Julian Zhara intervistato da G. Galloni

Foto di Eddie Kaza

1- “Vera deve morire” (Interlinea, 2018). Un libro che, come ti ho già detto in privato e in pubblico, è tra i titoli più interessanti non solo della presente stagione letteraria, ma di questi primi anni duemila tutti. Per la lingua; il lavoro sulla metrica, sulla parola. Sulla musica. Ti va di raccontarcelo? L’impressione è che, dietro, ci sia un lavoro piuttosto lungo e articolato.

Ti ringrazio per l’attestato di stima. “Vera deve morire” per me è stata una scommessa: lavorare con un corpo morto, ossia la poesia d’amore di un poeta giovane ed eterosessuale, alla fine degli anni ’10. Un tabù nel mondo della poesia. Dico apposta eterosessuale perché ritengo i libri d’amore più belli degli ultimi 20 anni siano a tema omoerotico: penso a Will di Marco Simonelli e a Tatuaggio profondo di Antonio Veneziani. Nell’antologia Parole tra uomini, Luca Baldoni raccoglie il meglio della poesia d’amore omosessuale del ‘900 e si leggono vere e proprie perle, che avrei voluto scrivere io e dedicare a chi amo. Scommessa invece perché non c’è argomento più patetico, mainstream, kitch, vecchio, abusato, di quello. Basta leggere le schifezze seguitissime dei Sole o Evan, che appestano gli scaffali di poesia delle librerie; solo ed esclusivamente a tema amoroso. Nel cinema è diverso; durante la stesura ho spesso ripensato al capolavoro di Wong Kar Wai: In the mood for love; una poesia del libro riprende una scena di quel film. Per me è stato come ballare Libertango con un corpo morto (Vera, appunto, dal racconto di Villiers De L’Isle-Adam) come partner. Se pensi di ballare il tango con un corpo morto necessiti di uno impegno muscolare maggiore, più esteso. La muscolatura in poesia viene spesso associata alla metrica, una mia ossessione da sempre e da cui il lavoro maniacale; metrica come composizione, come recita il titolo di un saggio bellissimo di Stefano Colangelo. La gestazione interiore è durata anni e anni di ricerca, saggi (soprattutto di Giovannetti), letture quotidiane ad alta voce di Frasca, Rosselli, Pascoli, Pavese; e una palestra durissima, lavorando sul connubio tra poesia e le musiche di Ilich Molin (spoken music), grazie a una scena poetica che Lello Voce ha contribuito a creare e diffondere, e che mi ha portato a girare per mezza Italia, costringendomi a riconsiderare la metrica come un espediente compositivo; il dizionario come spartito, il palco come palestra. Vedi, a differenza di tua e quasi tutti gli altri che ci leggeranno, io non agisco sulla mia lingua madre, ma quella di adozione, e la mole di lavoro, per certi versi, per essere all’altezza delle mie proiezioni, necessita di un investimento maggiore di studio – ho più lacune, d’altronde. Ma i testi per musica non ci sono in Vera. Pensavo che come prima pubblicazione ufficiale avrei avuto un libro + cd, ma ho percorso una via diversa, mischiata alla lirica, che non sapevo dove mi avrebbe portato. A un anno di distanza, posso dire che ho avuto poche sorprese, ho tradito varie aspettative e sono uscito dal cono d’ombra di qualificazioni e aggettivi che mi stavano soffocando. Il “cappotto” dello slammer e del performer iniziava a diventare ingombrante e inutile per il clima caldo che percepivo. Così mi sono spogliato. Al primo freddo spero di essere pronto.

2) Questa è una domanda che faccio di rito a ogni intervistato. I maestri vanno uccisi. Sei d’accordo con quest’affermazione?

Bisogna vedere se ci si riesce – a ucciderli. Ogni buon allievo sente la necessità, per crescere, di sfidare i propri maestri. Nei film di arti marziali è una costante. Non penso sia una sfida finalizzata all’uccisione, semmai per superarli, batterli. Se pensiamo ai maestri morti, la sfida è quanto di più salutare ci sia. Pure Auden ha sfidato Byron, sul versante metrico, fallendo. Sono innumerevoli le volte che ho sfidato la Rosselli, Auden, Dylan Thomas, John Donne, Pasolini, Pagliarani, Pascoli, fallendo miseramente. Stremato, me ne tornavo alla mia vita, con rabbia (verso me stesso) e voglia di rivincita. Penso sia una questione di crescita personale, quella di sfidare i grandi. Sui maestri vivi, altro che ucciderli; spero vivano ancora per molti anni. Penso in particolar modo a Buffoni e Frasca. La metafora dell’uccisione tenderei ad applicarla ai mediocri, arrivisti, burocrati, alle liane umane dell’universo poesia, utili solo a ricordarci quanto la cultura, se non è corredata da un’umanità dirompente, ne viene schiacciata.

3) Quali sono i rapporti – anche critici, polemici – con la tua generazione? E con le passate?

