Fabrizio Bregoli – Annamaria Ferramosca. Andare per salti. Una recensione

Cara Annamaria,
ho letto (e riletto) il tuo ultimo libro “Andare per salti” (Arcipelago Itaca) con attenzione e mi permetto di inviarti questo scritto, spero non troppo deformante rispetto all’intento della tua poesia, e scelgo una strada alternativa rispetto ad una più formale nota di lettura o recensione, ossia quella della lettera come terreno comune di condivisione, terra franca in cui coltivare il condiviso seme della poesia. Considera queste righe solo come poche (ma autentiche) parole di incoraggiamento scritte da un “compagno di stranitudine” che si avvicina ad un testo denso, convincente, ricco di sollecitazioni centripete se per fulcro della poesia si può intendere l’uomo nella sua ambigua centralità di “misura di tutte le cose” che la tua poesia fermamente e recisamente vuole smascherare come illusoria. Bisogna essere attenti, come ci ricordi, sapere ascoltare “un chiamarsi tra loro – pianissimo – delle cose”, quel miracolo della poesia, trasmesso di secolo in secolo, di mano in mano, fino a noi che raccogliamo questa testimonianza discreta eppure efficacissima, con “quella nostra stramba contentezza / d’ascoltare”.

Leggo in questa tua raccolta da un lato la volontà di ritornare all’autentico di uno stato di natura primordiale (da qui anche il linguaggio ancestrale ma al contempo modernissimo dei tuoi versi), quella natura che gli antichi ritenevano, prima delle nuove acquisizioni della fisica moderna, fosse quella del “natura non facit saltus”, dall’altro la rivendicazione alla poesia di intrudersi come un’estranea non richiesta a evidenziare invece questi “salti” nascosti che sono quelle improvvise accensioni del pensiero, spinte vertiginose che portano al coraggio del dire, cercano di indicare una via possibile. Non però occasioni montaliane o illuminazioni mistico-orfiche, le tue, ma quasi un attingere a un intelletto oggettivo e condiviso (penso alla filosofia di Avicenna, in verità) dove, mediante uno scarto di senso, si può estrarre quel lampo di pensierosenso (mi approprio qui dei termini polifusi che tanto ami e sono un tuo marchio di fabbrica – me lo consentirai) da restituire in parola poetica. Sotto questa latitudine leggo anche il recupero del mito, il sostrato di grecità che permea ogni poesia (anche indirettamente) compresa quella grecità singolare che è la radice salentina che riaffiora nei modi, nei paesaggi. Ecco allora la lingua – l’essenza di ogni poesia – che è da un lato ancorata all’antico sostrato della parola (e in questa luce leggo anche l’uso di qualche efficace inserzione dialettale), dall’altro non teme di ardire con ibridazione dal quotidiano, dalla scienza, dalla tecnologia. E forse il miracolo della poesia sta in questo trasformare il “bla bla bla” in “alba alba alba”, “provare solo deliri di sfioramento / farsene una ragione”, prodigio di una nuova fioritura.

Ho molto apprezzato nel testo l’originale ricerca metrica, che porta ad un ritmo estremamente personale fatto anche di sincopi, vuoti orchestrati a rompere il verso, inarcature scoscese e ricche di senso, richiami verbali sotterranei, a mezzo fra la lallazione e la ecolalia; fantastici i neologismi nati dalla associazione di due sostantivi come inchiostrosangue, fiorireoffrire, ossigenoluce (e molti altri) che avevo già trovato in Ciclica (La Vita Felice) e che qui trovo ancora più pregnanti. Una poesia di ricerca, la tua, che però non si perde solo nella forma ma resta fermamente radicata alla terra ferma del significato, per la volontà – dichiarata – di una comunicazione al lettore che deve rimanere salda e penetrante (il che è raro in una poesia di ricerca). E il presente che usi, come fa notare saggiamente la Davinio nella sua pregevole prefazione al libro, è per me soprattutto un aoristo, ossia un tempo verbale oltre il tempo, quasi indeclinabile, come lascia intendere anche il frequente ricorso all’infinito presente che più volte ho associato al meriggiare montaliano. Procedere quindi dal circostanziato all’universale di un dire che si fa, come dici nell’ultimo testo, marcia ma con la sola forza (precaria?) delle parole. “Resta la nostra marcia” “solo-con-le-parole”. E ancora ti chiedi “resta la poesia?”: penso che nel tuo caso ce ne hai dato un sincero manifestarsi, la sfida di una parola che si libera dal suo guscio per proiettarsi oltre, resistere.

Credo anche che la tua sia soprattutto una poesia lucreziana, l’indagare le radici scientifiche che stanno al nucleo delle cose, forse perché (ma potrei sbagliare) è la via della ragione la sola che può sinceramente portare alla compassione, riscoprirci parte di un cosmo articolato e complesso dove l’uomo, sempre più insipiens, multimediaticus, auricolatus, sardonica parodia di se stesso e schiavo delle sue protesi tecnologiche, sembra più contribuire al deragliamento dello stesso che non a sentirsene partecipe, pulviscolo tra i pulviscoli del cosmo. Hai ragione: “domani / costruiremo forse ripari / su altri pianeti”, forse lì soltanto.
Ecco: pulviscolo, cenere, nulla: parole che si ripetono nei tuoi versi e inchiodano al senso di responsabilità. Vi trovo molto di comune alla mia riflessione poetica, soprattutto quella ultima di Zero al quoto (puntoacapo, 2018), dove anch’io indago questo asintotico tendere al nulla del nostro stato di esseri umani, lo denuncio con l’intento di stimolare una ripartenza, un diverso vivere il mondo.
Molto altro si potrebbe dire di questo libro, così multiforme, dinamico, vivo: considera queste brevi note un sincero apprezzamento, la lettera extra-vagante di un lettore. Uno fra tanti.

Un caro saluto
Fabrizio Bregoli

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