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Danilo Mandolini | Sul viso umano

a cura di Lorenzo Fava
per Sul viso umano (l’obliquo, 2001)


“l’attimo muta il proprio dritto corso mentre i sassi lanciati nel vuoto lasciano ai sensi la deriva di un segno”

Quando prendo questi appunti sulle scritture altrui il mio intento è quello di chiarire a me stesso cosa penso di un testo. Leggendo “sul viso umano” credo che questo obiettivo mi sia particolarmente lontano, dacché la scrittura mi coinvolge particolarmente, almeno ora, a livello emotivo. Io credo che quando un poeta tramite la sola parola scritta entra così dettagliatamente a certe profondità umane di un lettore già assolve il suo compito: spostare un pizzico più in là la comprensione dell’anima. “Vasti cunicoli di silenzio ed aria / tra le pareti della casa dei morti / e le innumerevoli date incise / sul dirupo dei pensieri a venire / invocano il bianco straziato della neve / e la pelle cerulea di questa. // Resta il ritrarsi di un assopito segreto / qui, / una profonda ulcera di precarietà/ a custodia dell’ultimo atto trascorso / della vita, della muta meraviglia che agli occhi di chi osserva, altro non è / che la pena di tutti.” Se è vero che la grande poesia dice amore e dolore – amore e morte – con la precisione della lingua e gli accenti di un canto, che Danilo Mandolini sia un poeta lo si vede anche nella prosa, e con prosa non intendo solo un discorso che non va a capo, ma che assolve anche il suo stare nel libro con un andare descrittivo della scena, come questa a pagina 27, che descrive con precisione chirurgica un uomo che si rade la barba. La prima frase del testo, “il rumore dell’ennesimo aereo lo svegliò, come tutte le mattine, alle sei e quaranta” sono due endecasillabi e un settenario, un cantare classico seppur su rigo continuo che ha evidentemente connaturata la voce alla poesia, e forse davvero anche ad un modo di descrivere con la precisione della prosa e l’impostazione ritmica del verso. Si tratta di un argomento sostanziale, quello della morte, che richiede una coscienza della poesia vera e, forse, una maniera di staccarsi dal soggetto perché il tema rischia di portare via la bellezza dello scritto. Qui invece, leggendo, oltre alla prospettiva uditiva che chiama in causa elementi propri della poesia, in primis la cosiddetta tessitura data dalla ripetizione dei morfemi, si percepisce uno sguardo fisso, fino a quando spesso le chiusure portano il testo ad una profondità diversa, come quella di questo testo: “sapeva già che al tramonto, dopo una manciata di ore, avrebbe nuovamente pensato al tempo futuro e all’ultimo dei suoi sguardi”. Parlavo di prosa perché ritengo caratteristica fondante di una narrazione la capacità di “far vedere”. La prosa lirica chiede particolari abilità che non riguardano solo il canto e il metro, ma la precisione terminologica di cui di solito sono forti i narratori. Questo mi spinge ad inquadrare questo libro come la prova di uno scrittore a trecentosessanta gradi, che sa confrontarsi con la forma verso come col rigo continuo. Il libro, edito nel 2001 da un allora trentaseienne Danilo Mandolini, si inserisce in me come credo un tassello della grande poesia delle Marche, richiamando di questa terra i grandi maestri, come pure sottolineato nella postfazione, per quel metro che ricorre, da Leopardi in poi, negli scrittori che dalla terra che più gli è propria e nella poesia che lì si fa si sono distinti. Ma in questo volume l’argomento è di una portata che trascende di gran lunga la terra marchigiana e va a riguardare l’ineffabilità dell’esperienza e il suo ineluttabile finale. “Regna un solo cuore spaventato / là dove è pronuncia del tramonto / un semplice reclinare il capo; / là dove l’urto di più pesanti echi sfugge ad un’ incudine d’argilla / e ad un logoro martello di distanze”. I decasillabi, da versi pari, dipingono col tono della voce un chiasmo suono/senso che, se da un lato la metrica porta ad una cadenza cantabile, (la scena del tramonto che reclina il capo), dall’altro si dispone in una poesia che si chiude con la parola “distanze” correlata con “martello” che, con “un’incudine”, costituisce l’approdo alla materia di cui un sentimento di dolore ha bisogno per manifestarsi sulla pagina in modo rispettoso, degno, pienamente motivato. Correlare è in effetti un procedimento stilistico che caratterizza tutto il libro e che credo sia anche alla base del titolo stesso del volume, dacché il volto è quanto più del corpo ci designa. “non è caduto, è giunto improvviso seguendo l’intenzione o il freddo desiderio di pronunciare una parola piuttosto che un numero”. Questa è la chiusura dell’ultimo testo del libro, una scena che parla di morte in una maniera che mette luce sui dettagli – come la proiezione del corpo creata dalle luci- e rivela infine che all’esistenza umana sono care intenzioni e pronunce: sulla differenza tra i riferimenti di “parola” e “numero”, poi, si affaccia la polisemia della Poesia che accende l’interpretazione, interroga l’animo di chi legge e lo spinge a trovare se stesso. Come chiude la postfazione di Giovanni Commare a questo libro di vent’anni fa, “nessuno ci toglie l’illusione che una poesia come questa ci aiuta a guardare la vita con occhi nuovi, cioè con rinnovato stupore, quindi, forse, a vivere meglio”.

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