travertino. Ancora ti ricordo pallida e
lacerata, con mani fredde e poco tempo,
confusa nel paesaggio: c’era
il suono dei cantieri, di pochi gabbiani,
del buio del mare. Non ci volle molto
per dire tutto quello che andava detto.
Bastò azzerare le distanze
fra la tua mano e il mio petto, e morire.

L’attracco del Maestrale

Andrò a ritroso nella nostra corsa
fino al disgaggio, le gambe incrociate
dolenti – e gli occhi annegati nel vento:
di mare erano i tuoi, i miei
lontani sulle scogliere di Moher.
Tu non eri pronta – e neanche io.

A lungo lasciammo la sabbia
raschiare dal viso l’ultimo sguardo
finché un sibilo metallico
segnalò l’attracco del Maestrale.

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