Franca Alaimo – Traslochi

Nota di Pietro Romano

La poesia si annida nelle zone di transito: nel volo degli uccelli che si staccano da terra; tra le onde del mare che si susseguono dissolvendosi a riva; nei corpuscoli di luce che cadono sui corpi distinguendone i colori; tra le parole e il respiro e tra il respiro e le parole. Traslochi (LietoColle, 2016) di Franca Alaimo suggerisce l’idea di un riposizionamento della parola poetica da un luogo dell’esperienza in cui per lungo tempo l’io s’è pausato in attesa di risignificare il mondo a un altro in cui è tornato al canto riscoprendolo nella dimensione del rovescio. Centrale mi pare, nella produzione di Franca Alaimo, il desiderio di aderire alle forme del mondo, malgrado la disillusione che queste possono suscitare. Questa adesione si realizza come impulso ad abbracciare la fenomenicità dell’esistenza, colta in tutta la sua valenza metamorfopoietica. A tal proposito, Roberto Pazzi scrive: «M’incanta ancora l’attenzione alla fenomenicità dell’esistenza con cui questa poesia della maturità mi entra dentro con la ferocia del canto di una habanera, sensuale e tenera, fedele alle forme che gridano sempre la loro forza. Sarei tentato di dare una patria a questa così precisa fedeltà ai sensi. E nominerei la Sicilia, come ampio letto dell’anima di Franca».
L’esperienza del trasloco si segnala nell’opera come congedo da un’esistenza che, per tornare a espandersi e mutare, deve attraversare il dolore e accogliere entro di sé la necessità del mutamento. Quest’ultimo si manifesta in modo graduale con la presa di coscienza di uno iato che impedisce una rispondenza, oltre che con il Sé, anche con l’alterità:


Separati in casa

Mi separa da lui un muro così sottile
che il suo respiro giunge nel mio orecchio
come il ronzio ostinato di un insetto.
Lui dorme con la testa rivolta a Occidente
e nascono dall’osso della sua fronte
le ombre del tramonto che come teli viola
coprono a lutto anche le fondamenta.
Io scruto con occhi insonni il Settentrione
e la sua stella colma di tempesta.
Talvolta, al principio del mattino,
s’incrociano i nostri passi sulla soglia,
ma più si fanno i nostri corpi vicini
più le lingue s’inceppano sopra i sassolini
gettati di traverso dall’Orgoglio.

Tuttavia, colmare la ferita della distanza da sé stessi, quando la distanza si è fusa in un tutt’uno con il Sé, può implicare, nel mutamento, un senso di disorientamento volto a riconsegnare l’io alla trama degli eventi:

Da sola

Indugiando tra le cose
un’ombra visita la stanza
e taglia l’aria alle mie spalle.
Mi stacca il corpo dalla parete
dove si appoggiava con la vita,
ed io impallidisco all’improvviso,
guardo per un istante la finestra
e la gioia vermiglia del geranio.
Mi chiedo dove comincia il luogo,
lo zero della morte; mi sembra
di gridare senza suono di voce,
ma uno stridio di gomme sul selciato
mette in moto l’ardore del giorno,
mi ridona al tormento del corpo
e alle trafitture addominali.

L’io fa esperienza del terrore dell’ignoto, correlato al darsi delle possibilità come altri inevitabili scenari su cui la vita, indipendentemente dal proprio volere, potrebbe stagliarsi. E allora, il non-senso sembra fare corpo con le cose al punto da rendere indistinguibile il limite tra vita e morte («Mi chiedo dove comincia il luogo, / lo zero della morte, mi sembra/ di gridare senza suono di voce») fino a quando «l’ardore del giorno» e i rumori cittadini non richiamano l’io all’immediato presente. Nondimeno, il quadro si amplia: malgrado l’io, dopo l’iniziale smarrimento, sia tornato entro di sé, la corporeità continua a essere percepita come un tormento, quasi negasse la possibilità di una reale apertura cosmologica. Necessità quest’ultima che affiora con tutta la propria forza nel componimento Cerco l’anima:



Mi cerco l’anima tra le costole,
ma la gabbia toracica scricchiola vuota.
La chiamo, e tiro fuori solo un sospiro
dall’accumulo d’aria nei polmoni.
E poi non sento più la bocca di Dio sopra la mia,
quel suo fiato vibrante d’amicizia
che consolava la scatola del mio corpo.
Ma dov’è andata mai l’eterna essenza,
l’immagine bellissima di quel mondo
che ruota al di sopra, lontano, misterioso,
al di là della luce traballante delle stelle?
Mentre il buio mi cade addosso,
chiudo gli occhi e inseguo in sogno,
ma sprofondo in un labirinto senza visioni,
finché la notte mi sale all’orecchio bisbigliando
l’incommensurabile tedio del silenzio.

L’ingresso nella dimensione urbana determina un’ulteriore esperienza di mutamento in contrasto con la vita da cui ci si è separati con fatica: la città appare aggrovigliata dal traffico, trafitta «dall’alone delle lampade fluorescenti» e soffocata da «molecole di biossido di carbonio», tutte connotazioni che stridono con il bisogno dell’io di riconoscersi in una dimensione verginale, armoniosa con le forme naturali. Il che pare confermato anche da un altro componimento della raccolta, Trasloco, in cui Alaimo ripercorre, con affettuosa trepidazione, alcune memorie della casa precedente: «La mia casa era un minuscolo zoo/ dove vivevano tante creature:/ c’erano le zanzare, le libellule/ e le mosche noiose,/ e piccole farfalle così chiare/ che appena si distinguevano dal muro».
Ciononostante, Traslochi figura come il racconto di un’esperienza di mutamento in cui la metamorfosi è preludio alla creazione e al travalicamento. L’accettazione dell’essere nella globalità dei suoi aspetti è il fulcro tematico attorno al quale gravita la grande poesia di Franca Alaimo. In particolare, tornare alla memoria del passato significa, per la poetessa, illuminare il presente per rifondarlo alla luce di un canto che ottiene di essere e si trasfonde in ogni spazio abitabile dal pensiero:

Di fronte alla casa lasciata: ricordando.

Raccontano un sortilegio di antiche voci,
(quanti lontani inverni!)
le colature della pioggia sopra l’intonaco.
Passano le ombre dei corvi nel cielo di cenere
e scrivono effimeri alfabeti sul lenzuolo
attorcigliato dal vento sul filo di metallo.
Oscillano le colline, le case, gli ulivi,
scintillando umidi tra le lacrime
ed il mio cuore sanguinante
sembra una bacca pendula dal ramo.
L’autunno come un amante spoglia gli alberi
e guarda la donna nuda con un filo d’oro
attorno al collo simile a un sentiero
spalato nella neve dove batte il sole,
le cosce tonde, i seni come mele.
Ma come si fa, adesso,
a sconfiggere la muffa dei muri
il veleno mortifero del sonno?
Bottiglie e ventagli alla rinfusa
-questo ricordo-
giacevano sul tavolo dove poggiavo i gomiti,
quando un fascio di luce
fuggì da una nuvola di piombo
e divise esattamente
i pochi metri quadri della stanza.
Tra terra e mare si legge ancora il nome del borgo
sulla carta topografica appesa al muro,
la sua minuscola geografia di arance dondolanti.
E adesso,
(mordo gli steli agrodolci tra i denti
come nell’età infantile),
che mura scalcinate prossime al crollo
tra radici e nodi di canne,
e che cancelli arrugginiti!
Ci torno da fidanzata e sposa del mio passato,
con quei ricordi di,
bestiola così scalmanata e tenera in amore

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