Sotirios Pastakas – Sulla contemporaneità e oltre

Il discorso di Sotirios Pastakas al Premio Internazionale Nord Sud della Fondazione PescaraAbruzzo, pubblicato sulla rivista Poeti e Poesia, n.40.

La nostra contemporaneità comincia il 6 Agosto 1945 e finisce nel 2015 con il flusso di oltre un milione di emigranti verso il continente europeo. Dopo l’esplosione della bomba atomica su Hiroshima, il mondo è stato affascinato da qualcosa che ha finito per erodere lentamente il suo interesse per le arti, e dopo la recente ondata migratoria sono nate nuove esigenze per quanto riguarda la diffusione e la comprensibilità dell’opera d’arte e della poesia.
La mia opinione personale è che il travaglio, di cui soffrono tutte le arti al giorno d’oggi, non è dovuto ai luoghi comuni che sentiamo quotidianamente: la crisi degli autori, la debolezza delle opere, la scarsa attenzione dei media, i ragazzi che non leggono ecc, ecc. Nel corso degli anni ho consolidato la mia convinzione personale che le arti hanno cessato di sorprendere la gente comune. Il rapido sviluppo della fisica e della scienza in generale ha spostato lentamente l’interesse dall’arte alle realizzazioni tecnologiche. Le conquiste della scienza negli ultimi 50 anni, così spettacolari, è come se si fossero fissate inconsciamente nell’ immaginario di noi tutti, in modo tale da sostituire la sorpresa, fino a poco tempo fa prerogativa esclusiva dell’arte, con le conquiste della Fisica, Biologia, Medicina e Informatica.
Il poeta sembra non essere toccato da questi cambiamenti: bloccato in una routine, che spesso è ancora più misera e infelice di quella dei suoi lettori, dissipa il suo “canto” in esperienze quotidiane banali. Il suo dire non ha più la giustificazione dell’unico e dell’ irripetibile. Tanti piccoli “io” cercano l’affermazione personale, vedono l’ arte della scrittura come alibi alle loro vite mancate.
La poesia è un debito. Il poeta deve essere consapevole che si assume l’onere gravoso di parlare per gli altri, di dare loro la voce. La nostra contemporaneità è stata giocata tutta sulle cose già scritte precedentemente: abbiamo scritto sulle cose già scritte. Le arti si sono isolate rivolgendosi solo agli addetti ai lavori. Così abbiamo visto i pittori dipingere solo per i pittori, i poeti scrivere solo per i poeti.
Sono venuti a mancare il connubio tra le arti, le discussioni e gli scontri fertili sul fare arte indipendentemente dalla disciplina che ognuno segue. Si è perduto quel comunicare tra saperi e linguaggi che è stato il carburante e la spinta propulsiva per fare poesia nei secoli. Per non parlare del fatto, ancor più grave, che i poeti non si fanno compagnia neppure fra loro, per cui figuriamoci se si intrattengono con matematici, musicisti, architetti e psicoanalisti. La fragile identità dei soggetti che “fanno poesia” impedisce loro di mettersi in rapporto con altri deboli soggetti poetici, semplicemente perché sentono la presenza dell’altro come una minaccia personale, un attacco nemico al loro onnipotente, e perciò fragile, io.

La nostra contemporaneità, durata 70 anni, è prossima a finire. Il nuovo poeta è già in cammino, come diceva Alfonso Gatto, e viene dall’Africa, dal Medio Oriente, dalle distese dell’Asia. Sarà povero e la sua immaginazione seminerà il campo, già tante volte arato, dell’Europa con nuovi semi. Una volta il poeta aveva l’obbligo di essere impegnato, di scrivere di politica. Passata la contemporaneità e nel vuoto assordante della politica, in “tempi di antipolitica”, il compito del poeta è semplicemente fare poesia, mantenere viva la fiamma della candela, custodire e difendere le cose altissime fatte in letteratura, con la speranza che ci sarà una nuova era.
Non possiamo più aspettare. Bisogna finirla con il poeta preceduto da un trattino:
“-poeta” (dove prima del trattino, mettete pure quello che vi pare: medico, avvocato, professore, accademico ecc), e dare il benvenuto al Poeta con la “P” maiuscola.
Non concepisco la poesia come rifugio, ma come luogo di combattimento. La poesia sta sugli spalti della vita quotidiana, della vita sociale, della battaglia per la giustizia e l’uguaglianza, contro la futilità dell’eros e della guerra.

Una poesia da leggere a voce alta, con energia col poeta che sta in piedi di fronte alla gente. Un ritorno alla oralità primordiale della poesia, non solo al momento della sua lettura, ma addiritura durante la sua creazione: una poesia che viene pronunciata verso per verso, parola per parola direttamente dalla bocca del poeta ai suoi ascoltatori. Il poeta deve tornare a essere uno che sta in mezzo alla gente, e non sul podio delle Accademie che ha saputo costruire la nostra contemporaneità morente.
Auspico una Poesia escatologica che prenda ancora una volta il primo posto nelle nostre emozioni. Andrej Tarkovskij è l’ultimo poeta che ci ha indicato la via: il Poeta (con la P maiuscola, prego) è il cacciatore testardo dell’ assoluto. Per inseguirlo è disposto a sacrificare se stesso. Solo quando l’artista sarà disposto a inseguire l’assoluto e offrire in sacrificio per il bene dell’ Arte la sua esistenza personale, solo allora saremo di nuovo poeti.
Fino ad allora, fino a quando non si manifesteranno questi giovani artisti (nella musica, nei film, nella pittura, nella poesia, nel teatro), l’ Arte rimarrà comunque un prodotto di consumo ad opera di vari servizi culturali, e continuerà a essere molto indietro rispetto al passo della gente.

Nel cambiamento a cui stiamo assistendo, come conseguenza del venire meno dei confini tra privato e pubblico, natura e storia, individuo e società, è la poesia che oggi può sfidare i rischi dell’antipolitica, del populismo, della rinascita dei fondamentalismi religiosi, del ripiegamento sui valori tradizionali di famiglia, patria, nazione, razza. ecc. Tra tutti i linguaggi che conosciamo, la parola poetica è quella che con più spudoratezza può far cadere difese, steccati messi a riparo delle “viscere della storia”, intrattenere un “corpo a corpo” con i gesti banali della quotidianità, con le esperienze più indicibili del corpo, delle passioni che lo attraversano e, al medesimo tempo, con la distruttività del mondo: dalla guerra, alla fame, alla povertà, al saccheggio delle risorse naturali. Nell’accogliere le esperienze più comuni dell’umano, la poesia può essere vista come un ponte che, al di là di tutte le differenze, fa sentire “cittadini del mondo”. Nel momento in cui suscita emozione, entusiasmo, sorpresa, si può dire che dà identità non tanto al suo creatore quanto alle persone che la condividono. Lo scrittore è l’operaio delle parole e il suo lavoro è mettere paroline nelle bocche degli uomini, per piangere i propri morti, per fare gli auguri al matrimonio della propria figlia, per protestare di fronte alla situazione politica e all’ingiustizia.
La poesia può trovare un insolito fremito vitale, aprire la strada a nuove forme di solidarietà, là dove crollano certezze, valori considerati inattaccabili, promesse di benessere e felicità, ma deve avere lo sguardo del vagabondo e del nomade che afferra il meglio che può dagli uomini e dai luoghi.

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