Stefano Guglielmin – La lingua visitata dalla neve

Stefano Guglielmin, La lingua visitata dalla neve, Aracne editrice, Canterano (RM) 2019, pp. 456.

Pagine conclusive del par. L’allegorismo debole del secondo Novecento (cap. 2, pp. 74-78).

[…] L’approccio con un testo può anche essere pensato diversamente: non mirato a scoprire simboli o sovrasensi allegorici, ma a far risaltare la complessità di un senso conseguente all’incontro dialogico-ermeneutico tra due finitezze, quella stessa del testo e quella del lettore, entro un’apertura storico-linguistica altrettanto finita. Talvolta l’incontro è mediato da una precomprensione ideologica, talaltra, ed è quanto mi interessa, avviene senza più nostalgie per la totalità perduta né mossa da utopie, religiose o laiche, per la sua ricomposizione. Ne risulta un senso che si dà quale continua interrogazione della scrittura che ci trattiene, ci intrica e disloca per la sua naturale disposizione nello spazio-tempo finito, un corpo-a-corpo con l’irriducibilità del testo e dei suoi elementi, con la loro piega che, nel processo ermeneutico, non cessa di differenziarsi, di dis-piegarsi, direbbe Deleuze, ombra e luce nella profondità della superficie.
Ci sono testi che si prestano particolarmente a questo approccio. Penso per esempio a Una cavalla, di un giovanissimo Attilio Bertolucci:

Una cavalla sola
Pascola
In una radura
Si fa notte
La luna brilla
Nell’aria serena
Vagamente splende
Respira con il muso alto
I profumati effluvi
Della notte che viene
Comincia un piccolo trotto
Grazioso e musicale
Già è notte
E nulla più si vede
Intorno
.

