Carlo Tosetti – La crepa madre

Una lettura di Alfredo Rienzi, maggio 2020

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La poesia italiana contemporanea è un arcipelago di isole. Molte non somigliano a nessun’altra: fuor di metafora molti autori e numerose opere riescono, ancora, a distinguersi come peculiari, a costituire un unicum.
La Crepa Madre di Carlo Tosetti è una di queste, certamente, per il rigore architettonico: nove capitoli, ognuno recante per titolo un sostantivo; ogni capitolo composto da 12 componimenti numerati, tranne il VI che ne ha 16. I componimenti sembrano finestre di una casa, disposti simmetricamente in numero di quattro per pagina, ognuno di 12 versi brevi. Ancora: ogni capitolo introdotto da una breve narrazione: quanto mai funzionale e illuminante.
Una struttura rigorosa, un ordine assoluto nel quale si preannuncia e avviene il simbolo del disordine agito: la distruzione, il crollo, “un barrito minerale/ […] di pietre frante”.
Nell’intramatura dove dominano i lessemi correlati e connotanti di “crepa”, “casa”, “muro/i” si snoda un avvincente racconto che l’Autore, ci avvisa (Avviso, pag. 7) essere basato su “vicende […] intreccio di fantasia e convinzioni attecchite nel substrato dei miei ricordi”.
Colpisce da subito la perizia nell’articolare un racconto così ampio in spazi definiti, nel lasciar fluire la narrazione in versi – per lo più settenari ed ottonari, di ritmo incalzante – con lingua attenta e sorvegliata, irrorata da non pochi vocaboli ricercati (“sprimaccia”, “ialino”, “sèrpere”, “nasò”, “adamante”, “zuppava”, “scarnare”, “inzucca” ecc).
La vasta portata allegorica delle vicende narrate, dove la crepa è sia la ferita fisica (uno squarcio nel ginocchio del bambino) sia quella del muro, è sottolineato dall’uso di Casa e Crepa con la maiuscola, ad evocarne la funzione simbolica ed archetipica:
“la pelle…/ Burro, il vetro la taglia,/ tale la pietra si sbreccia/ in base all’identico/ schema” (p. 15)
Nel Capitolo II. si apre quella che può apparire una riflessione sulla natura della Crepa, che può applicarsi a vaste categorie: causa ed effetto, potenza e atto, attesa e improvviso (“dormiva la Crepa, quel male”). Si scopre che la Crepa è sempre esistita, è consustanziale alla Casa: la distruzione nasce con la costruzione, estremizzando la Crepa è la ferita (e non quella superficiale del ginocchio) che segna la vita ab initio, e che manterrà instabile e minaccioso l’equilibrio tra la gloria del tempio e il suo farsi ombra e rudere: “la vita è composta frattura”.
La storia della Crepa si intreccia con quella dell’autore bambino, degli abitanti vecchi e nuovi della Casa: è cosa viva, sensibile (“mente/ arcana e minerale”), che si alimenta di energie lunari ed evoca forze sottili (“cane/ astratto rimesta, gira/ nella fessura, sprimaccia,/ rigira, sospira, riposa”). Come presenza incompresa e male oscuro è perfino oggetto di benedizioni e aspersioni d’acqua santa: un demone in un’epilessia di pietra. Ma un demone secolare e, se evocato e aggredito, d’indole guerriera, non facile da sottomettere, “iraconda”, capace di portare distruzione, anche oltre la Casa, di minacciare il potenziale e al tempo stesso improvviso sisma.
Ma “In Natura – ci informa l’Autore, nella prosa introduttiva al capitolo VII, La Crepa madre – il ruolo della Crepa non è distruggere, bensì saldare. La Crepa, nella notte dei tempi, aveva sigillato la crosta terrestre, permettendo lo sviluppo della Vita. Coincidenza incredibile, ma logica deduzione, fu capire che gli uomini – ignari di tutto – costruirono la Casa proprio sopra il punto di arresto della Crepa. Da quel giorno venne chiamata Crepa Madre”.

VII, 6

Non è la Crepa creata
per dilaniare pianeti,
a spicchi disfare i mondi,
tagliarli come la mela;
essa invece sutura,
sigilla le croste ed incolla
del globo neonato membrane,
rinchiude gli oceani di lava,
per fare la vita: foreste,
d’acque le arterie percorse
e d’ogni foggia le bestie.
Il fuoco imbriglia tuttora.

Così, nella fluida e avvincente narrazione di Tosetti, la minaccia, l’incerto equilibrio, il male potenziale è al contempo lo stesso lievito che fermenta nel pane della Vita: “che non potesse esistere una terra, un pianeta, senza Crepa” è, infatti, la conclusione cui s’avvia il poeta, verso l’estuario di questa splendida ricostruzione di fatti e ricordi. I particolari – la ferita nel ginocchio, la Crepa e le sue ramificazioni a forma di bronchi e corna di cervo, i fulmini (“crepe,/ lanciate nell’aria da nubi”) ecc – agiscono sul poeta la funzione di συμβάλλω, a ricomporre lo schema generale che regge il microcosmo degli umani. “Tutto è in comunione, animato dalla medesima essenza: un segno che irrompe, genera lo spazio e lo modifica”. In questo la Crepa Madre assume ruolo di messaggero interiore o, almeno, di alias in risonanza con i sensi e l’intuito dello scrittore.

VIII, 2

In quale altro spiraglio,
alberga pavida e muta?
Domandano gli uomini ora,
rari, quelli mai paghi
d’istanze ai quali corrode
meningi, il dubbio, mucose,
la mente di febbri riarde.
Di fiamme il sapere s’avvale,
scalda gli umori nei rami,
– vasti condotti – le linfe,
nel cranio le tele annodate,
seguono crepe intricate.

“L’agghiacciante mistero” della Crepa si erge e domina, come Nume o ambigua Divinità, la sua assenza ricaccia una comunità sterilizzata ad “animi preda/ dell’oppio fumando tragedie/ minute, baruffe, inezie,/ povere dispute”. Come non leggere in questi scenari la possibile allusione alla povertà di un’esistenza (e di una Poesia) privata del Mistero, dell’Invisibile, del pensiero magico dell’infanzia?
E, infatti, a fronte dell’uomo che non si rassegna, che ancora cerca (con “manifeste ossessioni” e “ripagata fede”), “la Crepa ricomparve. Fu lei a trovarmi […] Il suo potere era immutato” e, alla chiusura del cerchio, scrive il poeta “la mia Crepa Madre rientrò”.

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