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Francesco Filia | Poesie

a cura di Francesco Terracciano
da Il margine di una città (Il Laboratorio, 2018); La neve (Fara, 2012); La zona rossa (Il Laboratorio, 2015); L’inizio rimasto (Il Laboratorio, 2017); Parole per la resa (Carta Canta, 2017); L’ora stabilita (Fara, 2019)

Il margine di una città

XVIII

Vuoto logico di questo terrazzo aperto
su di un balzo di palazzi e voci rabbiose.
Le labbra si schiudono ancora nella gioia
di nominare le cose i volti lo spazio
che si stringe intorno alla gola,
nelle pietre di questa città che continua
a crollarmi addosso da millenni.

La neve

(I frammento, Napoli 2007)


… noi siamo già quel che voi
sarete domani

La neve, quella vera, non l’abbiamo mai vista
se non nella bocca a nord del vulcano
nei pochi giorni di cristallo dell’inverno come una minaccia
che ricorda quel che non abbiamo temuto abbastanza
ma il gelo, quello sì, è dentro di noi fino alle ossa
e lo sentiamo che morde le giunture e crepa le ossa
fino al midollo. Ce ne accorgiamo dai sorrisi tirati
dei passanti, dai gesti circospetti di chi vive per strada
dalle urla dei ragazzi impresse nell’aria, dal nostro esitare.
E non ci sono di conforto i nostri sogni agitati in piena estate
lo scambiare la notte per il giorno o il ricordo di una madre
il tepore della sua ombra. E se anche qualcuno di noi
si chiede qual è il respiro di queste strade, del loro teso
vibrare, della luce che apre spazio tra palazzi e i nostri
incerti passi affrettati rimarrà come un brusio di fondo
tra risate e un colpo di clacson. Tra misericordia
e cielo non c’è più tempo per esitare. L’assedio
è dentro le case. E’ tra la mano e il buio di stanze abbandonate
e non serve ritrarsi di scatto, anche le mura sapranno chi siamo
scrutando la paura nei nostri occhi e allora potremo solo obbedire
ascoltando il silenzio che si insinua tra il vocio e il magma di piazze
e strade, che invade portoni e giardini a mezzacosta, che copre
frammenti di dialoghi affamati di bocche e cuori e allora, tra vestiti
gettati e l’odore di arance cadute, saremo veri e senza età
come chi dovrà morire sul serio.

La zona rossa

Piazza Plebiscito- Marco -Primo Gennaio 2015

Non abbiamo avuto nulla di meglio dopo
è vero, ognuno di noi assiderato
in questo crepaccio di piazze e tempo,
in un mutismo attonito, occhi
sbarrati che scrutano dal nulla.
Un rimorso, il soffio di un’altra vita,
sfuggente, sfumata. L’artiglio dei giorni
che implodono uno sull’altro. Sembra vero
il brulichio di corpi nelle strade,
cataste senza nome di desideri e grida,
anche le nostre ombre, tra le infinite altre,
scivolarono su questi ciottoli di pietra lavica.
Non rimarrà traccia del filo di luce,
amore, bellezza, furore – Non so
ancora come chiamarlo – che ci ha legati,
l’uno negli occhi degli altri per un attimo,
per quella gioia mozzafiato. Ognuno
tradito, da se stesso e dagli altri. Ora,
con devozione e calma, non resta
che allargare i labbri della ferita
che ci tiene in vita, non resta
che inoltrarsi, silenti, nella resa.

L’inizio rimasto

La forza inaudita del vento
ci separerà le mani, sarà un nero sonno
a incatenarci le palpebre.

Ci fu un tempo in cui volesti
la fine delle coccole, delle mani
calde sul viso, dello sprofondare
tra i seni, del trattenere i capelli
tra i denti. Desiderando la precisione
del pugnale nella carne gli occhi
di lei indocili le mani indicanti
gli annunci siderali quel gelo diviso
in due, l’elemento alieno.

Ora non abbandonare questa mano
che è terrestre.

Parole per la resa

Stride l’apparire di ogni cosa
il dolce segreto del miele
la cima che lega le barche al silenzio
il profumo di sale nell’aria. La fune
del ritorno è spezzata, il nòcciolo
assediato del cielo crolla. Alghe
sulla riva come frantumi, come una peste.

L’ora stabilita

È troppo tardi per decifrare la
linea che divide un sorriso dal
suo ghigno. Un ultimo baratro
di parole non dette. S’immerge
a luce dei tuoi occhi in un
lavacro di tenebre.

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