Rudy Toffanetti – La luce della luna

a cura di Francesco Terracciano

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“La luce della luna” è una silloge di Rudy Toffanetti  in cui la rappresentazione dell’esistenza non tratteggia una nuova cosmologia, non si propone –in senso ontologico- di correggere le altre teorie sull’origine e la sistemazione del mondo, ma offre al lettore un riscontro empirico, una riflessione che si nutre del vissuto e della possibilità di intuirlo, per analogia o per induzione.

È un’opera di profonda umanità naturale, il cui realismo è un’operazione che tenta di attribuire alle persone e alle cose il significante che va oltre la loro apparenza, l’attenzione alla realtà e alla contemporaneità che ridimensiona ogni teoria metafisica facendone nascere di nuove, l’attitudine a incidere e a tagliare il reale da un punto di vista critico, il racconto dolente dell’energia oscura e dell’accelerazione necessaria per arrivare a comprenderla.

Il valore della scrittura poetica di Toffanetti sta nella volontà disperata di leggere il mondo senza farsi illusioni ma conservando il soccorso dell’emozione e della meraviglia, nella capacità di aderire ai suoi tagli e al suo mistero, trasferendo e rendendo le variabili necessarie e le formule con una lingua comprensibile, uno stile in equilibrio anche nei numerosi inciampi che una via impervia necessariamente presenta.


In questi testi  -che non sono negativi, come scrive brillantemente Franco Loi nella prefazione, ma che tentano piuttosto una possibile riappacificazione con “…il polo positivo di tutto”­- possiamo scegliere se aderire, nel dato fattuale di uno scioglimento di percorso o di dissoluzione di un sistema, al simbolismo e ai numerosi rimandi del verso -l’oscurità di una nuova, personale mitologia, il disagio di non essere mai integrati quindi mai soddisfatti o in pari con gli altri- oppure fuggire in avanti verso una nuova epica, una meditazione sull’uomo (dicevo prima di nuove metafisiche, involontarie) che è indagine ma non risultato, incarnazione incerta del verbo, sensualità inesaudita e distacco dalle cose del mondo.

Il dolore delle cose e del tempo, la vita inseguita che sfugge nonostante la lunga rincorsa, l’eradicamento e le secche dell’esistere: è difficile assistere a questo spaesamento, alla lunga alienazione delle nostre vite senza farsi travolgere da un sentimento di sconfitta o di resa, eppure Toffanetti riesce a restituirci una rappresentazione che non è mai giudizio ma adesione alla ragione degli altri, di chiunque altro, desiderio e carnalità dell’errore.

Permetti che non sai
di esistere, ma vivi e sei
come luna sopra i tetti.
Concedi che non cogli quelle case
e quei lampioni,
che la vita non la tieni
se non per impressione.
Accetta che non sai
che cos’è l’amore
e accontentati del dubbio,
abbi fiducia
nel timore.

L’errore e le sue possibili declinazioni sono sezionati con cura, accarezzati nelle parti che li compongono, con una parola densa per la sua prossimità agli uomini e al loro destino personale e collettivo, alle cose così come sembrano, in un dettato che non rinuncia mai ad essere autentico

A te che il mondo è male
e sembra che ogni alba ti ferisca
dedico l’inverno e i cornicioni,
dove i piccioni si riparano cercando
il caldo dei camini – a te do tutto
quello che è impreciso e ha paura
… che ti sia leggero il cuore.

Quella di Toffanetti non è una poesia della chiusura e della fuga, ma un tentativo di giustificare la presenza di ciascuno all’interno dei vuoti e delle zone d’ombra di un’esistenza difficile da afferrare, la città e i suoi chiaroscuri, la periferia come il mondo interiore, un tentativo di recupero degli scarti che possono ancora avere valore o senso per ristabilire la misura delle cose.

Per questo motivo il suo dettato viene accolto senza diffidenze, perché ha consonanze riconoscibili, perché sa essere  vivo nei termini di un linguaggio familiare, un lessico che rimanda a ferite di cui conosciamo bene la collocazione e la profondità, senza per questo ammettere mai la resa o dichiararci vinti.

Un testo estremamente fisico, che rende conto delle fasi e delle alternanze, delle stagioni e della loro ripetizione, del contrasto delle forze, dell’affronto che ciascuno subisce in termini di promesse mancate e inganni.

Non ci troviamo più nel luogo dell’angoscia,  così come è stata categorizzata da Heidegger in Essere e tempo, al termine della modernità che ha ridotto e ridimensionato l’angoscia (Angst) in un animale da compagnia.

Finita l’epoca delle ideologie e dei proclami, oggi possiamo solo registrare e riordinare, interpretare i segni, in una analisi esistenziale di ciò che non è più o non è ancora ma che fa già parte del nostro vissuto.

Così l’uomo è sospinto a forza in un altro quotidiano, un nuovo abisso dell’essere dove, senza il conforto del significato assoluto, rimane senza compiere il passaggio ulteriore, restando nella dissoluzione dei significati.

Il tentativo disperato di rimettere insieme, di ricucire, recupera un’idea del divino che non è ingombrante astrazione o necessario conforto, ma mistero e gioco.

Essere è avere un dolore di paglia nel seno
e sul petto l’estremo resistere di un fiore.
Che lontananza Dio, che mal di cuore.

Se c’è uma modalità che deve far riflettere è questo a lungo ripensare nella coscienza, sottrarre velocità al dato immediato e alle manifestazioni della natura: per questo motivo il verso di Toffanetti si avvicina così pericolosamente alla vivacità del parlato, alla deliberata adesione a una parola scabra, spoglia, essenziale.

La scrittura è fluida, varia nel tono e nel registro, ma ha anche l’incontrovertibilità e la precisione del giudizio.

Le dinamiche del linguaggio scelto precipitano nella nebbia purgatoriale del tempo, nel mistero della memoria che appartiene tanto all’esperienza personale quanto al tempo.

Al termine di questo libro, al lettore resta l’impressione di un viaggio che ricuce e annulla distanze con la parola, che non teme di avventurarsi in mondi nuovi, che sfugge con forza all’annullamento al quale sembra essere destinato. Così, se in apparenza il pensiero si muove in ogni possibile regno, spazio sidereo o inferi, è la memoria del suolo a pronunciarsi e a riaffiorare ogni volta, ad aspettare sulla porta, tra le trappole di un quotidiano smagliato, privo d’ordine, nel segno della sua maligna storia infinita.

Credere è il dubbio radicale
che hanno le stoviglie nel lavello,
gli appunti seminati sopra il tavolo
e l’erba da annaffiare nel giardino.
È il non sapere nulla
e continuare a domandare:
dove portan le ringhiere delle scale?

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