La bellezza si può solo toccare – Intervista ad Antonio Nazzaro

Intervista a cura di Pietro Romano

1. Da quali esigenze muove la tua poesia?

Dall’esigenza di non poter vivere solo. Dal bisogno di condividere un istante con l’altro, non pensare a qualcosa di complicato, ma al semplice cenno di un passante sconosciuto che ti fa riconoscere.

Senza l’altro non siamo e quindi la poesia è un dialogo con uno sconosciuto che ci fa conosciuti.

2. Come nasce Amore migrante e l’ultima sigaretta?

Sono sempre stato restio a pubblicare le mie poesie, tant’è che questa mia prima silloge arriva nella mia piena giovinezza di cinquantacinquenne. Attraverso la pagina del Centro Culturale Tina Modotti in Fb le mie poesie hanno iniziato a girare in rete, sono arrivate le pubblicazioni su riviste  letterarie sia in Italia che in Latino America, ci sono stati gli inviti a diversi Festival di Poesia, e il libro, nel bene e nel male, è diventato un elemento fondamentale, quasi un corredo necessario.

Amore: è il centro del nostro esistere. Non parlo dell’amore personificazione che guida il mondo, ma di quello che viviamo e sentiamo o sogniamo attraverso le persone che ci circondano, quell’amore che ci fa rocce bianche nel cielo in assenza di vento.

Migrante: è la parola che ha segnato la mia vita, una famiglia originaria del Sud Italia, delle Puglie, trapiantata a Torino. Adesso ho imparato che “terrone” vuol dire emigrante, che non è un aggettivo, ma un nuovo stato in cui vivrai per sempre: Straniero.

L’ultima sigaretta: il mio essere simile allo Zeno di Svevo, nell’incapacità che mi porto dentro, nel rapporto con quell’ultima sigaretta che sai non sarà l’ultima, pur sapendo che ti farà male e il voler in qualche modo sottolineare e voler l’indicare una realtà precaria ma vissuta sempre a fondo e coscientemente.

3. Qual è il rapporto tra la poesia e l’essere migranti? Che cosa sono per te le radici?

La poesia è essa stessa nomade, viaggia nel momento che l’inchiostro o la tastiera ne trasmette la parola. Si pensi a Dante che solo a pochi amici passava copie dei canti scritti a mano. La poesia è un emigrante che solo nell’incontro con l’altro trova il suo compimento. Altrimenti sarebbe come una canzone senza musica. Le radici sono la cultura che ci portiamo dentro, radici che quando incontrano anche solo un mucchietto di terra, se è buona, ti fanno germogliare ovunque, perché sono radici profonde, che non solo danno una possibilità di vita ma creano vita.

4. Scrivi: «La sigaretta di sempre/il posacenere tazzina/lo schermo che riflette/le dita che disegnano parole/E non so cosa sto facendo./Forse una vita da appendere/o appesa/è quel che resta». Mi desta interesse l’uso che fai del verbo “disegnare” in rapporto alla parola. Dice tanto della tua poesia, sempre alla ricerca di visioni, esperienze, sensazioni che riconducano a una vita in continuo movimento. Come percepisci l’altro in questo tuo continuo peregrinare? E cos’è «quel che resta»?

Se potessi sostituirei la parola disegnare con fotografare, per me la parola non ha un valore solo polisemico ma un valore fondamentalmente di immagine e di suono, in questo, con le dovute distanze e con grande rispetto, mi sento legato a Dino Campana. Sono figlio di una dinastia di fotografi e di un’epoca senza digitale. Le foto erano e in parte sono la forma di raccontare e raccontarsi di un’intera famiglia. L’altro è quello che da senso al viaggiare, che non è spostarsi da un posto all’altro, ma avere la capacità di ascoltare chi incontri. Viaggiare è sedersi e aspettare per ore che arrivi un autobus, in un paesino sperduto del Messico, ad esempio, e dopo un paio d’ore ritrovarsi in mezzo a un gruppo di sconosciuti mangiando e ridendo come se ci si conoscesse da sempre allo scoprirci. Quel che resta è l’ostinata voglia di vivere anche di fronte alle sconfitte che ti ritrovi nelle tasche attraverso gli anni. Quel che resta è una realtà che sembra non corrispondere più a nessuna visione, è un vuoto da riempire più con fatti che con speranze e quindi un luogo dove l’illusione si fa malinconia. Ma poi in questo “quel che resta” chi decide colori e ritmo è sempre la vita e non si può non ballare e non restare abbagliati, meravigliati.

