Elina Sventsytska | La crisi di primavera. Seconda parte

15–23 minuti

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a cura di Giovanna Frene


Proponiamo oggi la seconda parte di alcune prose inedite, una sorta di diario dell’occupazione russa dell’Ucraina così come la poetessa Elina Sventsytska l’ha vissuta; la traduzione dal russo è della figlia della poetessa, che vive in Italia da vari anni. Ringraziamo l’autrice e la traduttrice per l’eccezionalità della testimonianza, donata in esclusiva a Inverso.


SPOSTAMENTI #94
Rubrica di poesie, parole sulle poesie e parole sulle parole


La mattina, di nuovo. Per tutta la notte la gatta gironzolava, agitata, sospirando forte e miagolando. Mi sono svegliata alle cinque del mattino: era seduta sulla sedia e mi fissava.

– Gatta, cosa vuoi? – avevo domandato.

Taceva e si limita a fissarmi in modo pietoso e impaurito. La nostra gattina simpatica e buffa. Si può parlare con lei, perché è silenziosa. Capisce tutto, perché è silenziosa. Mi ama perché è silenziosa. E io le voglio bene, perché è silenziosa. Faremmo bene anche noi ad essere tutti silenziosi.

Dobbiamo ripartire tra un’ora. Tocca a me, andare via, da sola. Mio marito è seduto alla finestra e cerca qualcosa nel telefono. Lo fa sempre. Non dice nulla. Ne abbiamo già parlato. Io me ne vado. Lui rimane. Grazie a Dio non vado da sola. Mia figlia mi aiuterà. Cosa dovrei fare se nessuno vuole che io rimanga? In questo paese servo a nulla, creo solo problemi.

Devo cercare di accettare tutto questo orrore. È davvero uno strazio: ogni minuto sbatto contro questa ferraglia, pezzi arrugginiti dalle punte acute. Strisciano sotto i miei piedi come coccodrilli in mezzo a un mare morto. Da un momento all’altro, le pareti della mia casa si sgretoleranno come sabbia. Tutto ciò che rimarrà sarà uno scheletro metallico e il vento che fischia, attraversandolo. E va bene, non ci lasciamo spaventare la mattina presto. In fondo siamo vivi, tutti quanti, e finché c’è vita, c’è speranza.

Tra poco arriverà la macchina che ci porta alla stazione ferroviaria. È tutto pronto, ma la gatta… Dobbiamo rimetterla nel trasportino. Lasciamola raccontare ora, io non posso, mi dispiace davvero, ma cosa posso fare?

Vogliono mettermi di nuovo in questo orribile cesto. Sta lì in mezzo alla stanza, puzzando di urina e polvere di strada…. Dove posso andare? Protettrice gira per la stanza, guardando in tutti gli angoli, rivoltando gli stracci…. 

Non mi troverà. Non voglio. Non voglio vivere in quell’orribile cesto. C’è un enorme armadio lungo la parete, è buio e polveroso. Se mi infilo in un angolo, senza fiatare…

Ma mi hanno trovata. L’armadio si sta scostando dal muro, ancora un po’ e mi acchiapperanno. No, c’è un altro angolo, sotto il tavolo! Presto, corro! 

Ma mi hanno presa e mi stanno portando via! No, non mi lascerò prendere viva! Ho gli artigli! Ho i denti!

Il sangue cola, il sangue della Protettrice e di sua figlia. Mi ritrovo in questa orribile cesta. Mi hanno chiusa dentro lo stesso, e mi portano chissà dove…

– È così che ci ha colpite, ci ha morse, ora sta calma,  dice la Protettrice. – E con un senso di dovere compiuto viaggia verso la Polonia.

Tutti ridono. Non c’è niente di divertente.

La macchina. Mettono il trasportino sul sedile posteriore. Cosa vuol dire: io vado, loro restano?