Rispondo tenendo conto di tre generazioni: la mia, nata negli anni Ottanta; quella immediatamente precedente, nata nei Settanta (sennò abbiamo bisogno di altre tre interviste) e quella successiva, la tua, dei nati negli anni Novanta.
Come scriveva tempo fa Luca Rizzatello in un’intervista, la mia generazione non ha ancora dato un libro che riconsideri il modo di fare poesia, cambi paradigma. Siamo una generazione di forti poetiche, di ricerche interessanti, spesso conflittuali ma non esclusive (nella stragrande maggioranza dei casi), solo non c’è ancora un Libro, come fu La Ragazza Carla, Somiglianze, Ora serrata retinae, Laborintus. Il libro che potrebbe assumere quel compito ambizioso, oggi come oggi, è Lilth di Davide Nota. Inedito. Senza editore. Risulta anche abbastanza sintomatico che dei nati negli anni Ottanta, nessuno abbia avuto accesso al mainstream editoriale (Mondadori, Einaudi, Garzanti, Guanda, Bompiani) eccetto Silvia Salvagnini (Bompiani). Direi che c’è molto dibattito all’interno della mia generazione e molto ascolto, confronto, spesso conflitto di poetiche, quasi mai, nel mio caso, radicale. Ci leggiamo tutti. Io poi ho avuto un percorso trasversale e nutrimento da molte parti: da Tommaso Di Dio e Franca Mancinelli ad Alessandro Burbank; da Mariasole Ariot e Carmen Gallo a Francesco Terzago e Giuseppe Nava. Non sono gli unici naturalmente.
Continuando il discorso di prima, sul libro che cambia il paradigma del presente, pure la generazione dei nati nei ’70, non è stata in grado di produrre una pietra miliare. Poetiche forti e libri in certi casi molto importanti (sarebbero troppi da mettere e ci vorrebbe un’altra intervista), ma non uno che costringa al confronto, eccetto un esempio. Nei villaggi tibetani, all’entrata, usavano una razza canina, tra le più grosse e feroci, il Mastino Tibetano, uno per lato, perché chi volesse passare, doveva chiedere il permesso al capo villaggio, pegno un incontro ravvicinato con il mastino. Ricordiamoci che in Tibet, per percorrere un’altra strada, spesso servono due giorni a piedi. Il mastino tibetano dei nati negli anni ’70 è Bortolotti, con Tecniche di Basso Livello. Chiunque faccia poesia oggi, anzi direi chiunque scriva oggi, e vuole interfacciarsi con il mondo della prosa poetica e prosa in prosa, ha quel libro a casa. Deve. Un altro libro per me fondamentale, di quello che considero il mio fratello maggiore, è Il Poema Umano di Luigi Nacci, con cui anche Vera deve morire ha un debito immenso. Inedito anche quello. Senza editore. Pare assurdo che due tra i libri, per me, più importanti di oggi, siano inediti. Sto anche seguendo con estremo interesse l’evoluzione dell’alter-ego di Luca Rizzatello, Ophelia Borghesan, come mi sono molto confrontato con la scrittura di Adriano Padua, Italo Testa, Gian Maria Annovi e altri.
Sulla generazione successiva, dei nati nei Novanta, direi che Manuel Micaletto (classe 1990) regna per capacità compositiva (ha dell’incredibile), talento, visione. Il suo Stesura (Prufrock Spa, 2016) è una perla. Come regna ugualmente Gabriele Stera, in ambito performativo e di spoken music. Stera oltre a essere poeta è anche compositore, traduttore. Aspetto il suo nuovo libro con la stessa impazienza con cui aspetto la novità di Aldo Busi o di Vitaliano Trevisan. A livello performativo è inarrivabile. Un genio. Giulia Martini ha rinnovato con grande freschezza la dimensione neo-metrica. Last but not least, seguo con vivissimo interesse, ammirazione e voglia di “saccheggiare”, anche la tua evoluzione di scrittura. Salto spesso sul divano quando leggo certi passaggi che hai scritto o alcune intuizioni. So che è poco elegante dirlo in questo contesto, dato che mi intervisti, ma è così.
Negli ultimi tempi mi accorgo che la generazione successiva, la tua, mi offre una gamma di possibilità espressive inaspettate, in un periodo in cui la mia, spesso, si è “sedializzata” su poltrone Ikea, vicino al termo di casa.

4) Progetti in corso e in divenire?

Da anni ho molti cantieri aperti ma ne ho concluso solo uno: Vera deve morire, appunto. Da quando ho licenziato il libro sono riuscito a scrivere poche prose in tredecasillabi; nient’altro. Penso confluiranno in un nuovo libro: Da quando Vera è morta. La depressione postparto è passata da quando mi sono messo a tradurre autori albanesi, recuperando la mia lingua madre. Per l’anno prossimo vorrei concludere tre raccolte poetiche di traduzione dall’albanese all’italiano, e l’anno dopo, un altro paio di libri tradotti e due saggi sull’oralità e l’editoria in poesia.
Sul piano compositivo ho un progetto non urgente: costruire delle prose anapestiche, ritmiche, attorno al tema dello spritz, dal titolo Bar Bar: sia in onore alla metrica barbara di Carducci, che alla scenografia di ogni prosa: il bar. Sono usciti tre pezzi, pochi anni fa, su una rivista cartacea e un paio di blog.
E devo ammetterti che gli ultimi mesi sto pensando molto a un poema in versi, una rapsodia, ricalcando la storia di mio padre, un immigrato albanese che a metà anni Novanta arriva in Italia. Scrivo anche per lui, sai. Il suo italiano monco è la mia fame di dizionari e saggi. La sua lingua povera e sporca è la mia vendetta in poesia. Scrivendo, voglio dirgli che non è stato vano.

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