Mario Famularo – L’incoscienza del letargo (Recensione di Giuseppe Meluccio)

Non si tratta della raccolta di poesie più bella che abbia mai letto. Ma – proprio per questo? – la preferirei alla maggior parte della produzione poetica italiana di questo secolo. L’incoscienza del letargo di Mario Famularo (Oèdipus, 2018, prefazione di Luca Cenacchi) è tutt’altro che una mera esibizione di finezza artistica o un diario di episodi della propria vita messi in versi giusto perché… i versi fanno ‘poetico’ (o perché tali fatti siano intrinsecamente ‘poetici’). “La poesia è poetica” sembra essere infatti un cancro che cresce da diversi decenni, ma, a differenza di una generica tautologia che in definitiva non ha accezioni positive o negative – semplicemente è vuota e inutile, quella suddetta caratterizza invece in modo gravemente negativo la poesia più recente (e apparentemente ne giustifica pure l’esistenza e la rilevanza). L’incoscienza del letargo, come detto, è tutt’altro e in questo contesto rappresenta una vera boccata di aria fresca, anzi è un respiro profondo con il fine di condurre a un’ancor più profonda espirazione.
Il fine, ecco, è proprio quello a fare la differenza: le poesie di Famularo non sono rappresentazione di esperienze, non chiedono al lettore di essere ammirate per la gradevolezza della forma o del suono di decine di parole circoscritte in qualche centimetro quadrato di foglio; bensì le poesie di Famularo sono un fine, sono il fine per andare ben oltre un libro e le sue forme, sono il fine per chiudere il libro stesso e iniziare a sentirsi diversi, a percepire differentemente il mondo. Di gusti, tendenze, mode si può sempre discutere, e questa o quella poesia possono tranquillamente non piacere, ma sono invero il progetto e l’utilità di un’opera a renderla realmente rilevante: le poesie di Famularo insomma sono semplicemente… poetiche – e ciò sarebbe già un motivo, un complimento, un invito più che sufficiente.
Entrando maggiormente nel merito del libro, le cinque sezioni de L’incoscienza del letargo sono un viaggio graduale nelle profondità del pensiero nichilista di stampo orientale. Quest’ultimo – a rischio di sovrasemplificare i concetti per brevità – si differenzia da quello con cui siamo tradizionalmente abituati a trattare in Occidente in quanto il Nulla (o il Vuoto o il Non-Essere o comunque si preferisca denominarlo) non è un’entità che l’uomo moderno si ritrova a dover affrontare alla luce di una presa di coscienza che rivela la vacuità di precetti e valori universali, in una dialettica dicotomica in cui Essere e Non-Essere interagiscono con propensioni verso l’uno o l’altro a seconda del pensiero; piuttosto, suggerisce la saggezza proveniente principalmente da Cina, India e Giappone, il Vuoto è una condizione mentale da cercare ed esplorare dentro di sé, un ‘assoluto potenziale’, allo scopo di obliare l’illusione dell’Io e di una sacra individualità-unicità di cui siamo vittime sin da piccoli e quindi riuscire a ristabilire un rapporto diretto e autentico con il Cosmo, in cui accettare senza remore contraddizioni e drammi dell’esistenza umana.
Tale ricerca Famularo la incarna nei suoi versi innanzitutto attraverso una metrica scarna, essenziale, privata di ogni superfluità con l’obiettivo di renderla più diretta, incisiva; in particolare, la lunghezza media dei versi diminuisce nelle sezioni man mano che si procede dalla prima all’ultima, in parallelo con lo scavo concettuale e psicologico che è il leitmotiv della raccolta. Quest’ultimo segue piccole evoluzioni tematiche, oltre che metriche, che fanno pensare anche a un possibile ordinamento cronologico dei componimenti, ma in generale è incentrato nell’assenza di punti di riferimento e di prospettive della società odierna, nella precarietà identitaria, di valore e di senso che l’uomo moderno vive in rapporto al nichilismo, nella ricerca di una condizione intima con cui poter render senso di ciò che accade e che ci circonda.
Una certa attenzione al progetto è evidenziata nel numero costante di testi per ogni sezione (13) e nell’ideale forma ciclica dell’opera: il primo e l’ultimo componimento del libro sono infatti simmetrici per composizione – e anzi, a giudicare dalla semantica, si direbbe ‘antisimmetrici’:
«non la vita
non l’amore

