Giorgio Ghiotti – Intervista. A cura di G. Galloni

• Ne Gli occhi vuoti dei santi (Hacca, 2019) c’è in particolare un elemento che mi ha turbato – un elemento a prima vista assente nei tuoi libri precedenti: il perturbamento, lo straniamento. L’altro e l’altrove; l’osceno nel senso di fuori dalla scena. Come se, dalla cronaca dell’adolescenza, tu fossi passato a una cronaca tutta interiore; che del quotidiano mantiene la facciata, lo svolgimento dei fatti. Naturalmente, la mia è soltanto un’impressione; e, come tutte le impressioni, potrebbe essere fallace. Sembra, infatti, che i personaggi di Dio giocava a pallone (Nottetempo, 2013) abbiano da tempo gettato via le loro illusioni – come del resto era prevedibile dal finale di quella raccolta. Ora – posto che si parla sempre di personaggi immaginari – come prevedi il futuro dell’umanità che abita il tuo nuovo libro? È la speranza una delle misure della tua scrittura?


Non so prevedere futuri. So che l’unica possibilità per i miei personaggi di declinare ancora al futuro una frase è uscire dall’ossessione, dialogare quanto più possibile. Io guardo con sospetto le persone che non dialogano, che stanno sempre in silenzio. Romain Gary ne “L’aquilone” scrive che “bisogna sempre ricorrere alle parole per impedire al silenzio di parlare troppo”.

• C’è un sottile filo rosso a collegare le tue opere. L’importanza della famiglia; vuoi come luogo da cui fuggire, vuoi come rifugio. Penso al racconto del padre, o al tuo precedente romanzo Rondini per formiche (Nottetempo, 2015). La famiglia, tema tanto caro a molta narrativa novecentesca, è stato negli ultimi decenni messo da parte – preferendo a essa l’individuo già autonomo, privo di radici. Tu, con i tuoi libri, sei stato tra i pochi autori a riscoprire la famiglia come ragione narrativa; anzi come luogo drammaturgico. E di questo te ne va senza dubbio dato merito. Quali sono, al riguardo – e se ne hai – le tue principali influenze letterarie? Mi viene naturale chiedertelo, non riscontrando similitudini con te nel panorama attuale.


La famiglia è un’istituzione, un fatto culturale. Esattamente l’opposto della vita, che è un fatto biologico. Nella famiglia c’è tutto il tragico di cui le storie hanno bisogno. L’avevano ben presente Moravia, Ginzburg, Romano. Quando uscirono “Lessico famigliare” e “Le parole tra noi leggere”; Natalia Ginzburg e Lalla Romano vennero liquidate come scrittrici autobiografiche e “familiari”. Eppure non c’è nulla che non sia eterodiretto, nei loro libri, nulla che non tocchi le esperienze e i cuori di tutti. Qualche nome dunque l’ho già fatto; aggiungerei i primissimi romanzi di Dacia Maraini, “La vacanza”, “L’età del malessere” – un vero capolavoro, quest’ultimo.

• Questa è una domanda che di rito faccio a tutti gli intervistati. Uccidere i propri maestri. Sei d’accordo?

Le mie sono, comunque, soprattutto maestre. Non si uccide nessuno; si comprendono in sé le voci che si sono amate, ci si scende a patti, ci si fa i conti. Ci si continua a dialogare. Non sono uno in grado di camminare da solo, ho una paura totale della perdita, di perdere persone storie libri e occasioni.

• E con la tua generazione, i tuoi compagni di strada? Quali sono i rapporti?

Non so come intendere l’espressione “compagni di strada”. Se la si circoscrive a un cerchio generazionale, è povera cosa e riduttiva. I miei compagni di strada hanno vent’anni e ottanta, perché il dialogo tra le generazioni è la cosa più preziosa che ci sia, e quando avviene è un miracolo. E’ un miracolo possibile perché, come spiega Ginevra Bompiani intervistata da me nel libro “Mesdemoiselles. Le nuove signore della scrittura”, l’anima non invecchia. Invecchia il corpo, ed è terribile vedere questo scollamento tra l’immagine che ci rimanda lo specchio e chi veramente siamo dentro. Ma l’anima non invecchia. Ci sono scrittrici e scrittori bravissimi che hanno pochi anni più di me: Viola Di Grado, Angela Bubba, Tommaso Giagni per esempio. E dei poeti coetanei. Ma per camminare insieme bisogna avere una meta comune, almeno per un tratto di strada, lo stesso passo, o la disponibilità di regolare il passo al ritmo dell’altro. E poi bisogna essere estranei al protagonismo, all’arrivismo, alle piccole beghe editoriali, bisogna riconoscere il talento dell’altro, e gioirne, non esserne invidioso e cercare di affossarlo. Bisogna soprattutto essere uno “scrittore” così come lo intendeva Elsa Morante (cito da Pro o contro la bomba atomica): “uno scrittore, cioè prima di tutto un poeta, è il contrario del letterato; è un uomo a cui sta a cuore tutto quanto accade, fuorché la letteratura. Per i letterati, come si sa, il solo argomento importante è, e sempre è stata, la letteratura”. Ecco, io avrò più interesse per la letteratura il giorno in cui smetterò di avere interesse per tutto quanto accade. E invece ci sono così tanti miei colleghi e compagni di generazione che sono perfetti letterati; ma lo scrittore, il poeta è un’altra cosa. E’ molto di più.

• Progetti in corso e in divenire?

Sto scrivendo, in prosa, con una gioia che ogni volta si rinnova, una passione che mi travolge.

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