5. «Affitto il cuore/ per pochi soldi/ e regalo gli occhi/ le mani non sono in vendita/ La bellezza si può solo toccare». Saresti disposto a cedere il cuore e gli occhi, ma non le mani, per la bellezza.

Credo che questa poesia sia quella che più mette a nudo l’influenza della cultura latinoamericana nel mio scrivere. Il suo aspetto di carnalità dell’esistere, che non è il sesso facile dei turisti ma è la visione che si vuole avere della sessualità di queste terre dove il sentire la bellezza dell’altro, non importa se uomo o donna, è data dal trasmettersi anche solo nel saluto, da un abbracciarsi, da un contatto fisico, la bellezza semplice dell’incontro con un amico non si può trasmettere senza il toccarsi. Dentro di me sento il sogno di fare una poesia, che si possa toccare o meglio sfiorare come una fotografia e sentire la parole come sfiorando un bassorilievo.

6. «Dell’innocenza ho la speranza/ che un giorno saremo uomini/ e apriremo le braccia/ Come le finestre al mattino». Perché si incontra tanta difficoltà ad aprirsi oggigiorno? E che cosa vuol dire per te essere uomini?

Perché abbiamo un mare di cose inutili da difendere e siamo riusciti a farle diventare più importanti del vivere o peggio le confondiamo con il vivere. La precarietà ovvero la realizzazione in negativo del “pensiero debole” di Vattimo nella realtà attuale, la caduta delle grandi ideologie doveva aprirci a un’epoca di pensieri meno totalitari e più solidali invece stiamo vivendo esattamente l’opposto. Il potere sa usare l’egoismo e l’ignoranza dell’uomo in un modo fantastico. Siamo così presi da questa vita da La roba di Verga, tanti piccoli Mazzarò, che non sappiamo neanche più ribellarci. Non so cosa voglia dire essere uomini ma credo che l’onestà sia la chiave di tutto, soprattutto l’onestà di dire: “mi sono sbagliato”.

7. In un’intervista rilasciata a Pangea, leggevo che sei stato costretto a lasciare il Venezuela a seguito del tuo libro, Appunti dal Venezuela. 2017: vivere nelle proteste. Qual è stata la tua esperienza? E adesso cosa fai? Dove ti trovi?

La cosa più divertente sono state le minacce via mail dei circoli chavisti in Italia dove mi tacciavano di fascista per denunciare un fascismo che usava le bandiere rosse e assumeva ogni giorno un atteggiamento sempre più militare e dittatoriale. Questa nuova estrema sinistra che dimentica la sua origine sui fatti di Varsavia e oggi difende i carri armati russi.. Poi sono arrivate le minacce per strada, le aggressioni verbali e non solo, organizzate dagli squadristi dei circoli bolivariani. Sono comunista da sempre, direi per nascita, tutta la mia famiglia di fotografi ha iniziato la sua carriera nell’Unità, persino io il primo lavoro di giornalista l’ho avuto in quella che era la televisione del PCI. E di colpo mi ritrovo perseguitato dai difensori della rivoluzione mai avvenuta: Chavez vinse l’elezioni alcuni anni dopo aver cercato di prendere il potere con un colpo di stato militare. Questa poesia scritta su quei momenti che farà parte del mio nuovo libro Corpi Fumanti che uscirà qui in Colombia alla fine di gennaio:

La casa che aspetta si disegna tra strade che attraversano oceani e le onde s’infrangono su marciapiedi forse tutti uguali.