ma il nulla che precede
l’assenza che s’insinua
il vuoto che
consegue

l’autentica esperienza
e non l’aspirazione
che crea la sua
presenza»;
«non la morte
né il disprezzo

ma il tutto che succede
presenza che circonda
qualcosa che ci
insegue

la fantasia corrotta
contempla l’esperienza
tratteggia sulla tomba
lo splendore
dell’assenza».

A ben vedere, in realtà, le due poesie sono piuttosto le metà complementari di un unico messaggio e soltanto dopo aver letto gli oltre 60 testi che le separano, è possibile ricostruire a pieno tale messaggio. In nuce, l’autore invita a lasciarsi alle spalle «l’aspirazione» fantasiosa, astratta che nel corso della vita si può rivolgere alle più svariate forme di distrazione – illusorie, deleterie – per fare esperienza, piuttosto, de «il tutto che succede», del «qualcosa che ci insegue» e che deve indurre a concentrarci sul presente, a decostruire «drappeggi di luci artificiali» e il «rumore prepotente / per le strade», a superare «la quotidiana disperazione» e quindi, realmente liberi, costruire nuove solide fondamenta… nel Vuoto, nel silenzio. Come all’autore preme sottolineare con solerzia, occorre esporsi all’esperienza del Vuoto, non nascondersi in vane fantasie, perché il Vuoto è la condizione necessaria per prendersi cura dei simili e del mondo. Dopo aver acquisito un’opportuna cognizione del mistero dell’esistenza insomma, il viaggio deve ricondurre a se stessi, da dove ciascuno di noi parte, in qualche modo, per la sua personale ricerca di risposte.
La vertigine dell’assenza, prima sezione della raccolta, descrive il rapporto tra l’uomo moderno e la metropoli, tratteggiando consueti stili di vita e concezioni del nostro secolo, riletti alla luce di un’inevitabile presa di coscienza della finitezza umana, che porta fino al desiderio di annientamento. Qualcosa manca, certamente, pensa il poeta, manca per comprendere a fondo se stessi e la realtà, e il sentimento di questa mancanza cresce interiormente finché non è più possibile trattenerlo, come una vertigine appunto: «e crepita / tra le fessure invisibili / dissimulate, incorporee / la vertigine dell’assenza / che si è fatta / endemica»; c’è «bisogno di spegnere tutto», di rallentare e riflettere, per poter «sentire scivolare addosso / confortevole / uno sterminato senso / di vuoto». La fredda e desolante ‘città’ (in senso lato) che abbiamo costruito, infatti, è il riflesso dei suoi abitanti, persino negli elementi naturali: «soffocati in un feretro / di galaverna e poliuretano / quei fiori sono / morti»; una visione che rivela una chiara influenza dai Tableaux parisiens di Charles Baudelaire (in I fiori del male) e che testimonia la persistenza dello ‘spleen decadente’ anche attraverso i secoli. Famularo, in ogni caso, ha ben altri scopi e ben altre direzioni nel suo pensiero rispetto allo scrittore francese, ma li riserva per le sezioni successive – salvo qualche scorcio già nei primi testi, come la leopardiana solidarietà nel confessare che «il senso delle cose / lo avverti nella persona gentile / che frantuma l’indifferenza / di un istante / un sorriso / tutto qui / banale» (più avanti sarà: «la propensione al bene / ci indirizza ed / avvicina»). E poiché, ancora, «l’odore dell’assenza / si ravviva col riposo / nella contemplazione / di un mondo / senza l’uomo // riesco quasi a carezzare / la mancanza», allora non resta che accettare con pace l’antico precetto: «il mutare continuo di ogni cosa / testimonialo serenamente / perché ogni cosa inizia / per finire / e la bellezza è proprio / nell’istante».
Sin da questi primi testi, comunque, sono perspicue l’assenza di punteggiatura e un’altra, ancor più rilevante assenza: quella dell’io lirico, che in L’incoscienza del letargo si configura come una vera e propria spersonalizzazione lirica, volta tanto a evitare una comune tendenza della poesia contemporanea quanto, come già enfatizzato, a rendere il dettato poetico funzionale ai contenuti da esprimere. Non potendo in questa sede affrontare i numerosi e profondi concetti che vi confluiscono (realtà come interconnessione di entità interagenti, precarietà della vita, esistenzialismo, leggi scientifiche, metafisica dell’identità personale), mi limito inoltre a trascrivere una delle poesie più riuscite del libro, che compare in questa sezione:
«tutto è in dissolvenza

