Floriana Coppola – La faglia del fuoco

A cura di Ariele D’Ambrosio

*

Se prendo un libro tra le mani, la prima cosa che penso è se la copertina mi cattura. Poi giro il libro curioso di vedere la quarta. Poi ancora il risvolto di sinistra ed infine quello di destra. Ebbene tutto mi è apparso sobrio ed elegante. Soprattutto il pudore sottolineato dal poco esibito delle notizie dei due autori: il poeta Floriana Coppola e l’artista Aniello Scotto.


Mi soffermo sulla copertina. Non entro nel merito tecnico di un valente incisore che pure intuitivamente mi sorprende e quindi mi emoziona, entro nella bellezza del segno sottile che mi affascina con la sua leggerezza piena e che dà senso materico e sinergico a poesie anche molto carnali di cui parleremo.
La copertina dicevo, che contiene, in un bianco e in un nero dalle mille sfumature tra luci ed ombre, due scheletri, che s’intendono piccoli, animati e animosi, volanti nel vuoto e aggrappati ad una frazione di ramo che sebbene senza colore mi ricorda quello spinoso di una rosa. Ed è qui il passaggio fluido, mobile, da queste spine che mutano in piccole stelline anch’esse scure. Scheletri con cilindri eleganti ma inusuali, giocati sulle trasparenze del segno e con falde che potrebbero essere piccole ali volanti, ma anche capelli scomposti dall’aria.


Bene, tutto questo che ho descritto per gli interventi di Aniello Scotto, e che figurano ad intervalli le pagine di parole, diventano indicative delle poesie di Floriana Coppola che si succedono in una sorta di forma epistolare che richiama nella contemporaneità un assetto emotivo romantico ineludibile.
Poesie, come un ramo di rosa senza fiore, alla ricerca anche disperata dei suoi petali, alla ricerca di un profumo che si scova nei suoi segni. Poesie in un roseto che imbriglia tra i suoi rami difficili di storia e di storie, ma questa volta a dispetto dei suoi piccoli scheletri gnomi, con colori che evocano spine che mutano in stelle luccicanti e nuovamente in spine, in un’aria espansa che oscilla tra il desiderio del sereno terso e una realtà nebulosa di contrasti sofferti ed anche subiti.


Ed allora il titolo: la faglia del fuoco, incisivo, fondante, immediato, con tutta l’ambiguità che lo caratterizza e lo arricchisce di senso. Un fuoco che è faglia, frattura, ma anche distanziamento, difesa. Una faglia che vorrebbe arginarlo, ma che nell’attesa sul suo essere limite potrebbe spegnere l’energia di quel fuoco che può scaldare ma come sempre anche bruciare.
Come non innamorarsi di questo titolo che ci lascia sul margine, anche in pericolo, ma per questo più attenti al femminile che denuncia il suo essere come vivente ed umano senza più distinzione di sesso.


Non ho mai amato la letteratura al femminile, attribuendo alla parola poeta il neutro, non il neutrale. Non c’è distinzione se non nel talento, nella capacità di trasmissione, nella professionalità.
Ritengo che Floriana Coppola si distingua in questo senso e specie in un momento storico in cui la poesia, lì dove ci si impegni seriamente anche con il rischio di fallimenti dolorosi, è di fatto un’utopia. Un’utopia in una specialità artistica che la vede non solo emarginata da lettori che non siano addetti ai lavori, ma peggio abusata dalla retorica melensa, che la fa una non poesia all’interno di narcisismi autoreferenziali distribuiti in rete. E qual è la poesia, più di quella così detta d’amore, che può essere intrappolata in quegli egotismi mielosi di cui prima?
Qui il primo talento e professionalità di Floriana Coppola che ha scansato questa trappola, mentre ne ha inventate molte altre in termini di seduttività e di eros, disvelati attraverso lo scavo profondo e l’intelligenza della mente e del cuore.


