La poesia di Sergio Carlacchiani – Omaggio di Filomena Ciavarella

La poesia di Sergio Carlacchiani fugge e riappare, è seducente e inafferrabile come una bella donna effimera che si materializza sui “ sedimenti” della notte.Corre fluida e inesorabile, inarrestabile nel suo fiume – anima di artista. Attesa, eversiva,amata tanto da incidere il marmo freddo della vita fino alle cavità del cuore umano. E’ un artista versatile che dipinge con colpi di luce l’anima umana, ma nello stesso tempo si lascia divorare il cuore fino all’ultima stilla d’amore. I suoi dipinti sono tessuti di poesia, di una tensione che con velocità adamantina di luce dona forma all’oscurità. La sua ricerca di verità è mai paga di sé, ma si dilegua in una vacuità che sale da un lago di luce che dona equilibrio. Il cavallo selvaggio si acquieta in un trasumanar fino all’amor che muove il ciel e le altre stelle. La bellezza dello Yin e dello Yang orientale trova il suo arco nel mistico sentire poetico dantesco. La sua stanza immateriale si eleva in una calma celeste sul frenetico divenire del tempo. La sua poesia è ribelle ma adamantina come un fiume indomabile che viene da lontano, dalla tradizione di Baudelaire, Rimbaud, Esenin e del suo caro amato Giacomo Leopardi. La sua voce albeggia con le loro anime nella sua splendida biblioteca sonora. I suoi versi chiamano a sé i poeti erranti, per trarre di terra in terra il nettare nel respiro nell’invisibile. La poesia è sua amica fedele, si trova ai margini del pozzo, è stata eletta per la luce. Non c’è spazio per la retorica, ma solo per la spontaneità del cuore che arrossisce innamorato dell’alba al risveglio. Antidogmatico è il suo sentire, ricco della forza leonina e gaudente  della cara amica Alda Merini, dello lingua chiara e tagliente di Allen Ginsberg, con il suo malessere che si strugge nell’istante e che dilegua e lentamente muore. Ed è così che la luna spella d’amore la sua anima, mentre si commuove come un bambino per i fiorellini del prato, piange accorato nell’intimo se qualcuno li calpesta. Tesse alcune volte un divino distacco, quasi per tenere il suo cuore a riparo dalla frantumazione del mondo, in una calma divina del lago, dove la sua folgore si tuffa quieta. Evoca le voci dei suoi amici, in una preghiera quasi in punta di piedi per paura di far male, per bere alla coppa del suo cuore nell’ultimo addio alla vita. Gentile è il suo sentire quando tesse parole d’amore alla donna amata, sul cavallo alato la immagina come un cavaliere dell’infinito. Le sue interpretazioni poetiche entrano in un rapporto di profondo amore con il sentire dei poeti. La sua voce beve al nettare dei versi fino alla linfa essenziale, plasmandola come argilla di vita. In una splendida interpretazione di ” In un momento sono sfiorite le rose” di Dino Campana, la sua delicata sensibilità di poeta sugge, interpreta il lento sfiorire dell’amore per Sibilla Aleramo con un chiarore che tocca l’intimo cuore. La sua lingua poetica prende respiro nella realtà, convinto che la sua anima spiritualmente rivivrà in anfratti di mistero ora impercettibili. Struggente è il desidero inviolato di fare della sua esistenza un’opera d’arte, lasciandosi fluire con forza nello spazio materiale. Il suo mal di vivere  cerca costantemente l’estasi che si adagia magari sulla riva di un fiume, dipinta con colori quasi di carne. Nella poesia dedicata a Arturo Michelangeli il tempo vibra nel mistero, intorno alla voragine del pozzo. Il pianoforte, lui e la morte sono in dolce compagnia, si consegnano al silenzio inafferrabile. L’artista vaga sulla terra nell’ignoto come “uno spettro sinistro che passeggia”. Scandisce “la sprofondità, il niente e il tempo sonoro” che fluiscono nel fiume – vita. La poesia “ è la somma dei vuoti, delle mancanze”, aleggia come un donna mai posseduta veramente. Dedica