Non si lascia una terra per cercarne un’altra, si cerca una terra solo quando non ne hai una.

Distrattamente, passando il tram ricorda che non ci sono fermate, si corre dritti al deposito. La casa che aspetta è una parola appesa, dondola il lampione in assenza di vento.

Pensa: né italiano, né messicano, né cubano, né venezuelano. Un filo tagliato che allaccia tram troppo lontani per avere un solo capolinea.

Caracas è la casa del mattino che si sorprende inondata di luce. L’Avila guarda dalla finestra e aspetta.

Prima dell’alba si scrivono i requiem

quando non sai se il buio finirà

quando la voce è bassa per sentire i morti

e non svegliare i vivi

piegati nell’atea preghiera

di trattenere l’oscurità

e non ci sia altro mattino di pianto.  

Il ricominciare è un mantra della mia vita, ma se devo essere sincero sono stanco. Adesso vivo a Bogotá, sono il rappresentante in loco della casa editrice RiL del Cile e allo stesso tempo organizzo incontri sulla poesia italiana, presto vedrà luce la prima collana editoriale dedicata alla poesia italiana, sia contemporanea che classica,  nella storia dell’editoria Colombiana.

8. Curi la pagina del Centro Cultural Tina Modotti e operi nel campo della traduzione. Che cosa significa per te “tradurre”?

Nel libro Cuerpos Humeantes la traduzione ha avuto un ruolo fondamentale ma si potrebbe dire al contrario. Infatti con la poeta colombiana Michelle Rincón abbiamo lavorato sui testi in spagnolo e poi abbiamo “sistemato” i testi in italiano secondo le varianti apportate al testo in spagnolo. Tradurre è la perfezione dell’incontro quando due sconosciuti, con lingua e quindi cultura differente, s’incontrano e creano un ponte che permette anche agli altri di vedere l’arte come creatrice di un territorio d’incontro. E permettere all’altro di far sentire la sua poesia ad altre orecchie e farla sentire al suo come qualcosa che comunque non è stato tradito, ma che resta la sua poesia. Non importa se la poesia suoni bene nella traduzione, ma quel che conta è che rifletta il più possibile la voce poetica originale.

Tradurre è essere uno sempre in due: quasi come non essere mai da solo.

Antonio Nazzaro (Torino 1963), Italia.

Giornalista, poeta, traduttore, video artista e mediatore culturale italiano.

Fondatore e coordinatore del Centro Cultural Tina Modotti.

Nella rete sociale Facebook: https://www.facebook.com/centroculturaltinamodotti/

Nel sito web: https://cctm.website/

Collabora con la rivista italiana di poesia Atelier e con la rivista Fuori/Asse e Laboratori Poesia.  È responsabile della collezione di poesia per la casa editrice Edizioni Arcoiris Salerno.

Collabora con la rivista venezuelana Poesia e la cilena Ærea e ancora con la rivista argentina Buenos Poetry. Ha pubblicato nel 2013 il libro “Odore a, Torino Caracas senza ritorno”, edito in italiano e spagnolo e nel 2017 “Appunti dal Venezuela. 2017: vivere nelle proteste”, libro che gli è costato l’esilio in Colombia; entrambi i libri per la casa editrice Edizioni Arcoiris Salerno.

È stato tradotto e pubblicato in differenti antologie nazionali e internazionali.

Ha tradotto: il libro del poeta argentino Juan Arabia, edizione bilingue, ”Il nemico dei thirties”, Samuele Editore, 2017

Link per l’acquisto del libro:

https://www.edizioniarcoiris.it/lontani-da-qui/148-amore-migrante-e-l-ultima-sigaretta.html

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