a cura di Giovanna Frene
cinque poesie da Nuovo inizio, con una nota di Antonio Devicienti (L’arcolaio, 2023) fotografia di Dino Ignani
SPOSTAMENTI #110
Rubrica di poesie, parole sulle poesie e parole sulle parole
“Gianluca D’Andrea appartiene per età anagrafica e per formazione a un tempo nel quale è stato il libro in forma di volume a permeare l’immaginazione e il modo di percepire il mondo; accanto al libro ci sono state la radio a transistor, la televisione (prima in bianco e nero, poi a colori, ma sempre analogica), il cinema (anche in forma di videocassetta e successivamente di dvd), lo stereo (anche in questo caso prima sotto forma di musicassetta e poi di cd) – ora invece le tecnologie informatiche e le rete, gli strumenti che usiamo normalmente, i nuovi tempi e ritmi sia vitali che mentali creati da tutti questi elementi hanno cambiato radicalmente il nostro modo di percepire la realtà e aperto nuove possibilità inedite.
Il poeta avvertito, ben consapevole di tutto questo accetta quella che, da molti punti di vista, è anche una sfida e ne assume il rischio: Gianluca (…) compone, ma anche monta, interconnette, incrocia momenti ed esperienze che conducono a una vera e propria esplorazione di spazi (che sono anche interiori, profondi, enigmatici, oscuri) i quali esigono un nuovo modo di porsi dell’io sia di fronte al reale che di fronte alle proprie percezioni e relativa rielaborazione mentale e verbale di queste ultime.
(…) È così che con un lavoro che so imponente e pazientissimo Gianluca ha scritto e montato le diverse parti del poema che appare, appunto, rizomatico, impossibile da scorrere soltanto pagina dopo pagina, ma ramificatissimo e deciso a interrogare l’enigma perché concepito dal confine che, ovviamente, presuppone un oltre (o molti oltre) inesplorato e sconosciuto. (…)”
(dalla nota di Antonio Devicienti)
I
Nella capsula, l'aria viziata
non era ancora stata incanalata
nel tubo di espulsione.
Guardavo con apprensione
eppure con distacco
l'acqua intoccabile dopo
che l'ultimo strato si era dissolto.
Fuori dalla piccola sfera
non avrei sopportato l'aria
se non per qualche ora.
Due o tre, secondo i dati acquisiti
alla console. L'acidità dell'atmosfera
era visibile all'orizzonte; la nebulosa
gialla copriva metà della visuale
e gradualmente la prospettiva
si restringeva, diminuiva l'opacità.
Un senso di spossatezza accompagnava
la curiosità di vedere ogni evento –
solo con la giusta attenzione
avrei avuto la possibilità
di ricostruire i particolari
nella memoria. Dal vivo,
per così dire, senza il filtro
dello schermo se avessi registrato.
Mi addormentai comunque. Al risveglio,
dopo qualche ora, rilevai
che l'evento era ancora in corso.
Mi feci ricadere sul letto rigido
posto dietro la console, come
in ogni capsula, e provai a ricordare
l'origine dei fatti.
II
Nell’organizzare i ricordi ho sempre avvertito un disagio. È improbabile ricostruire in maniera lineare le vicende perché devo provare a guardare dentro a un luogo che non offre orientamento: la condizione di spettatore e interprete è già introiettata e si riproduce all’esterno.
Mi sono sempre chiesto da che cosa dipenda la selezione dei ricordi: perché la coscienza setaccia proprio alcuni punti della mente e qual è il senso di questa necessità di ripristino? Oltre la retorica del perdersi e ritrovarsi a rendersi evidente è l’affioramento: brani di vicende, brandelli di esperienze riemergono e producono una scissione. Dal trauma della propria estraneità, accettandola incondizionatamente, scaturisce il ricordo. La resa all’alienazione perpetua il racconto, più le condizioni sono critiche, più abbiamo bisogno che il vissuto sgorghi, irradiando verosimiglianza.
La minaccia della catastrofe è stata per secoli un alibi collettivo, un fiume esondato che ha qualificato la presenza come contrappeso della scomparsa, della paura. Così il ricordo nasce dall’intimidazione costante della fine. L’origine dei miei ricordi dipende dall’avvento della fine, quindi non posso non soffermarmi sui momenti che ne hanno maturato la percezione.
XI
La svista
è il lavoro
la distanza
è stordimento
quest'opera ininterrotta
questo ripetere lontano
questo spostamento di segno
questo ripetere i riflessi,
è mondo
l'intimità
il cuore
di una cellula
la fine messa a fuoco
sull'immagine
che scorge il salto del mostro
lo sprofondo.
Io sto in attesa del salto, guardando con tutti gli occhi che ho a disposizione, per distrarmi dal vero o usarlo come passatempo, magia, un po’ custodia, un po’ testimonianza – per stordire la noia della fine.
XXX
La luce nello spazio creava disegni,
in un filo di distanze...
...espropriava il paesaggio siderale
come un riflesso di luna
sull'acqua...
...anche del vuoto non resta che un riflesso
prima del prima...
...un'ora dal risveglio: nessuna ora specifica,
nessun orientamento, da dove arriva
il senso di spossatezza?
Nessun riflesso dalla mia postazione, intendo che anche il passato – la sua nostalgia? – è stato risucchiato dal presente e dal vortice appare una superficie, un disegno delirante che nasconde la sue soglie e non importa la direzione dei messaggi purché riempiano il mio tempo libero, sempre più libero, incalcolabile.
È piacevole immaginarlo tale e aver trasferito l’incombenza, la sua scadenza, su supporti insensibili alla fine. Perché è la fine che non deve preoccupare, per ridurre ogni necessità, ogni tensione, ogni rincorsa alla perdita, ogni “senza”.
Espropriare il paesaggio, lo spazio del sentirsi in “essere”: riempiva, versava, svuotava le ore – la compravendita era un compito degli strumenti – lui, nella sua capsula, era protetto, nessun imprevisto poteva scalfirlo. Galleggiava finalmente senza peso, regalato allo spettacolo, ai dati, al riflesso che riflette la propria messinscena per un pubblico ristretto, unico.
(dalla sezione Lo spettacolo della fine)
IV
Potremmo non distinguere fra realtà e rappresentazione, almeno questo era uno dei problemi in discussione nel mio presente, cui si aggiungevano quelli energetici e ambientali. Riflettevo su realtà e rappresentazione perché le ombre sulle pareti assumevano forme sempre meno vaghe. Immaginavo o vedevo animali stilizzati. Scene di caccia preistoriche, come qui graffiti negli anfratti delle grotte.
Cadevo dalla superficie delle pareti dentro le ombre. Con maggiore intensità si aprirono altri ricordi, sovrapposti a scene brutali in cui persone amiche erano franate, schiacciate su asfalti e rocce dentellate e i corpi, in una pioggia gravitazionale, finivano adagiati dopo tonfi fragorosi.
(dalla sezione Nuovo inizio)






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