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Alberto Pellegatta | Ipotesi di felicità

a cura di Lorenzo Pataro
di Edgarda Golino
per Ipotesi di felicità (Mondadori, 2017)


La felicità del divenire

Un libro della poesia italiana del giovane poeta, Alberto Pellegatta, già noto ai lettori più smaliziati, con il precedente lavoro: L’Ombra della salute, merita attenzione: Ipotesi di felicità. Innanzitutto per il titolo matematico, si porge infatti con una ipotesi – per dimostrare una tesi: la felicità è la vita stessa. L’impronta filosofica si riconosce nell’incipit in prosa: «La confezione di questo libro procede per parti autonome e parziali. Perché il lavoratore, preso dalla smania di terminare il progetto, non fosse sconfortato dall’impossibilità di intravederne la fine. Solide fondamenta e piccole proporzioni attraversano l’infinita Cina». L’autore esplicita il procedimento dell’indagine e l’oggetto: l’infinita Cina, metafora dell’esistenza e del suo divenire. Ci viene in soccorso l’epistemologia di Edgar Morin e, nello specifico, il testo scientifico Vincolo e Possibilità di Mario Ceruti: nel vincolo, nel limite, solo nelle piccole parti è possibile la conoscenza umana, che è unicamente intersoggettiva. Traccia di questo materialismo ermetico è il termine «lavoratore». Ipotesi di felicità è un libro visivo, nonostante si radichi nel linguaggio, si dispiega con una dinamica ritmica audace e deflagrante, che si avvale di ipermetri ma anche di versi brevi per realizzare cadenze sincopate e nervose, rallentamenti e accelerazioni imprevedibili, tensioni e distensioni che torcono il verso e riecheggiano la fredda musicalità del jazz del Miles Davis elettronico: una sinestesia con le immagini personale e originale. L’opera registra i molteplici moti dell’animo in relazione alla natura, per questo richiede molteplici forme stilistiche.

Il lavorio poetico smacchia con coraggio il verso dalla letterarietà e lo restituisce a una forma originaria, per la quale l’impulso tonale è elemento primario, poiché trascina la parola e costruisce il senso – aprendo alla dimensione ludica, come nell’Apprendista: «Il lago emette luce nel disinteresse, / una frizione quasi melodica… Potremmo vederci da te alle tre mezzo e basta / da quelle parti l’acqua uccide i poeti romantici // e le abitudini si moltiplicano insostenibili». Accompagna una concezione del mondo in continuo divenire, all’interno della quale la vita stessa è un esubero: «Si inarca inconsolabile / l’azzurro ruffiano degli ospedali… Nei tuoi bicchieri l’acqua diventa asma. / Forse un esaurimento, su grandi ali / come un sollievo. Si battono bisonti nella nebbia». L’artificio viene volutamente esibito per distanziare il lettore e creare così un’alterità disturbante, mai rassicurante. Le immagini potrebbero persino essere definite realiste secondo l’accezione di De Longhi: «Un’intera migrazione scende a imbuto nella testa, quale reminiscenza scolastica. I funghi divagano sulle praterie del realismo e la meccanica degli antenati ruota sul tavolo di formica. Il sangue è imbottigliato». Nella sezione Pensare male, il poeta gioca con il lettore e con la poesia stessa («Altri diventano poesie pensando di essere poeti»), come anche in Anabasi e in uno dei movimenti del poemetto finale: «Non so se sia previsto l’amore senza sesso, a me basta / scrivere piccoli libri per essere in ottima forma… Indovinelli pericolosi e piante alto fusto / crescono intorno ai poeti, dove / non si ride: le finestre appannati dal sentimento / le nuvole scorreggianti, gli errori / di copiatura, le arance / spremute». In questo gioco l’autore fa capolino, con sottile ironia, e si disvela a metà.
Centrale è la sezione dei prosimetri dedicata agli animali, Zoologiche. Attraverso l’analogia (come in Acquario: «il gambero è un ingrediente prudente anche se scappa dall’acquario. I pesci, come sonnambuli, seguono i loro alibi»), la voce poetica ci consegna una prosa poetica universale dedicata agli uomini, antispecista, foucaultiana e insieme ostinatamente anglosassone. Una lirica che fa parte dell’appendice, proveniente da L’ombra della salute, colpisce in questo senso («Chi siamo? Chiede il quasiprete / quando piuttosto dovrebbe / domandarsi se per caso / siamo veramente») perché permette di fluttuare in un sogno a metà tra Calderon de la Barca e la teoria degli universi determinati, seguendo un procedimento circolare che va dal macro al microcosmo: «complessità elementari, / osmosi e strade e case». Si intuisce la sperimentazione sul verso di Zanzotto e la parentela con la sua impostazione filosofica: «Che sarà della neve / che sarà di noi? Una curva sul ghiaccio / e poi e poi… ma i pini, i pini, / tutti uscenti dalla neve, e fin l’ultima età / circondata da pini. SIC et simpliciter?».

Ipotesi di felicità è un testo anche di esuberanza malinconica: «A cosa è servito compilare saggi e versi / se poi si arriva questo? / Se il coraggio dei figli è la paura / dei padri e la maggioranza soffoca l’Italia intera?». A tratti civile, come in Finoccchio, manifesto gay e invettiva, o nella notevole Vacanze pagate: «Alla seconda passeggiata e alla terza lunazione / mi sono annoiato: / acqua nei laghi, penisole di lepri, troppo». Qual è quindi la radice primaria della felicità in questo esubero del divenire? Proprio l’animalità, anche erotica: «corpi che vogliono sudare / attutiscono le prospettive costiere».

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