Veronica Tomassini – Intervista a cura di G. Galloni

1) La tua opera più che decennale – parto da Outsider, il libro che precede l’esordio ufficiale di Sangue di cane (Laurana, 2010) e arrivo fino al recentissimo Mazzarrona, edito da Miraggi e candidato allo Strega – sembra essere una immensa prova iniziatica. Sappiamo, parafrasando un vecchio passaggio di Camus, che molto spesso un artista non è pienamente consapevole della portata di ciò che sta costruendo. Leggendoti, invece, questa sensazione sembra dileguarsi; come se tu, con i tuoi libri, avessi voluto costruire un’unica opera – tanta la continuità e contiguità tematica, stilistica, una personalissima epopea di perdizione e, forse, redenzione. Qual è, alla luce di questa mia considerazione, il rapporto con i tuoi scritti?

R. Io non so davvero chi sia arrivata prima se la vita o la scrittura. Ma la vita, credo, sì la vita, mi abbia superato, abbia superato persino la mia stessa poetica, proponendomi lo snodo innaturale, quando proprio avremmo detto tutti – da un’ipotetica platea di stralunati auditori – adesso basta, possiamo esigere una chiusa al capitolo. Macché, c’era un preludio, ancora uno, una fiammante ouverture, il Requiem dello strazio e così via. Era la mia vita a brani. Sono diventati romanzi o sarei finita in una casa di cura. A volte mi dico, ti dovevano internare. Sono pericolose quelle come me, sono miti, visionarie, infantili, ottuse, testarde. Molto sole, non l’astro, sole da solitudine (l’assonanza vorrà pur dire qualcosa, la solitudine moltiplicata equivale alla stella più grande). E soprattutto, scrivono, quelle come me.
“Mazzarrona” (Miraggi, 2019) era la mia adolescenza, un toponimo, nome di un quartiere. Era una riserva indiana, eroina, ragazzi sbandati, deserti chiamati giorni poi mesi poi anni. Mazzarrona era l’erebo da cui sono uscita, la salvata, nel cerchio dei sette anni. La volgarità, la noia medio-borghese come unica alternativa. Il gergo, l’insolenza, la gioventù tradita. Epitaffi da leggere in una quarta di copertina un giorno, magari la mia postuma. Poi è arrivato il resto. Gli anni polacchi. La deriva. L’amore. La passione. I cambiamenti epocali. Gli spostati che dimoravano nei parchi, creature mostruose. La seconda parte della mia vita. Non potevo che finirvi dentro, trovare casa nell’innominabile, circondarmi di tutti gli aborti della terra, per simbologia. La vera solitudine finalmente inforcata, bruciava sul serio, fuoco inarrestabile, capace di trasformare, di illuminare drammaticamente, paurosamente, i volti di tutti, fenderli con lamine luccicanti, affilatissime, inchiodare lo stato delle cose, degli umani, inchiodare tutti alla verità. Concernere di verità. E mi sono guardata allo specchio, guardando l’innominabile, il mendicante, l’ultimo nella scala sociale, peggio di un portoricano se fossimo in America. Erano la nuova peste. Ho arredato un lazzaretto e mi sono accomodata. “Sangue di cane” (Laurana, 2010) e “L’altro addio” (Marsilio, 2017) sono il testamento morale di quegli anni, la voce farneticante o patetica dipende, spesso patetica, che riferisce di un mondo sovvertito, di un superomismo rovesciato, di una pozzanghera mirgorodiana dentro cui assistere al capovolgimento di ogni conformità. La vita non a norma si rifletteva – nell’immaginaria pozzanghera di Gogol – come l’unica possibile. Ecco, allora mi domando: la vita è arrivata prima? Certo. Sì. Cosa potevo fare dopo, alla fine del Requiem straziante, se non scrivere, scrivere e ancora scrivere? Per non impazzire. Sì, scrivere per non impazzire.

2) Si è dibattuto a lungo e ancora si dibatte sulla questione dell’autobiografia in letteratura. Penso a Sangue di cane, in primis; e a L’altro addio; qual è l’assunto alla base di questi due romanzi? Il voler raccontare un proprio frammento di storia (e così universalizzarlo), secondo una precisa volontà di autobiografismo, oppure una storia, a prescindere da ciò che c’è dietro, con la pura e semplice volontà di narrare? Può sembrare una domanda oziosa, magari, ma è una questione che mi intriga moltissimo, tornando e ritornando sulle tue pagine.