Protettrice si aggrappa al collo del marito, piangendo e strillando in modo orrendo, come una cornacchia. L’auto bubola come un gufo, si contorce, ondeggia, sferraglia e si precipita. Non resta  altro che l’asfalto freddo e grigio e la voce di Protettrice:

– Calmati, gattina, sono con te. Lascia che ti canti una canzone. “Mattina nebbiosa, mattina uggiosa… triste gattina sotto la nebbiolina”…

*

Di nuovo in autobus. Per molte, molte ore. Non si sa per quanto tempo. È una strana condizione: dormire e piangere, piangere e dormire. Le lacrime fanno solletico e tengono svegli. I pensieri si affollano, ma nessuno arriva al dunque. Sono sfinita. Il cervello è ora un enorme corpo poroso, pieno di lacrime, brandelli di parole, l’odore denso di vagabondaggi e ricordi che scivolano come ombre sul vetro della finestra. 

Fuori dalla finestra c’è la neve. I bambini piangono. Nella mia anima, quel pianto è come schegge di piatti rotti che girano e scavano nella polpa. Che polpa c’è nell’anima? Ma ora la sento: eccola qui, la mia anima, appena tiepida, tagliata dalle schegge.

Viaggiamo di spalle rispetto al senso di marcia… Se ci penso, sto andando indietro. Sì, sto tornando indietro: alla mia infanzia, all’impotenza, a quella casa da tanto tempo abitata dagli altri. Mi trasformo in quella ragazza spettinata e impaurita, spaventata da ogni rumore strano, sempre in ritardo su tutto, che si mangia le unghie da qualche parte in un angolo buio. Eccola, questa ragazza, nel suo piccolo mondo che è appeso a un filo quasi inesistente. Lei sa di chi è la colpa. Ma saperlo, non migliora le cose…

Meglio parlare con la gatta, ma si è addormentata. 

– Dormi anche tu, – dice mia figlia.

– Mi piacerebbe dormire. Vorrei che fosse tutto un sogno.

Una vecchia signora, mia conoscente, sognava spesso Pushkin. Se lo vedessi ora in sogno, cosa mi direbbe? Cosa gli direi io? Gli chiederei di raccontarmi una fiaba, ne aveva scritte tante.

– Ebbene, Pushkin, alla fine sei caduto dalla nave della modernità… dalla nave dei folli. Forse è meglio così. Mi butterei anch’io, ma come? La famiglia, la gatta, le lumache… ben ventinove!

*

In fondo è assai divertente, tutto quello che descrivo. Le mie preoccupazioni per la gatta, per le lumache in realtà sono minuzie. Ogni giorno vengono uccise le persone. Crollano le case. Vengono violentate le donne, mutilati e uccisi i bambini. 

Se ci pensate, tutte le mie lamentele non sono nulla di grave. Difronte agli eventi del genere, non si presta attenzione alle piccolezze. “Quando si taglia la legna, le schegge volano”. E così, volano le schegge: cani abbandonati sul binario, gatti chiusi a chiave negli appartamenti, persone offese per sempre… Nessuno si rammarica per i piccoli quando la vita si incrina e traballa.

Io invece sì. Anch’io sono una scheggia. Come un cane malconcio, una lucertola schiacciata e senza coda, una formica dalle zampette strappate. Eccomi qui a strisciare sulla terribile terra, alla ricerca di qualche tana, pertugio o fessura in cui nascondermi, per avvolgermi in qualche straccio, per sedermi, per aspettare che le ferite si rimarginino. Beh, non ‘ferite’, piccole lesioni. Non c’è molto da dire, ma ci sono persone che insistono a commiserarsi, lamentarsi, piangere, lagnarsi, mentre gli altri sono impegnati nella grande fatica bellica.


eppure, io sono proprio quel tipo di persona. Una sciocca infantile che sta seduta nella pozzanghera di acqua che ha appena rovesciato, piangendo e aspettando che qualcuno se ne accorga per compatirla. Poi arriva una donnona con un secchio e uno straccio in mano, spettinata, con una logora vestaglia, e sorridendo allegramente chiede:

– Chi è che se l’ha fatta addosso qui?

*

Stiamo di nuovo al confine. Tutta la nostra vita è ormai fatta di confine. Di nuovo la notte. Tutto è organizzato in modo da arrivare al confine sempre di notte. Fuori dai finestrini dell’autobus c’è un’oscurità densa, che vortica e si increspa, grandi uccelli neri si muovono in essa e volano come dei brandelli lanciati lungo la strada.

