Mario Fresa – Bestia divina

di Francesco Terracciano

*

La poesia di Mario Fresa domanda, come esperienza preliminare, l’abbandono della certezza;  chiede la distanza dal sistema dei riferimenti, dal linguaggio, dal codice della comunicazione formale. Il lettore ipotetico è chiamato a lasciare da parte la struttura, qualunque essa sia, in favore di un’espressione libera, imprevedibile, primordiale. Il titolo è già un ossimoro apparente, bestia divina e non creatura divina -bestia è, ricordiamolo, qualsiasi animale contrapposto all’uomo in quanto privo di ragione, violento, incapace di intendere, mentre qui il termine sembra fare riferimento al prodigio, alle forze di cui un essere umano è capace, alle ossessioni e agli incubi, all’inconscio, alle qualità che lo rendono simile a un dio o lo avvicinano a un dio.

Il confronto dei due termini riporta a Gottlob Frege, all’opera che ha segnato la nascita della filosofia del linguaggio contemporanea: nel suo saggio Senso e denotazione del 1892, Frege avvia lo studio dei principali problemi di semantica con nuova energia, distinguendo proprio il senso (Sinn), ovvero il modo in cui viene posta nel linguaggio la cosa, il pensiero che la parola sollecita, dalla connotazione (Bedeutung), che indica l’oggetto a cui ci si riferisce, il designato, che è anche – nell’analisi del filosofo tedesco – ciò che definisce il valore di verità della proposizione. Il binomio Sinn-Bedeutung è stato tradotto prevalentemente, e in maniera ambigua, come significato-riferimento, generando evidenti problemi di comprensione. Dopo Frege, le questioni principali della semantica sono state riprese nel Novecento da Edmund Husserl con le Ricerche logiche, da Bertrand Russell e da altri autori. Il tema è così importante da aver attraversato il dialogo filosofico dalle origini, dal Περὶ Ἑρμηνείας (De Interpretatione) di Aristotele -ma vi sono significative riflessioni sul linguaggio anche nella Metafisica, nella Retorica e nella Poetica- fino a Tommaso d’Aquino e alla  Summa Theologiae, nella quale viene compiuta una lucida anticipazione di temi che torneranno alla luce, secoli dopo, sul rapporto fra linguaggio e azione.

Mi è sembrato opportuno richiamare quel riferimento per accostarlo al meta-linguaggio di Mario Fresa, alla costruzione di nuove incarnazioni, alle figurazioni acustiche legate in modo diverso al segno grafico -associazioni di immagini, proiezioni di senso inattese, ai collegamenti tra punti distanti con un filo sospeso. Il filo di cui parliamo è uno sviluppo imprevisto del senso pratico, dell’idea comune, e genera una poesia finalmente capace di novità alla quale non si può rimproverare di essere enigmatica se prima non si affronti il dovere di ogni lettore: provvedersi di mezzi, sciogliere il nodo concettuale che ci viene posto davanti agli occhi nella sua sconcertante evidenza.

I livelli interpretativi, così come i piani concettuali del libro, sono molteplici, polisemici e interdisciplinari, e risultano incomprensibili solo se ci si affida al piano razionale, alla lettura canonica del mondo. Non a caso, nella antica distinzione tra Teknè e Poiesis, e in relazione alle considerazioni di Platone nel X libro della Repubblica, Władysław Tatarkiewicz scrive che “…Non tutti i poeti sono però dei folli ispirati: alcuni scrivono versi che non si pongono altro fine che l’imitazione della realtà e si servono dei consueti ferri del mestiere. Esistono la poesia nata dal furore poetico (manía) e quella che scaturisce dalla capacità dello scrittore (téchne). La prima è ascritta tra le più elevate attività dell’uomo, la seconda invece è al livello delle attività artigianali.”(1)

Il linguaggio poetico di Fresa è in quel furore poetico, le intersezioni che vi si originano sparigliano le carte, aprono un varco conoscitivo in cui si smarriscono i riferimenti abituali; è una porta di ingresso verso uno spazio ulteriore, dove la componente immaginaria pesa quanto quella reale, e forse è impossibile da distinguere nella combinazione degli elementi:

Mi addormento, quasi sempre, mentre pesto
il respiro fiammante su tutto il corpo nube:
ci amiamo da soli, la terra grassa e la marcia ruberia.
Sta nella staffa di una barca tutto insieme,
da colabrodo padrone: fuori di te, dal mondo.

L’universo simbolico di Fresa ci porta così in un altro mondo, a-storico o pre-storico, dove la frammentazione delle immagini in cui risolviamo il presente può finalmente ritrovare, con una operazione complessa di rilessicazione, il sentimento dell’unità.

In altre parole, il poeta ricompone le tessere di un mosaico -come è stato osservato in altri contesti dalla critica (2)-  i resti di una civiltà scomparsa (il presente, l’oggi), compiendo la stessa operazione che i ricercatori o gli archeologi fanno sul passato, con le civiltà scomparse. I frammenti elaborati e ricomposti nell’opera di Fresa  rimediano ai tagli e ai buchi che si aprono nella tela dei segni di una civiltà, la nostra. Nel disabitato che rappresenta l’essenza ontologica di un’epoca storica, Fresa si pone come Tommaso, l’apostolo del Dubbio, rivelando che quel vuoto non è soltanto l’assenza di contenuto, la proiezione su un piano privo di identificazione e spessore, ma un luogo dove le contraddizioni possono conciliarsi e sussistere. Fresa compie questa operazione per mezzo di un codice che prima non esisteva, che è venuto alla luce per forza propria -ecco perché era significativo partire dalla filosofia del linguaggio- uno stile che non richiede veridizione, relazione tra soggetto e predicato in un enunciato: seguendo lo schema di Greimas, la formula dell’immanenza collega essere e non essere, e quella della manifestazione unisce sembrare e non sembrare, dando luogo alla verità di ciò che appare.