esplosi nella nascita
lentamente
consumiamo le variabili
fino allo snodo
insuperabile

nulla mai si crea
né si distrugge

se anche
la nostra massa
per un’improbabile
casualità statistica
dovesse ricomporsi in un altro
essere umano

non saremmo più noi

e per lasciarsi andare
tanto basta».
Più astratta e molto meno vibrante è invece Nel vuoto senza nome, sezione in cui il poeta esplora le relazioni su larga scala tra uomo e Cosmo, con particolare commistione del linguaggio letterario con quello scientifico (sulle orme, chissà, del poeta conterraneo Bruno Galluccio): spesso i risultati sorprendono e convincono (come in questa impressionante immagine: «il vettore posizione / tutto intorno è / inarrestabile»), talvolta invece sono meno riusciti e forzati. Varie concezioni inoltre sono di matrice orientale, come la «contemplazione del flusso» o l’imperfezione della bellezza («nell’onda più / imperfetta») tipica dell’estetica giapponese (un influsso particolarmente forte sull’autore sembra dovuto infatti alla filosofia della scuola di Kyoto).
Successivamente il linguaggio si fa più rarefatto, a partire dalla terza sezione Il prodigio dell’ombra, ma anche più tagliente e impegnativo; per esempio, è più marcata la dissimulazione metrica e ritmica per cui molti versi, in base alle diverse combinazioni possibili, danno luogo a diversi ritmi e andamenti. Quest’ultima sezione approfondisce il concetto di memoria – di cui l’ombra è metafora – che tanto concorre a renderci umani e a distinguerci dagli altri esseri viventi («senza memoria / o aspettative / l’uomo si converte a un / vegetale»), secondo il poeta, quanto essa stessa rappresenta in realtà anche un inganno, una realtà destinata a dissiparsi, svanire (tutt’altro che azzardato risulta in questo discorso l’accostamento con la filosofia platonica). Si tratta di una serie di testi con tanti buoni spunti e che fa da ponte concettuale, attraverso l’ultimo componimento, alle parti conclusive dell’opera, dove maggiormente si addensa la tensione emotiva e speculativa: «celebriamo la speranza / per far tacere la / disperazione // e quando si è persuasi / che la sopravvivenza / sia il gioco degli / inganni // qualcosa di imprevisto / profila uno / spiraglio // e dall’incrinatura / l’abbaglio».
Non sazi ma con un ottimo appetito ci lanciamo quindi nelle Promesse di contagio, sezione che offre espressioni ancora più pungenti ed efficaci nel l’esporre – con ambivalenza – il contagio che si può subire da parte di tutto ciò che è positivo (tra cui: amicizie, amori, contatto fisico, condivisione, incanto) oppure il contagio con accezione negativa, nel senso di omologazione l’un l’altro, appiattimento e quindi comune afflizione. Spetta al lettore scegliere quale delle due interpretazioni preferire, sta di fatto tuttavia che la drammaticità intrinseca della vita è irremovibile, soprattutto per la sua natura impermanente, transeunte agli occhi dell’uomo: «e quell’attaccamento / ostinato a perdurare / lo avverti / nell’immagine della / dimenticanza // nel brivido un po’ / ansioso / che non ti fa sorridere / dicendo / svanirò // insieme ad ogni / cosa». Per rimarcare la continuità del progetto, anche questa sezione si conclude con un componimento che fa da ponte; il tema che esso affronta è quello del viaggio, dell’importanza di viaggiare e fare esperienza, al di là di rimpianti e preoccupazioni che potrebbero fermarci; perché «qualcosa / del viaggio / germinerà / altrove», è questo ciò che conta.