Nel pascolare quieto della cavalla, nel suo respirare selvatico, nei cenni di vitalità che s’increspano in «un piccolo trotto», dando movimento alla scena, e infine nello sparire d’ogni forma visibile dentro una notte luminosa, Bertolucci ci mostra, in tono fiabesco e vagamente leopardiano, il farsi evento della presenza, il suo transitare, venendo-da e passando, un accadere che tiene in prossimità chi osserva e chi è osservato, in uno spazio, la «radura», che aduna entrambi, per quanto tutto lo spazio sia per l’animale; l’uomo vi è accolto purché rimanga in silenzio e celebri più tardi, con il canto, quanto ha visto e vissuto . Ma il senso dell’intero non è misurabile, circoscrivibile: ogni elemento che accade partecipa infatti a un’unità senza centro, che il poeta non può dire, non perché sia profonda e tenebrosa, né, per converso, perché celestiale; il senso, piuttosto, è reso possibile dalla radura, non una qualsiasi, né metafora heideggeriana della condizione di possibilità degli enti, ma proprio quella in cui il poeta si trova, quel luogo finito dove una cavalla sta pascolando, senza aloni metafisici né metaforici. Non sappiamo se il poeta sia arrivato lì per caso o sapesse dove cercarla, ma non è necessario per incontrare la poesia, che comincia d’improvviso, in media res, con una cavalla al pascolo, illuminata dalla luna. Forse il cielo è stellato, ma il poeta guarda il suo mantello, che «vagamente splende» entro un’«aria serena»: nessuna paura nell’animale, ma quieto brucare di una presenza in armonia con il paesaggio; eppure basterebbe un niente per spaventarlo, i cavalli sono così, animali della selva. Il poeta trattiene perciò il fiato, osserva con gli occhi del fanciullino pascoliano, ma senza cercare un senso altro, un universale: la cavalla è quella cavalla, in quella radura; un essere vivente che, a un certo punto, annusata l’aria, «comincia un piccolo trotto»: forse ha avvertito la presenza dell’uomo o forse s’inebria per i profumi dell’aria, anche questo non ci è dato sapere, ma non per misteriose ragioni: la vita degli altri eccede sempre il disegno generale, le generalizzazioni. Quella cavalla non è infatti l’idea del cavallo platonico; è esattamente una cavalla che pascola, potremmo conoscerla meglio frequentandola, imparandone il carattere, ma non c’è il tempo perché la notte se la porta via.
La notte è forse l’allegoria del tempo che passa e cancella il foscoliano «reo tempo» che tutto involve nell’oblio? La poesia di Bertolucci recita: «Già è notte / e nulla più si vede / Intorno». La risposta è negativa perché la notte, nella cognizione di Bertolucci, non rinvia a null’altro che a se medesima: essa nasconde per natura, non agisce né con volontà malvagia, togliendo il piacere del visibile al poeta, né benefica, celando la cavalla allo sguardo, salvandola dal possibile pericolo (e se infatti il poeta fosse un cacciatore?): come ogni altro accadere naturale (il brillare della luna, la nitidezza dell’aria), la notte estiva «viene» con i suoi profumi, permea l’aria di oscurità perché è questa la sua natura. Essa è perfettamente notte nel suo purgarsi dalla luce: il giorno diviene notte per sottrazione, troppo presto per il poeta (quel «già» ce lo suggerisce). E intanto che questa invisibilità impregna via via la superficie, le singole presenze permangono nella loro dislocazione centrata: cavalla, erba, radura, luna, aria, poeta si adunano nello spazio della poesia, si richiamano l’un l’altra, si tengono in una tensione che chiede ai lettori di essere riconosciuta ma non tolta, non risolta in un esercizio applicativo che dia una risposta definitiva alla domanda: qual è il senso allegorico dell’opera? Cavalla, erba, radura, luna, aria, poeta tengono aperta l’interpretazione nella misura in cui ciascuna presenza parla con voce propria e irriducibile, entro la dimensione dell’apparire e dello scomparire, dello stare e del muoversi. Certo si potrebbe dire che l’assenza di vita umana e di altro materiale antropico potrebbe essere il sovrasenso che cercavamo, la denuncia della distruttività umana, ricavabile, per contrasto, da un quadretto «grazioso e musicale» come questo; armonia che non ci sarebbe se vi entrasse l’umano. Così come potremmo riconoscere dei simboli, per quanto la poesia sia povera di metafore : la cavalla, nella cultura simbolica, incarna le spinte istintive difficilmente controllabili (Jung), ma rappresenta anche l’eleganza, la nobiltà d’animo, mentre la notte è anzitutto ciò da cui veniamo e a cui torneremo, l’oscuro enigma dell’origine e della fine. Una cavalla, letta in questa prospettiva, potrebbe allora essere il racconto della lotta, in natura, fra la vita e la morte, far l’istinto e la rassegnazione, ma sarebbe una lettura semplicistica come sanno bene gli studiosi di questo campo. I due principi, infatti, non sono diametralmente contrapposti nel testo e soprattutto perché tutti i simboli posseggono una natura ambigua: l’animalità della cavalla (l’istinto) è già la parte oscura che agisce nella solarità della vita (l’eleganza della cavalla) così come la notte, prima di essere totalmente notte ossia regno del caos , è irradiata benevolmente dalla luce della luna (altro simbolo femminile, come la cavalla e la notte, questa volta della ciclicità vitale e, dunque, amico della cavalla). Ancora: la notte, nella sua pienezza immersiva, protegge l’animale, lo mette al riparo, così come lo sguardo buono del poeta con il quale si conclude la lirica, garantendoci che non ci sarà seguito che possa far pensare a una minaccia, né per l’animale né per il poeta stesso, che si congeda da noi e dalla scena, consegnandola alla durata del testo.
La bellezza dei versi sta anche in questo candore, nell’aver tolto le tracce di un sovrasenso sentimentale. E il sovrasenso ideologico, qualora lo si volesse cercare, per quanto sia un’operazione legittima, rischia di essere fuorviante, non solamente perché oggi, come detto, le ideologie hanno meno credibilità ontologica, ma soprattutto in quanto una tale impostazione rischia di spostare l’attenzione del critico sugli elementi paratestuali e contestuali.
Non è questa la sede per affrontare compiutamente tale questione. Conta invece, nel complesso, l’avere inteso che cosa siano allegoria e simbolo, e il fatto per cui misurarsi con la precarietà del senso comporti un indebolimento, se non un annullamento, del significato originario dell’allegoria, la quale, quando convince, ha ragione Luperini sulla scorta di Benjamin, tocca la verità sulla condizione umana in modo più politico, corale, della metafora simbolista. Quest’ultima ha il pregio della bellezza sintetica, della figura decontestualizzata, capace di toccare l’emotività e l’immaginazione individuali, di avvicinare il mito, come pure di organizzare una forma di pensiero differente da quello strumentale, ma la riflessione meditativa sul senso della storia e della società ha bisogno del discorso allegorico come ci insegnarono Dante Alighieri e il suo allievo novecentesco T. S. Eliot.

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