L’autobus si è fermato di botto: pare intenda restare così a lungo. La gatta chiede di uscire, è stufa di tutto questo. Apro il coperchio del trasportino, le dico:

– Gatta, mia cara, abbi pazienza ancora un po’. Ecco il confine: presto arriveremo a Przemyśl. Da lì andremo a Cracovia. Da Cracovia andremo… andremo da qualche parte. Avanti, avanti, sempre avanti, e alla fine arriveremo. Gatta, gattina, cosa posso fare per confortarti?

– Preparatevi per l’ispezione doganale, – dice la gatta con una voce maschile.

Mi sveglio. È vero: dobbiamo vestirci e uscire nella notte gelida per passare l’ispezione doganale. 

Usciamo, noi che stiamo in libertà vigilata da casa, dagli affetti, dal lavoro, dalle abitudini. 

Usciamo, noi, condannati alla vita con sospensione condizionale della pena. 

Condannati alla vita condizionale.

*

La Polonia è un paese freddo. Anche il confine è freddo. Molto freddo. Il vento in faccia. Perché c’è sempre il vento in faccia quando c’è la guerra? Sto di nuovo drammatizzando? Cosa saranno mai dodici ore in piedi alla frontiera? Non siamo altro che delle rane viaggiatrici impazzite.

Di fatto, è tutto a posto: il trasportino, l’acquario con le lumache che tiene mia figlia, la valigia con le rotelle. Solo neve, neve, neve. Ma ci faranno passare? Ci faranno passare, prima o poi?

Mica ci stanno per ammazzare, che gran fortuna! 

Nella fila davanti a noi c’è una donna di Kharkiv con sei figli e quattro gatti: non l’hanno lasciato passare perché non manca il certificato di nascita di uno dei suoi figli, il più piccolo. L’ha dimenticato a casa quando scappava di corsa. La casa è distrutta dal bombardamento. È notte fonda. Dove andrà? Con i bambini, i gatti, le borse… Ma non l’hanno uccisa, quindi va tutto bene! E poi, se fosse un bambino rubato? Non si sa mai…

Anche un anziano è stato respinto: manca qualche documento. Se non li hai tutti, sei molto sospetto. Però non l’hanno ucciso, giusto? Allora deve essere felice!

Aspettiamo seduti nell’autobus, mentre uno degli autisti viene sottoposto al terzo grado perché ha ancora la residenza a Donetsk. Ma ecco che torna e dice che possiamo proseguire.

È tutto a posto. È tutto a posto. È tutto a posto.

Ma perché ho la sensazione che siamo noi il nemico da combattere? 

Le nostre valorose guardie di frontiera, i nostri meravigliosi funzionari, i nostri coraggiosi soldati del fronte migratorio: cosa vi abbiamo fatto di male?

Sembra che siamo sempre stati i vostri nemici.

*

La Polonia è un paese molto freddo. Vento da ogni angolo, da ogni fessura, vento che ti fa cadere, che ti fischia nelle orecchie. La Polonia è un paese delle nebbie. La nebbia incombe sulla strada, la nebbia copre il sole, tutta la vita è nebbiosa.

Di nuovo abbiamo una sorta di casa. Un autobus per viaggiare molto a lungo. Gatta-gattina, vuoi raccontare tu? Le lumache si sono sepolte, non si vedono. Gatta-gattina, io dormo e tu racconta…

Di alle lumache che bisogna ambientarsi. È vero, che siamo lontani da casa, ma bisogna comunque ambientarsi. Possiamo nel frattempo guardarci cautamente intorno, e vedere il crepuscolo sempre più fitto, la strada alla luce dei fari dell’autobus che strappano all’oscurità delle strane macchie. Una sembra un corvo con le ali aperte, l’altra un cane nero arrabbiato, o una talpa in piedi. Ci da la sensazione di una caduta inarrestabile, senza volo, senza leggerezza.

Gatta, dì alle lumache che stiamo ripartendo e che viaggeremo a lungo. Che bisogna abituarcisi in qualche modo. Per ora non c’è nient’altro, solo la strada. Poi ci riposeremo e poi riprenderemo a viaggiare. Infine arriveremo. Dì alle lumache, gatta, che il peggio è passato.

Racconta alle lumache una favola, gatta. Una bella favola, leggera e spensierata. Noi non ne abbiamo più, di favole, niente da fare.

