Epica Quotidiana – Intervista a Ilaria Grasso

a cura di Gabriele Galloni

1) Epica quotidiana, con prefazione di Aldo Nove e pubblicato da Macabor Editore, è un personalissimo esordio poetico che segna in qualche modo il punto della poesia civile oggi. Una bella responsabilità, insomma e cosa significa, oggi, fare poesia civile?


Fare poesia civile oggi per me vuol dire presidiare tutti i luoghi possibili e cercare costantemente un senso al nostro agire. Produciamo tanto, anche troppo rispetto a ciò che potremmo acquistare o alle risorse di cui il mondo dispone e necessita. Ma a quale scopo? Ecco che a questa domanda manca una risposta di senso. Dobbiamo quindi produrre senso. Questo è il dovere della poesia civile oggi e il dovere dei poeti che vogliono armarsi e partire per questa lotta. Ci vuole molta energia e consapevolezza e voglia di vedere le cose e rappresentarle per farle vedere. Mi fa molto piacere quindi che questa intervista parta con la parola “responsabilità” perché in questi anni Venti si cercano più colpevoli o nemici che responsabili. Se vogliamo essere efficaci nell’azione e nella pratica bisogna innanzitutto partire dal presupposto che esistono vari livelli sui quali la responsabilità agisce e cioè il livello individuale, quello sistemico, quello economico e quello relazionale. Se salta anche solo uno di questi livelli si parlerà sempre di una responsabilità parziale o incompleta. In ogni modo inefficace se non tossica o dannosa. C’è poi una responsabilità che agisce nel presente e una che agisce nel futuro. Insomma anche situarci nel tempo mi pare essere fondamentale. Il mio sentire è molto vicino al concetto di response-ability indicato da Donna Haraway in “Chthulucene”, tradotto da Claudia Durastanti e Claudia Ciccioni per NERO edizioni.


La traduzione di questo termine è stata un processo molto difficoltoso perché sono termini, quelli usati dalla filosofa e docente universitaria, quasi intraducibili. Compito del poeta è anche secondo me quello di farsi portavoce del linguaggio della contemporaneità. Nella poesia contenuta in Epica Quotidiana dedico una poesia a Majakovsij e in un verso dico “Dobbiamo aprire le parole e riempirle di azioni e significati/e mai usarle per sterile contrasto”. Mi sono resa conto che il nostro bagaglio lessicale è pieno di neologismi che, nella pratica quotidiana, sono usati come armi distruttive e sono portatori di concetti vuoti e privi di senso o ancora che ben si prestano a fraintendimenti perché sono spesso anglicismi o americanismi che sono pregni di capitalismo e competizione. Ecco che l’importanza del lessico diventa fondamentale. E di un lessico che non sia non portatore di una estetica patinata ma di un’etica concreta.


Ma torniamo alla Haraway e vi riporto qui un estratto dell’introduzione del libro della Haraway scritta da Claudia Durastanti che sia di spunto e riflessione sul termine “responsabilità” che ora come ora a me sembra davvero riduttivo.
[…è il concetto di response-ability, risolto in responso-abilità. Che effetto avrebbe avuto il neologismo rispostabilità se fosse stato scelto al suo posto? Entrambi indicano l’abilità di generare risposte di fronte alle urgenze del presente, ma in un caso si accomoda il concetto di qualcosa che abbiamo già, in un altro lo si rilancia con una piccola effrazione. Alla lunga, leggendo Chthulucene, si capisce che vanno bene entrambe le opzioni, e che la vita in questo testo è fatta da continue rimesse in discussione della permanenza, e di tutto ciò che si solidifica in un luogo comune. Si sta su questo pianeta infetto come Donna Haraway vuole che stiamo in questa tempospettiva (altra parola di sfida) che lei chiama Chthulucene, innervata da infinite possibilità etimologiche. Quella di Haraway è una lingua sempre in debito: con altri pensatori, altre mitologie, altre culture e altre specie.]

2) Quali sono le tue influenze letterarie?

Ho dedicato un’intera sezione di Epica Quotidiana a quelli che io ritengo “padri fondatori” del mio persorso poetico e letterario più in generale. Parlo di Fortini, Ottieri, Scotellaro, Tito, Bianciardi, Di Ruscio, Volponi, Brugnaro e naturalmente Elio Pagliarani e la sua Carla Dondi da cui è partito tutto. Mi chiamo Roberta e guadagno 250 euro di Aldo Nove è stata una delle tracce più importati assieme a Vogliamo tutto di Nanni Balestrini.
Mi sarebbe piaciuto trovare anche delle “madri” ma non ho trovato voci poetiche femminili di poesia a tema lavoro dei Settanta e Ottanta. Poche e sparute testimonianze ma solo sulle questioni di genere. Ho pensato, per ora non ho trovato altre evidenze, che così come la storia la scrivono i vincitori anche il mondo del lavoro, essendo appannaggio dal patriarcato, non trova espressione in voci femminili. Oggi la situazione sta un po’ cambiando. Penso ad esempio a ¬¬¬¬¬¬¬¬¬¬¬¬¬Sara Ventroni o Nadia Agustoni o Francesca Del Moro.


