Lorenzo Fava – Lei siete voi. Nota di P. Romano

Scortati dalla parola, perseguire l’indicibile. Questo è il fine racchiuso nella poesia di Lorenzo Fava, il quale, con Lei siete voi (LietoColle, 2019), mostra, senza mai arretrare di un passo, la volontà di richiamarsi al «puro dire»:


(…) fai che possano
riconoscere qualcosa d’altro nel tuo canto,
che non abbia a che fare con testo o voce,
come se non facessi altra cosa che dire.

Fava fa deflagrare dall’interno i suoi versi, come se le parole si innescassero in sequenza, sospinte fin oltre il limite del singhiozzo. La scrittura pare ergersi a sfida contro le insidie della logica; l’obiettivo è quel solo nome capace di fare esplodere «la poesia con tutta la violenza della luce». Lei siete voi, sin dal titolo, pone il lettore dinanzi a una dicotomia, forse destinata a rimanere irrisolta. Tuttavia, le due sezioni in cui l’opera si articola paiono suggerire l’urgenza di riunificare le due parti coinvolte sotto lo scettro della poesia:

Ora che ho perso il pugno
ora che ho rotto il giorno
la carne viva accende l’inchiostro
e la sposa accetta il patto della danza

la smorfia ha forma di labbra
sull’impianto d’un volto somigliante
tu ti riassumi tutta nell’assenza
se ho ancora la facoltà di scrivere
vorrà dire:

non è sogno l’agonia sbranata dai dettagli.

Il dettaglio viene scarnificato, roso in ogni sua parte costitutiva, come se scopo del poeta fosse individuare la radice prima che ingenera il reale. E tuttavia, le partiture e i tempi che lo scandiscono, appaiono ovunque segnate da smottamenti interni, come se il sistema di continuo cedesse di fronte a ogni tentativo di autocontrollo. Fava mira al disegno algebrico che intesse fili e trame, stagliandosi sull’orizzonte di una voce che apre ai possibili e li chiama a sfida:


Oggi so che mi appartieni come la voce
perché mia la parola mia la bocca

oggi che l’aria cuce il tuo profumo al vento
che conta come per chi non può vedere il sole

l’iride gonfia trema solamente
sarà come svenire sarà come cadere

sarà come un verbo senza paradigma
come un nome in ogni caso

in ogni caso
sarà come.

Tornare al segno, forzando il visibile, è l’impresa a cui il poeta si chiama per appagare ogni istanza di senso:

Avessi fiato per ricorrenti forzerei il rigo
a capovolgersi fino a trovarti, muta
a guardarmi nel solo punto del reticolo
dove le penne sono ancora su quel segno.

La fatica di attingere all’abisso per ritrovarvi fiato rende la parola materia viva e spazio aperto al possibile:


Solo spazio possibile aperto alla leggenda,
finché ho potere di pensare
la grafia da donna sia il dettaglio
del fango che torna ad essere casa dei fiori.

Ma il foglio rimane, con prepotenza, precipizio «ad un quarto d’ora dall’abisso»:


C’è stato un tempo, perso nel passato
dove ogni battito aveva un nome,
tutto era stupendo.
Poi mi sentii
ad un quarto d’ora dall’abisso,
dal margine del foglio.
Lo tocco solo rimanendoti accanto.

La scrittura sedimenta e attraversa ere geologiche in cui eternità e abisso sono compresenti:


Trova il suono che tintinna, che dà misura
della precarietà della vita e al contempo
chiusa nel suo ritmo eternità ed abisso.

La vocazione a colmare la distanza da un’origine, percepita come netta e irrimediabile, è risoluta:

Riconoscere il tempo della quiete,
quel posarsi sui rami come luce.
La battaglia, se tarda, è ancora
di là dalla montagna, non temerla,
riservala ad una pronuncia
da elaborare con cura, verrà
come un incendio, divorerà
tutto intorno, un mondo
non riuscirà a contenerla. Un tonfo,
ed eccola: riemerga dalla calma
il campione che sei.

Solo la calma algebrica, e dunque calcolata, può consentire la messa a punto di una strategia efficace contro l’arido e la sete:

Fuori da ogni possibile tempo desueto,
quando la giornata più non sembra
un viaggio di pozzo in pozzo nel deserto
e gambe forti reggono il tuo peso,
nell’incavo del letto metti a punto
un piano, una strategia precisa.

Imploda l’inverno sulle braccia dell’estate.

L’anelito alla luce sembra più figurare come l’esito di una tensione irrisolta, inappagata. Nostalgia di un assoluto cui ricongiungere la lingua.

*

Nota di Pietro Romano

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