– Mamma, mamma, abbiamo dimenticato il ferro da stiro! Non abbiamo spento il ferro da stiro! – sento la voce di un bambino. Ecco, gatta, immagina cosa c’è lì adesso: fumo, fuoco.

– Sì che lo abbiamo spento, calmati… Anche se fosse, che differenza fa?

Che differenza fa, in effetti?

Il ferro è lì, sul tavolo, enorme e spaventoso, nel buio e nel freddo della casa abbandonata.

*

Pian piano si fa più caldo. Fuori dalle finestre galleggiano terre sconosciute. Lumache, lumache, siete vive là dentro? Le lumache non rispondono. La gatta piange nel trasportino. Su questo autobus bambini e gatti piangono molto. Gatta, smetti di piangere, parlami!

È così la mia Protettrice. Si agita sempre e fa agitare gli altri. Parlare con lei? Ma come faccio a parlarle da questa orribile gabbia? Quanti giorni sono già passati? Le parlo, e piango, parlo e piango. Preferisco ormai starmene tranquilla in un angolo, sarà meglio per tutti. Sono esaurita. 

Ora è tutto sottosopra. Un terremoto tutto il giorno. Uno o due giorni di riposo e poi un altro terremoto. Lo chiamano “evacuazione”. Pensano che avergli dato un nome porti chiarezza. Pure questa parola, quanto è lunga, appiccicosa, scivolosa!

Mi fa venire sonno. Tutto trema, ma io voglio dormire. Ora c’è un po’ di sole e un bel calduccio. Un gatto è seduto su una nuvola… Il mondo è stato creato da un gatto, è ovvio.

***

Eppure, le distanze sono una cosa strana. 

Io e mio marito siamo a Kyiv, quartiere di Darnitsa, sulla riva sinistra. Tranquilli. 

Mio marito legge le notizie:

– Oggi un missile ha centrato un palazzo ad Obolon’.

Io, calmissima:

– Embè? Sta chissà dove, dall’altra parte del mondo!

Io e mia figlia stiamo sulla strada verso Roma, vicino a Borgo Verde, ascoltiamo il telegiornale:

– Le truppe russe hanno bombardato il villaggio di Petrivtsy, vicino a Kyiv.

Scoppiamo a piangere, singhiozzando.

***

Pare che siamo arrivati. È di nuovo notte fonda. Ora tutto è al rovescio: dormiamo di giorno e di notte dobbiamo tirarci fuori dal sonno, cercare sotto il sedile gli stivali perduti, guardarci intorno con ansia, se non abbiamo dimenticato qualcosa? – e staccarsi dal tepore del bus verso la fredda strada, deserta e ventosa. Eccolo, il trasportino. Eccolo l’acquario. Tutti sono vivi, a quanto pare.

Sta per arrivare il taxi. Ombre, lampi di luce, aria calda e umida. La gente ci soprassa di corsa. 

Questo mondo ha l’audio in una lingua straniera. Improvvisamente mi rendo conto di essere in un paese straniero. Completamente straniero. Ora è reale. 

Strade vuote. Davanti ai miei occhi tutto fluttua, ondeggia, si muove e si mescola. Presto saremo lì. Manca poco.

Una stanzetta molto fredda. Freddo, di nuovo. La gatta, incredula, esce dal trasportino, annusa l’aria, fa qualche passo, alzando le zampette, si arrampica sul letto.

– Tranquilla, ora ci riscaldiamo, – dice mia figlia, accendendo il calorifero.

Il calorifero fa rumore come un motoscafo, ma fa ancora freddo. 

– Nulla, – dice la figlia, – non si può avere tutto subito.

Certo che no. Mai tutto. Men che meno il caldo. 

– Ti ricordi come dicevi quando ero piccola: “Dormi o ti ammazzo!”?

Sì, è meglio dormire. La sirena dell’ambulanza è come un antico predatore che percorre un’immensa città con l’infinita angoscia e ansia: cosa sono queste pietre qui, cosa sono queste creaturine insignificanti che si fanno a pezzi? Faccio un sogno. Nel sogno, mi sono persa. Non so dove andare, cerco di chiedere la strada ai passanti, ma non mi esce fuori che un sibilo. I passanti sono strani: uno porta un’enorme borsa nera tra le braccia tese, una donna dal volto grigio stringe un fagotto macchiato di sangue. Mi siedo a terra e piango. E di nuovo, risuona la sirena dell’ambulanza.

