Melania Panico – Non ero preparata

Nota di Antonio Fiori

*

Mi svuoto della mia vita/ e la mia vita rimane. Ho riflettuto molto su questo esergo di Mark
Strand, anteposto da Melania Panico alla sua raccolta poetica, perché cercavo di
conciliarlo con quanto da lei dichiarato a Gabriele Galloni in un’intervista a ‘Pangea’
rilasciata mentre il libro era in stampa: “Serve uno sguardo sulla realtà, nel senso che lo
sguardo determina una certa poetica, ma non per forza lo sguardo deve partire
dall’autobiografia…È importante la resa della poesia, quello che siamo riusciti a realizzare
e non il motivo per cui è nata quella poesia”. Il poeta, dunque, dovrebbe subito
dimenticare l’eventuale origine biografica della propria scrittura, svuotare la vita d’ogni
residuo personalistico, e far parlare ciò che rimane: la nuda vita, la realtà, la scrittura
stessa. Vi è in questo l’ambizione all’universalità della voce e l’affermazione
dell’autosufficienza della realtà come oggetto della poesia: Sul corridoio ligneo/ desiderio
di silenzio neutrale,/ di quando il giorno riflette sul muro/ e finisce.

Ma la realtà, con
asettica neutralità, comprende anche ogni comportamento umano, ogni nostro gesto e
ogni nostra parola; ecco dunque che la memoria e la storia individuale, rimossi come
concause dalla poesia, ritornano ad occupare la scena in quanto realtà oggettiva,
analizzabile come un fenomeno naturale: Dentro le cose arrese si tengono i paesaggi/
fiumi che si scontrano, aria immobile/ e noi che non torneremo più. Situazioni,
ambientazioni e gesti, in queste poesie, vanno dunque interpretati alla luce di questa
premessa, ovvero vanno intesi come una sorta di distillato atemporale di esistenze, che il
poeta (‘Senza peso da portare’, come recita il titolo della prima sezione) osserva e talvolta
indaga: Ora poggiare la schiena/ chiedersi: cosa ci ha condotti qui// E’ stato vero?


Melania Panico è da annoverare tra i pochi autori fortemente consapevoli delle ragioni
della poesia e consapevoli d’essere, con la propria, sempre in cammino, dentro un tempo
limitato e prezioso (ma il tempo è un braciere mansueto; ora misuro il tempo, le rughe di
un albero; anche il muro di fronte chiede tempo). Tornando alla distanza dello sguardo,
alla cercata resa oggettiva, molti esempi li troviamo nella sezione ‘La linea’, cioè sulla
frontiera tra la vita e la morte: di nuovo le cose si aggrappano al braccio/ chiedono
conferma del loro esistere; Anch’io avrei voluto partire, prendere distanza/ diventare
campo di grano, ipotesi di buio.// Fuori ricordo invece che c’era molta luce; Adesso è tutto
vuoto come un fluttuare/ adesso lo sguardo è una rivincita.

Alla fine, nell’ultima sezione –
‘La questione è la luce’ – quasi si tirano le fila: Un giorno mi hai chiesto/ dove vanno le
cose che abbiamo dimenticato/ io ti ho risposto che restano, in fondo/ le teniamo qui per
sempre. Anche la consapevolezza del lettore ora è cresciuta, grazie alla maturità della
voce, oggettiva ma umanissima. Aggiungo solo che Melania Panico, nell’intervista a cui
mi riferivo all’inizio, conclude con un bellissimo auspicio, che qui mi piace ricordare e
condividere: “Dovremmo perdonarci di più”.

*

Grazie a Giovanni Ibello per la cura e la segnalazione

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