Mi domandi delle mie influenze letterarie. Le basi fondanti della mia Epica però non solo letterarie. Ho letto molta saggistica e visto documentari (ad esempio I.L.V.A. acronimo di I Lavoratori Vanno Ascoltati di C. Tito) e partecipato ad assemblee di vario tipo. Vorrei esprimere un personale ringraziamento alle case editrici D Editore, NOT NERO EDIZIONI, DeriveApprodi, Minimum Fax, Edizioni Alegre e Sensibili alle foglie per l’encomiabile lavoro di svecchiamento del pensiero italiano. Senza i loro libri probabilmente Epica sarebbe stata sicuramente meno quotidiana e contemporanea.

3) Una domanda che rivolgo a tutti gli intervistati. I maestri vanno uccisi?


Per anni ho creduto fosse giusto “ammazzare i padri” ma i maestri no. Non credo si possano ammazzare i maestri. Se li abbiamo scelti è perché hanno autorevolezza e fino a quando continueranno a parlarmi io ascolterò. Rimuovere il passato o vivere nel passato sono queste le cose che mi fanno più paura. Chi fa ciò commette un’operazione di negazionismo che non può che farci male perché obnubila il nostro livello di consapevolezza.

Parimenti vivere nel passato attiene a un atteggiamento nostalgistico che nuoce gravemente alla lucidità, all’attualità e alla libertà del nostro pensiero. Se vivo solo nel passato non sarò mai in grado di agire efficacemente sul presente, men che mai sul futuro. Insomma i poteri vanno sempre contestati (Vogliamo tutto di Balestrini docet) e verificati per parafrasare il maestro Fortini. SEMPRE.

4) Che rapporti hai con la tua generazione poetica? Compagni di strada?


La mia generazione non si è certo distinta per compattezza e capacità aggregativa ed efficacia politica. E’ stata una generazione gaudente e creativa ma poco incisiva . Ha preferito intensificare le sue energie e il suo impegno a criticare senza però fornire alternative o peggio a non supportare le poche azioni fatte solo su base ideologica e con una forte presenza di pregiudizi.

Anche la nostra generazione, inoltre, vive i suoi conformismi che certamente non lavorano bene per cambiare il paradigma o stimolare l’inclusione e le pari opportunità o eliminare le disuguaglianze. Attorno a me però ho tanti compagni di strada, di età diversa dalla mia e per lo più “poeti lirici” (li definiscono così) come Giorgio Ghiotti. Per me “lirico” e “anti-lirico” sono solo due chiavi interpretative della realtà. Insomma tra un lavoratore soggiogato dal sistema capitalistico e un fiore spezzato non c’è molta differenza. Mi piacerebbe anche in questo come in tanti campi dell’esistenza della conoscenza uscissimo dalle dicotomie.


Da poco e solo dopo una certosina ricerca sono in contatto con altri che come me stanno battendo il terreno della poesia civile. E’ stato molto difficile trovarli ma per fortuna alla fine ne ho trovati. Molto utile è stata ed è la mia partecipazione alla rivista Menelique che ha fatto una copia monografica dal titolo “I futuri del lavoro” che mi ha fatto scoprire altri nomi come Gallipò o Ispani. Grazie ad Adriano Padua ho avuto modo di conoscere Fabio Orecchini. Nell’ambito della manifestazione Ritratti di Poesia ho conosciuto e avuto un lungo scambio con Francesco Maria Terzago. E’ stato utile e confortante. E’ stato come un ritrovarsi.

Molto utile è stato poi lo scambio avuto con Giovanna Frene per arrivare alla poesia di Bajec e Augustoni. Ad Aldo Nove e Giuseppe Lupo devo scoperta e la lettura dei versi di Sara Ventroni.
Al momento sto aspettando di leggere La nostra classe sepolta, l’antologia a tema lavoro di Pietre Vive, per vedere un po’ nomi e temi, modalità di scrittura e come l’antologia è stata strutturata. Il mio prossimo progetto è provare a curare una raccolta a tema lavoro con modalità similari a quelle de Il pubblico della poesia di Cordelli e Berardinelli. Provare cioè a indicare dei nomi (una sorta di canone ma anche provare a fare squadra), costruire un questionario con domande che individuino i temi fondamentali della poesia e della contemporaneità e provare a calare i tesi nel quotidiano irradiandone le visioni e provando a farle confluire in un discorso co-operativo. Approfitto di questo spazio per dire ai poeti e agli editori che mi stanno leggendo che se sono interessati mi contattassero.

5) Credi, proprio partendo da Epica Quotidiana, che la poesia debba tornare ad occuparsi del cosiddetto mondo reale?


La realtà non esiste, esistono le realtà. Come pure la verità. Essa non può esistere declinata soltanto al singolare. Quando mi capita di parlare di verità sono sempre consapevole che è un errore o meglio un’allucinazione confortevole e confortante. Altra operazione importante è lo sradicamento delle rimozioni individuali e collettive. Ascoltare e riconoscere LE realtà e LE verità è nostro dovere di individui, provare a collegarle e in un tutto armonico pregno di senso è nostro dovere di poeti.

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