L’ultima sezione, dunque, è quella che dà il titolo all’intera raccolta e pertanto vale la pena di soffermarsi su questo titolo, tanto affascinante quanto forse misterioso. Un po’ di etimologia sarà utile: ‘letargo’ deriva dal greco ‘lêthargos’, composto di ‘lèthê’ (oblio) e ‘argos’ (lento, neghittoso) e quindi ‘l’incoscienza del letargo’ si potrebbe pensare come ‘la non consapevolezza dell’impermanenza’ oppure, con accezione diversa per il termine ‘incoscienza’, come ‘la temerarietà incosciente che deriva dalla consapevolezza della dimenticanza che ci aspetta’. Il poeta con questi ultimi componimenti tenta di scavare ancora più a fondo nella questione del nichilismo occidentale, che a suo avviso viene vissuto quasi in modo inconscio oggigiorno, soprattutto nei giovani, e che rischia di condurre al tracollo l’intera società moderna nella sua inquietante decadenza. Per quanto si tratti dei testi in cui Famularo raggiunge l’apice di urgenza di comunicazione in riferimento alle altre sezioni, il libro in generale si presenta in realtà come un’opera da fruire lentamente, rispettando le pause ritmiche e concettuali, per lasciar spazio alla meditazione e all’incanto.
Nello scenario non di certo idilliaco che l’autore ritrae della contemporaneità, a ogni modo, sopravvive un nucleo di credenze/speranze positive, come il riconoscere che «la dignità dell’uomo / sopravvive / nell’impegno», l’aspirazione alla giustizia sociale, «la scelta delle cose che / puoi stringere o / lasciare» e, soprattutto, l’apprezzare il valore immenso della vita, il miracolo che essa rappresenta in quell’universo che altrimenti sarebbe soltanto «uno sconfinato / difetto di / coscienza» – un’occasione imperdibile. Lo stile si fa quindi più limpido e toccante, non solo per la sua nudità, ma anche semplicemente per la sublimità dei messaggi; su tutti: «resisti alla lusinga / di diventare / oggetto», «conserva l’eccezione / microscopica di / esistere» e «ricorda / la vita non / ritorna».
L’autore ci lascia infine con un’altra sollecitazione: «dimentica // in quel nuovo silenzio / avvertirai il / richiamo» e quest’ultima parola si fa carico così di un peso che trascende gli spazi della pagina, della raccolta. È il momento di prestare attenzione al richiamo e di chiudere il libro, per approcciarsi a nuove prospettive di vita.
Per concludere, renderei giustizia alla primissima frase – tra il serio e il faceto – con cui avevo esordito, riportando integralmente un testo che onestamente per la bellezza, e soprattutto nel contesto dell’opera, non esige commenti (al massimo potrebbe spingere l’autore a soppesare i risultati di una produzione poetica basata maggiormente su elementi fisici, reali, piuttosto che astratti o elusivi):
«il signore è
congelato

sussurra una bambina ai
genitori
cristallina

la postura
controllata del
bronzeo italo
svevo

e il padre
sorridendo continua
a passeggiare

non sente il
risuonare
del gelo che li
attende».

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