Trentotto poesie, ma anche, a mio avviso, trentotto monologhi teatrali che si dipanano in una contiguità di un unico lunghissimo respiro. Ma anche dialogo a tre voci di epistole ottocentesche e aristocratiche, di un dannunzianesimo virtuoso riletto e riscritto in chiave contemporanea, e lette in solitudine, in una penombra che le tiene unite sulla scena, unite con le sue voci umane.
Il lessico è alto, in punti anche basso, come si conviene oggi ad una totalità espressiva che non può e non deve fare distinzioni. La sintassi fluida.
Sulle pagine di sinistra, quasi ad introdurre, a tematizzare le poesie, riflessioni emotive molto belle. Ne cito qualcuna: Tocchiamo e siamo toccati. La breccia è fatta di parole. Le parole portano lo slancio delle cose verso di noi e di noi verso le cose. / La scena della metamorfosi descrive ogni differenza che si imprime una sull’altra e diventa maschera. / Quando si parla dell’amore si parla del desiderio e il desiderio vive dell’assenza, ha la sua luce nella mancanza.


Ora nasce il “problema” di come collocare la poetica di Floriana Coppola all’interno di una contemporaneità, notevolmente, anzi troppo parcellizzata e caratterizzata da una sorta di anarchismo che ha perduto l’utopia dell’anarchia. Sembra non esserci direzione, sembra ritrovarsi in orgogli e valori che dichiarano, con sicumera, appartenenze di vario genere, tra le quali prevale quella della libertà di espressione. Libertà resa parola vuota, proprio per mancanza di una struttura pensata che s’impone a caratterizzare uno stile ed individuare un artista.
Ancora una volta il poeta di cui dico, si salva da questa gabbia intrappolante assai espansa in questi tempi. La sua poesia può apparire di forma prosastica monologante, come dicevo, e tanti e assai importanti sono i poeti che si sono cimentati come caposcuola, ma si badi bene che all’interno di queste narrazioni contrappuntistiche, che quasi indicano un chiamare e un rispondere, c’è un’istintiva ma consapevole struttura “musicale” che la rende anche poesia del dire e non solo del leggere.


Faccio un esempio per tutti citando l’inizio a pagina 19 e provando a giocare sul testo per poi fare una piccolissima, minima analisi di questo frammento: Posso scrivere la configurazione delle stelle nel cielo, saggio la costa frastagliata dei confini, l’attesa dei corpi, l’artiglio della sua assenza che graffia l’anima.

Posizioniamo questo frammento in verticale tanto per assomigliare al tanto:

Posso scrivere
la configurazione delle stelle
nel cielo,
saggio la costa frastagliata
dei confini, l’attesa
dei corpi,
l’artiglio
della sua assenza
che graffia l’anima.

Già di per sè è una poesia che ha la sua consistenza.
Mi perdoni il poeta per questa ingerenza. Dove il mio fare ludico è stato assolutamente discrezionale con gli accapo. Mi sono anche regalato qualche enjambement, ed ho cercato versi dispari impopolari e non pari, per rispettare i dettami danteschi e non rischiare cadenze che oggi potremmo definire pop, abbracciando l’ansia di molti nel mutarsi in popolari.


La successione dal 1° al 9° è di: un quinario, un endecasillabo, un trisillabo, un novenario, un settenario, un trisillabo, un altro trisillabo, un quinario, un quinario sdrucciolo.
Perché questo gioco? Per fare intendere bene quanto ci sia all’interno di questa struttura e di questa scelta di poetica che ben si definisce, che si mostra salda nei suoi codici e che attraverso la sua forma si colloca in maniera forte, decisa e riconoscibile nell’ambito della frantumata poesia contemporanea.
Tutto questo per me è un merito, un grande merito che sottolinea la faglia del fuoco come l’argine a questo “fuoco” poetante che rischia di incenerire ogni cosa.
Mi rimane questo frammento in memoria tra i frammenti; altra connotazione di questa buona e bella poesia: Vorrei sollevare il masso dal tuo petto, fare d’oro ogni cicatrice. (pagina 43). E qui come non ricordare il kintsugi giapponese, il suo gesto essenziale che ripara i frantumi, i frammenti con una colla d’oro, come solo può essere bella e calda la tinta del sole. Qui la speranza di amori infranti, qui le sue ferite ricucite, per una dimensione ed un’emozione resa lirica da parole che scolpiscono una vita che cerca, che accoglie, che ripara le sue sofferenze, le sue incertezze, le sue dicotomie.


Qui il valore emotivo più grande, dove la faglia è curata dal fuoco, ricucita dal fuoco, amata dal fuoco.

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