a Chet Baker dei versi dove si sente e si tocca l’assolo affascinante della dannazione. La poesia si fa una rima sdendata, si sente quasi l’odore forte della benzina, l’estasi finta della droga che discende quasi in un flusso di cielo, d’amore. Nessuna effige può rappresentare la sua bellezza invisibile, dea silente ed immacolata nel bianco candore dalla sua voce  accarezzata, come da petali di rosa vellutata. Ombra d’aria e di luce che cattura accordi impercettibili, muta armonia inafferrabile. L’assenza dimora nell’ombra e attende i sogni, come falene che inseguono la luce. Sboccia un nuovo giorno che sovrano regna nel suo cuore. La sua voce è un Aedo che si fa verso leggero e terreno, biancheggia di Alba e tramonto, è “un  folle girotondo” che danza sulla chiarirà della notte. La meraviglia  aleggia nel mistero della candida aurora, nell’insaziabile ricerca che in lui mai ha fine. L’arte si fa respiro vitale, sembra giacere nella luce chiara dell’illuminismo greco, invenzione sublime, ciclopica. Si rivela come una sirena marina nella lirica dedicata a Bruna Cicala mentre “trasuda eternità”.   I suoi versi sono alcune volte giocondi, immediati e senza veli, dove appare il suo sentire che tocca altezze inviolate, altre volte l’istinto più carnale. Spalma umanità struggente dove il dolore appare. Nella lirica dedicata a Carlo Michelstaedter il vento è inerte, con le vele ammainate il giorno si abbandona alla notte. Si spezza il cerchio del possesso, non c’è separazione fra amore e nulla. La tristezza consegna Carlo alla vita eterna. L’empatia sfiora la rugiada della notte che al giorno dà sostanza. La sua esistenza donata all’arte come gli uccelli del cielo cesserà quando non sgocciolerà più vita dalle altezze intoccabili.Il segreto copre il mondo di cipria poetica, le parole non bastano alle essenze che fuggono. Il suo sentire vuole scrollare il velo che tiene l’ignoto, la sofferenza è forte ma è attaccato disperatamente alla vita. Mi ricorda un passo delle Elegie di Chi Trung, dove il poeta pur avendo attraversato i sei mondi, non vuole morire perché è profondamente innamorato della vita. Delicati versi descrivono la donna amata, che ricorda molto l’amore-vita, persa fra le strade assolate della città. Interroga la domestica, che silenziosa le indica un foglio di carta spiegazzato dove ora vive il suo amore, il sogno del giorno mai veramente posseduto. Si definisce superficiale, poco intellettuale, ma il suo cuore ha la malinconia dell’estrema idealizzazione della vita che fugge. Le voci poetiche dei suoi amici sono come uccellini che bevono alla cavità della sua coppa, che sua non è perché non costruisce barriere nell’arte. Gli spaventapasseri non fanno da filtro e non impauriscono. Il suo seminare al vento la poesia si fa speranza, è un un raggio dove la desertificazione si dilegua in un campo di sole. Gli uccellini, in silenziosa preghiera, sono invitati a nutrirsi al cuore misterioso della poesia. I suoi versi sono piccole preghiere alla vita, che si fa rosa e in alcuni istante inno inviolato di purezza. Offrire l’arte come carne da sbranare, spezzando il cerchio del possesso, è di chi è già morto vivendo. Di chi vive  come se non fosse in questo mondo. In ogni minuto si viene alla luce, con la tristezza in petto che spaventa. Ogni istante è una ferita che lacera, il poeta è un funambolo appeso al filo dell’invisibile. Le sue lacrime a dirotto scendono dal cielo, sono poesie, bagnano la sua nostalgia infinita.Nell’umana storia la ricerca dell’ amore è più dell’effimero piacere.In lui c’è il dovere di vivere, di cercare l’amore in anfratti di buio, sempre fino alla fine della vita. Tale moralità  dell’ amore è straordinaria, rende vere le impercettibili certezze della splendida poesia, la sua vera amica fedele

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