Gianni Ruscio – Heisenberg, la poesia

“Il principio di indeterminazione di Heisenberg afferma che la posizione e la velocità di una
particella non possono essere misurate simultaneamente con precisione arbitraria. L’atto
stesso dell’osservazione altera il comportamento degli oggetti osservati. Tanto più è grande la
precisione con la quale si misura la posizione di una particella, tanto più sarà indeterminata la
sua velocità. E viceversa. Lo stesso accade per altre coppie di grandezze misurabili, come
l’energia e il tempo.” Fonte: Ovo.com
La poesia, a mio avviso, funziona in un modo simile, essendo questa composta della stessa
sostanza dell’energia e del tempo. Nel nostro intento di stabilirvi una relazione, essa cambia
inevitabilmente, e inevitabilmente noi dobbiamo rimanere in ascolto. Scrivere è un po’ il
tentativo di centrare un canestro che cangia forma e posizione ogni volta che azzardiamo un
tiro. La palla stessa è soggetta alla medesima sorte. Essa può rivelarsi contemporaneamente
passato presente e futuro, così da darci modo di prevedere grosso modo le sue intenzioni (per
cui è necessario un grande salto nel vuoto in cui la mente è chiamata ad espandersi a
dismisura facendo esperienza della sua vulnerabilità), ma questa operazione delicatissima
richiede uno sforzo da parte di chi vi entri in contatto, perché deve essere disposto a viaggiare
alla cieca, a porsi delle domande, ad aprire gli occhi nel buio per cercare l’unico spunto di
luce, per seguire una scia. Lei, grande giocherellona ipersensibile, è soggetta alle leggi
probabilistiche della fisica quantistica, e non potendone prevedere nello stesso momento tutte
le traiettorie nello spaziotempo, il legame che ci è dato di vivere nei suoi confronti è
pressoché frugale, remoto, estemporaneo. Entrare nello spaziotempo poetico vuol dire essere
attraversati per un breve istante da un quanto di infinite possibilità. In poche parole è come
dire che fare poesia è impossibile, anzi, che la poesia stessa è impossibile. Essa in effetti
spesso si trova dove non ci si aspetta che sia. Dove è assente, c’è. Dove è probabile trovarla,
non è presente. In pratica ha senso parlare con lei solo se si gioca al gioco di non giocare al
gioco, ha senso (se senso si può dire) parlare di lei solo se ci si affaccia al grande nulla, nel
vuoto di tutte le cose, là dove pulsa la materia divina nella sua forma primordiale, e nello
stesso tempo dove essa stessa è pure costante divenire. Noi per l’appunto possiamo solo
sporci ed esporci, contemplarne la scia, o per un breve momento trasformarci in quella scia,
diventando dei pronosticatori. Per il resto non facciamo altro che provare a fare ordine. La
credibilità delle nostre vetrine intellettuali è pari allo sforzo che compie la ballerina di danza
classica per apparire senza peso, senza sforzo, dissimulando in un nanosecondo l’enorme
mole di fatica che compie, e di cui ha memoria. Questo m’insegna che solo attraverso la
dedizione è possibile entrare in comunione con la bellezza. La bellezza che solo dal nulla può
affiorare. È in questo nulla, solo in esso, che ha senso cercare la Parola. Essa è verità. È l’altra
faccia dell’universo. Quella su cui ci è stato concesso di posare un autentico, seppur furtivo,
sguardo.

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