Come nota Agamben, “…Il programma heideggeriano di pensare il linguaggio al di là di ogni φονή non è stato, dunque, mantenuto. E se la metafisica non è semplicemente quel pensiero che pensa l’esperienza di linguaggio a partire da una voce (animale), ma se essa pensa invece già sempre questa esperienza a partire dalla dimensione negativa di una voce, allora il tentativo di H. di pensare a una “voce senza suono” al di là dell’orizzonte della metafisica ricade all’interno di questo orizzonte. (3)

La dimensione negativa della voce, l’arrivo inatteso dell’elemento estraneo in un sistema ordinato, la nuova sintassi, il ritrovato equilibrio delle forme dopo la scossa alle capacità di percezione e alle strutture portanti: siamo nel “gesto linguistico” che ha significato in termini di appartenenza, nella grammatica che non ha necessità di rispecchiare i pensieri della nostra mente poiché il senso di una proposizione dipende dall’uso che se ne fa, dalla circostanza determinata. La parola viene messa da parte come segno di un’immagine falsa del linguaggio.

Scrive Wittgenstein:
«Non lasciarti confondere dal fatto che i linguaggi […] e […] consistono esclusivamente di ordini. Se vuoi dire che, per questo, non sono completi, chiediti se sia completo il nostro linguaggio, se lo fosse prima che venissero incorporati in esso il simbolismo della chimica e la notazione del calcolo infinitesimale; questi infatti sono, per così dire, i sobborghi del nostro linguaggio. (E quante case o strade ci vogliono perché una città cominci ad essere città?) Il nostro linguaggio può essere considerato come una vecchia città: un dedalo di stradine e di piazze, di case vecchie e nuove, e di case con parti aggiunte in tempi diversi; e il tutto circondato da una rete di nuovi sobborghi con strade diritte e regolari, e case uniformi. (4)

Curiosa storia di mani che non vedo.
I due, solitari di altissima corsa, ora salgono insieme
Alla vista di un lenzuolo; e stanno sulla soglia
Di un cane violentissimo, gentile.

I versi di Fresa, dice Andrea Corona nella prefazione, “… osano l’aporia, osano avventurarsi oltre le catene della sintassi per approdare a quel che la psicanalisi freudiana chiamava l’ombelico del sogno, nodo inaccessibile all’analisi. La poesia si fa allora estroflessione dell’inconscio, si fa […] condensazione e spostamento, si fa sogno stesso” (5) Ritroviamo qui l’ellissi del complemento a cui ci ha abituato l’autore, i termini accostati da un trattino che definiscono nuove estensioni di senso, sceneggiature compresse, narrazioni in potenza.

In tema di sogno e di inconscio, riprendendo la distinzione junghiana fra inconscio personale e  collettivo, è affascinante pensare a una dimensione che qui si avverte, alla definizione di strato-base psichico collettivo al quale si rimanda. Potrebbero essere esempi di testi indotti dall’inconscio individuale dell’autore, o motivati allo stesso dall’inconscio collettivo, i passaggi che hanno come argomento la musica -Fresa è anche un attento musicologo- le digressioni a ritroso e in avanti-veloce nella storia, i riferimenti a soggetti del discorso che restano ignoti, dispersi nei testi (“Kurt, Anthony, Ester, Goffredo, Landi, Francesi, Franz, Luisa, Paola, Emme.”). L’essersi soffermato sull’emersione dell’inconscio non conduce Fresa a tralasciare il processo di individuazione, anzi ne fa un esercizio del tutto personale di realizzazione della personalità,  del proprio Selbst, lasciando tuttavia all’inconscio la sua dimensione sacrale. La presentazione di termini simbolici avviene per mano dell’uomo proprio per l’incapacità di esprimere concetti non governabili dalla ragione umana,  che non sapremmo chiarire o comunicare agli altri e a noi stessi in alcun modo. Fresa si muove attraverso i simboli per cercare di esprimere l’ineffabile e il non altrimenti comprensibile: la funzione di risonanza del simbolo che attiva accorda il simbolo stesso con la società e con l’epoca, con le circostanze e con la spiritualità. Il rapporto fra il sociale e l’individuale, dunque, è garantito dal simbolo, e questa sembra essere l’unica modalità per rimettere a posto e armonizzare i contrasti, le forze antagoniste, per superare le contrapposizioni e aprire la strada al progresso della coscienza, alla parola originaria, al fondo nascosto,

E poi siccome tutto è un puro
asciugarsi, anzi un odore vocabolario, noi siamo piccoli
mostri perciò uniti; siamo carnivora felicità  

*

Bibliografia minima:

(1) Władysław Tatarkiewicz, Storia di sei idee (1976), Aesthetica, Palermo 1993, pp. 43-44, 123-125.
(2) Giorgio Linguaglossa, la Nuova Poesia, 24 agosto 2017
(3) Giorgio Agamben, Il linguaggio e la morte, Einaudi, pp 76-77
(4) Ricerche filosofiche, Ludwig Wittgenstein, §18
(5) Andrea Corona, prefazione a Bestia Divina, La scuola di Pitagora Ed. (p. 9).
Il concetto d’inconscio collettivo: gli archetipi -Luca Missero, Ipertesti, Storia Contemporanea 2008
C.G. Jung, Gli archetipi e l’inconscio collettivo, Torino, 1980

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