R. Ho sempre raccontato la mia vita. Perché la vita mi ha sopravvalutato. Ma spero che non abbia mai praticato quella brutta faccenda dell’autobiografismo. La mia piccola storia era finita nella grande storia, questo vale per “Sangue di cane” e “L’altro addio”. Dovevo raccontarla. Era la grande Storia, attraversava la finestra minuscola di una esistenza anonima e ordinaria, cioè la mia. La grandiosità attraversava la cruna d’un ago. Dovevo raccontare tutto, un giorno. E me lo ripetevo. Un giorno racconterò tutto, perché tutto è assurdo, è disumano, ho aperto un tombino, mi ripetevo. Intanto dovevo vivere, qualora fossi sopravvissuta, mi dicevo, avrei raccontato. Ma dovevo vivere, prima, fino alla fine. Non ho mai amato così tanto, patito, compatito, come in quegli anni. Metà anni 90. Primo elefantiaco spostamento di carne umana e pulsante, quindi viva. Detta soggetto umano. Cade il muro, franano le cortine, le ideologie. L’errore storico finisce da noi, sulle nostre placide rive, nauseante risacca. L’epa tediata e sazia dell’Occidente sbatacchiata d’improvviso. Il nuovo tempo consegna uomini ex qualcosa. Ex padri, ex operai, ex impiegati delle poste, ex funzionari, militari, nostalgici. Bevono fino a morire. Svuotati dalle dottrine, dall’elegia comunista, atea, fallace, cinerea. Sono lo spettro, la caglia che vuole conto e ragione e diventa crimine, pietra d’inciampo, coscienza nella migliore delle ipotesi, ma nelle ipotesi di pochi eletti. Per il resto sono la vergogna. Per me, per noi, come lo sono i poveri, sono la pietra d’inciampo che diventa pietra d’angolo, attraverso di loro accade la nostra conversione. Così è stato per me. Ero dentro una guerra e non lo sapevo.

3) Questa è la domanda di rito che rivolgo a tutti gli intervistati. Uccidere i propri maestri. Sei d’accordo con quest’affermazione? Hai avuto maestri?

R. I miei maestri sono stati i russi, il realismo russo. A tratti anche il nostro neorealismo. Uccidere i maestri? Non lo so. Il dolore laconico e scarnificato, nella sua esaltazione, lo strazio che diventa un ghigno con il suono del singhiozzo: questa è una grande lezione russa che non dimenticherò mai. Non si uccide niente, in realtà.

4) E, invece, compagni di strada? Che rapporti hai con la tua – parola odiosa: chiedo venia – generazione?

R. Con la mia generazione? Nessun rapporto. Sono lontana da tutto, anche geograficamente. Raccontano spesso un tempo in cui non mi riconosco. Può darsi che baumaniamente non ci sia altro da dire. Non sono che piccolezze, dettagli irrilevanti, o commissari, trame da aperitivo (non che conti la trama, allora diciamola meglio: poetica da “apericena”). Non c’è una connotazione che si elevi sulle altre restituendo un canone. Si racconta per estremi. O non so: cosa si racconta? Che dicono? Mi annoio. Allora sono poco indulgente, distratta, indisciplinata. Leggo male. Chiedo scusa per questo. Però ci sono scrittori che amo molto, per ragioni diverse, e penso a Claudia Durastanti; Viola Di Grado; Davide Brullo; Gianluca Barbera; Franz Krausphenhaar; Marco Drago; Dario Voltolini, Giulio Mozzi. A ognuno di loro devo qualcosa, ripeto per ragioni diverse.

5) Mazzarrona (Miraggi, 2019) è stato accolto benissimo da pubblico e critica, ricevendo anche una candidatura al premio Strega. Dopo questa avventura – e il romanzo epistolare scritto con Davide Brullo e apparso a puntate su Pangea – quali sono i tuoi progetti in corso e in divenire?

R. L’epistolario con Davide Brullo è stato un progetto molto intenso, letterariamente è stata una esperienza fortissima. Un giorno di gennaio gli ho chiesto: vuoi scrivermi delle lettere d’amore? E lui ha detto: sì. È come se mi avesse aperto alcune porte di conoscenza. Un esperimento letterario talmente importante che da quell’epistolario immediatamente dopo ne è nato un altro. “Lettere”, lei e il suo alter ego. Torno agli anni polacchi, li chiamo così. Una questione che devo chiudere bene. Inquadro una scena, la ripeto. E ho anche finito un romanzo che si concentra sul tema dell’abbandono amoroso. Il tema dell’amore mi interessa molto. Ma è insondabile. Meglio lasciar perdere. Ora mi importa di me. Cosa resta di me. Me sul serio, nella vita, cosa sono. Voglio vivere, ecco. Di nuovo.

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