***

Ci stiamo lentamente riprendendo. La gatta ha dormito tutta la notte sulla mia pancia, ora cammina per la stanza e si sta ambientando. La gioia più grande è che tutte le lumache sono vive. Tutt’e ventinove! Le abbiamo salvate, protette dalla fame e dal freddo! Dopo un bagnetto con acqua calda sono uscite dai gusci, mostrando le antenne. Strisciano nell’acquario, mordicchiando i cetrioli.

Mia figlia affitta una stanza in un trilocale. Mi ha regalato una grande vestaglia di peluche per tenermi al caldo. Di giorno fa più caldo. Questo è il nostro approdo sicuro. Per quanto tempo? Nessuno lo sa. 

E non ha senso tirare a indovinare. Quando sono scappata dalla guerra per la prima volta nel 2014, pensavo che sarei tornata in quindici giorni, al massimo un mese. Poi è diventato chiaro che non aveva senso pensarci. Era palese, che la guerra non sarebbe finita prima dell’Anno nuovo. Infatti, non finì, né dopo il nuovo anno, né in primavera, né in autunno… mai. Quante cose stavamo costruendo… tutto è andato perduto. Allora perché pensarci? Lasciamo stare…

La stanza è come un tram. Eccoci qui, andiamo, andiamo, andiamo… Sembra che siamo arrivati, ma è come se stessimo ancora andando da qualche parte. Certo, possiamo scendere, ma ci porterà la salvezza?

Le case sono talmente vicine l’una all’altra che dalle finestre si potrebbe vedere cosa succede nella casa di fronte. Ma non si vede, le persiane sono chiuse. Le finestre rimangono cieche. Alle sette della sera in punto, da qualche parte al quinto piano, qualcuno inizia a cantare. Senza parole, ma a voce molto alta. Canta forte e stonato, come se chiedesse aiuto. Forse è davvero una richiesta di aiuto?

– Dimmi, cosa succede? – chiedo a mia figlia.

– C’è qualcuno con il canto nell’anima. – risponde pensierosa. 

Dovremmo dormire in qualche modo. Ma passa, stridente, di nuovo la sirena dell’ambulanza. Ogni venti minuti qualcuno sta male…

***

Le lumache si sono ambientate con più facilità. Ora hanno di nuovo una casetta sulla schiena. Sono al caldo. Nutrite. Tranquille. Non si preoccupano di nient’altro. Perché non sono una lumaca? 

Anche la gatta sta benone. Non le piace il freddo pavimento di marmo, ma può vivere sul letto. Raggomitolata, fa le fusa. A volte mi guarda con aria interrogativa. Perché non sono una gatta? 

Sono seduta sul letto con un sorriso stampato in faccia. Quante volte devo ripetermi che va già tutto bene? Ogni mattina mi dico duecento volte che va tutto bene. E a ripeterlo ancora una volta, scoppio a piangere. Invidio le lumache, i gatti, i pappagalli verdi tra le foglie di palma, i ratti, i serpenti, i vermi. Sono la casa per sé stessi. 

E io devo ancora abituarmi. Oggi andrò al supermercato per la prima volta. Da sola. È una soddisfazione, ma è una soddisfazione strana. Non ho più cinque anni! Ma mi sento molto peggio. Solo ora mi rendo conto che l’infanzia non può essere felice. È un periodo di impotenza e di paura di fare qualcosa di sbagliato. La mia infanzia non è mai finita. Entro nell’ascensore: quale pulsante devo premere? Oh sì… Esco dall’ascensore: attenta a non dimenticare di chiudere bene la porta.

E ora la parte peggiore: la strada. Anche se scelgo la direzione giusta, anche se giro dove dovrei, ecco il temuto incrocio. Il semaforo è rosso, ma la gente attraversa. Io però non sono di queste parti, preferisco aspettare il verde. Aspetto a lungo. Infine, attraverso. Finalmente!

Ancora, un passo alla volta. Un passo alla volta. Ora è importante fare le cose per bene nel negozio. Sono sudata, pallida, con i capelli scompigliati, il battito del mio cuore si sente pure fuori. Finalmente, eccomi lì. 

Dovrei sedermi, riposare un po’… Forse non va tutto così male? In realtà, non è affatto male! Molto tempo fa, in prima media, l’insegnante assegnata alla nostra classe, che di cognome faceva Vasiliuk-Hurova e portava uno chignon giallastro e le labbra rosse, mi disse:

– Tu, mentecatta, da grande farai un’attrice tragica. Basta con questa commedia! Sii ottimista, dopotutto!

Ci ho provato, onestamente. Li amo, gli ottimisti, ma di uno strano amore. Sono tanto positivi che mi viene da impiccarmi!

***

Stanotte ho sentito una sirena. Ho pensato che avrei dormito comunque, non sono a Kyiv. Ma ululava proprio come a Kyiv. Maledizione. Sono rimasta a lungo sdraiata, cercando di convincermi a dormire. Mi sono assopita, ma non profondamente. Poi la sirena è tornata. Questa volta è un’ambulanza. È ora di alzarsi.

La mia mattinata inizia con un canto. Non sono io a cantare, ma qualcuno nella casa di fronte. Dicono che sia un parrucchiere. Canta prima del lavoro, per creare buon umore. Ma sono le sette del mattino. 

La gatta dorme sulla mia pancia. Sta bene. Non può sentire quel canto straziante. Nessuno può sentirlo. 

Dovrei dormire un po’. Sarà una giornata pesante. Ogni giorno è come un mattone ora. Ora ogni giorno è come un sacco di cemento. 

Siamo qui in visita per un periodo non meglio definito. Dobbiamo vivere in qualche modo questo termine indefinito.

Quest’uomo nella casa di fronte, che canta per due ore al mattino e due ore alla sera, che canta stonatissimo ma non se ne fa un dramma, che forse nemmeno ama cantare; ecco, lui vive e basta. Sta solo vivendo la sua vita. 

Cosa dovrei fare io? Faccio un sonnellino mentre lui è in pausa. 

Quando mi sveglierò, continuerò la mia vita.


Elina Sventsytska, nata in Russia ma vissuta in Ucraina, è poetessa, scrittrice e ricercatrice nel campo della teoria letteraria, ed è autrice di numerose pubblicazioni artistiche e scientifiche.

Elina è responsabile della Cattedra di Filologia slava e giornalismo all’Università nazionale V.I. Vernadskij a Kiev: nel 2014, infatti, a causa della guerra vi si è trasferita da Doneck, dove fino a quel momento insegnava nella facoltà degli studi umanistici dell’Università nazionale.

Scrive poesie in ucraino e racconti in russo. È autrice di otto libri: collane poetiche, racconti e piccoli romanzi. Le sue opere sono state altresì pubblicate nelle principali riviste letterarie in Ucraina e all’estero. Le poesie ed i racconti sono stati tradotti in pollaco, inglese, francese, italiano. 

Ha ricevuto numerosi premi, tra cui il primo premio nazionale “Pianeta del Poeta” (Ucraina), il primo premio della Biblioteca Ucraina (Filadelfia, USA) e il premio nazionale di M. Vološin (Ucraina), nonché e il terzo premio del Concorso internazionale di prosa breve «Senza confini» (Barcellona, Spagna). È tra i principali partecipanti del progetto “Voices of Ukraine”: una serie di letture e discussioni con dei poeti e scrittori Ucraini, organizzato da Leslie Center for the Humanities per gli studenti del Dartmouth College (USA).

Elina racconta: «Sono tra quelle persone a cui la guerra è toccata in sorte ben due volte; infatti per due volte ho dovuto lasciare la mia tanto amata casa e scappare: nel 2014 da Donetsk a Kiev e ora da Kiev in Italia».

Nella sua poesia e prosa degli ultimi anni Elina non si limita a raccontare l’esperienza diretta della guerra, iniziata nella sua città natale e tutt’ora in atto. Rivela infatti le esperienze delle Persone, quelle chiamate “internamente dislocate”, quelle che dopo aver perso la propria casa si sono trovate costrette a spostarsi verso l’ignoto.  Dare voce a queste Persone è per Elina una missione speciale, un impegno personale. 

Ultimamente scrive le poesie in italiano, un modo della poetessa per integrarsi nella nuova cultura e società.


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