Yun Dong Ju – Vento blu

a cura di Ignazio Gori

Nato a Longjing, in Cina, nel 1917 e morto in un carcere di Fukuoka, in Giappone, per motivi mai del tutto chiariti (qualcuno dice a causa di spietati esperimenti sui detenuti) nell’inverno del 1945, il poeta coreano Yun Dong Ju è considerato un martire della resistenza nel suo paese d’origine. Avendo vissuto infatti l’onta della dominazione nipponica, si è distinto in una ribellione poetica che ne avrebbe causato l’incarcerazione per “dissidenza”. Se la poesia, come diceva H.D. Thoreau, è soprattutto atto di “disobbedienza civile”, quello del giovane Yun è da considerarsi tra i massimi esempi del ‘900 letterario.

Non nego che leggere le poesie di Vento Blu (Cielo, vento, stelle e poesia) –edito dall’editore romano Ensemble nella collana Erranze diretta da Gëzim Hajdari (altro grande poeta dell’esilio e del dissenso), con la bella traduzione di Eleonora Manzi e una postfazione di Alice Loda – mi ha recato un certo intimo, impagabile dolore. Amando infatti il Giappone, la sua cultura e poesia, non è stato piacevole leggerne questa controparte politica, che fa da sfondo alle poesie “incriminate” di Yu Dong Ju. Non sempre chi ama la poesia ama anche la verità e non voglia questa essere una provocazione, ma di certo una precisazione aggiuntiva per chi volesse entrare in certi mondi poetici, capirne le coordinate spazio-temporali (Chi vive accanto al mare/ si nutre dei pesci che cattura,/ chi vive in montagna/si nutre delle patate che cuoce,/ chi vive sulle stelle/ di che cosa si nutre?). Le poesie, per la prima volta tradotte e edite nel nostro paese, sono state composte tra il 1934 e il 1942 e comprendono quelle di Cielo, vento, stelle e poesia, ovvero l’unica silloge dell’autore pubblicata postuma anche in patria, più altre poesie sparse, in un corpus che possiamo considerare l’opera omnia di Dong Ju. Il tutto è da leggere come se fosse il diario di un condannato. Si percepisce infatti nettamente a mio avviso la tenera oscurità che avvolge l’animo di chi scrive, la chiara consapevolezza di essere inadatto al suo tempo, un tempo ingiusto, non solo “politicamente”, ma anche intimamente (L’unica ragione per cui vivo/ è per trovare ciò che ho smarrito). L’andare e il venire, la fuga e il ritorno, si equivalgono in confuse e ambigue dissenterie emozionali:

La notte in cui guardo al ritorno


Sono tornato dal mondo e ora spengo la luce nella mia piccola
camera. Lasciare la luce accesa è assai fastidioso, come un
prolungamento del giorno…


Dovrei aprire la finestra per cambiare l’aria, vedo che fuori è buio
come nella mia stanza. Anche il mondo è buio e la strada che ho
percorso sotto la pioggia è ancora bagnata.


Non riuscirò a lavare via la pena del giorno, se chiudo gli occhi un
suono scorre nel mio cuore. I miei pensieri maturano lentamente
come una mela.


Giugno 1941

È fin troppo evidente che quello di Yun Dong Ju sia un vedersi dal di fuori, uno sguardo inerte e passivo. Lo strumento del poeta emette un suono distorto, inverso alla lucentezza di certa poesia orientale. La descrizione di sé e del paesaggio che lo ospita è perturbata, ogni piccola felicità quotidiana non è naturale e spontanea, ma è uno sforzo che necessita di un ricovero, purtroppo inconcludente:

Ospedale


Una giovane donna con il volto all’ombra di un albicocco prende
il sole nel giardino dell’ospedale, scopre le gambe pallide coperte
da una bianca vestaglia. Non c’è una farfalla e non c’è nessuno che
venga a trovare questa donna malata che soffre durante il
trascorrere di quella mezza giornata. Tra i rami dell’albicocco
indifferente non soffia neppure il vento.


Anche io sono giunto qui dopo aver sofferto per molto tempo un
ignoto dolore. Il mio vecchio dottore non conosce le malattie dei
giovani. Dice che non sono malato. Sono così stanco e affaticato
che ormai non posso provare rancore.


La donna si alza e sistema il vestito, coglie un mazzolino di
calendule dal prato fiorito, lo adagia sul petto e scompare nella sua
camera. Io spero che presto quella donna torni in salute e auguro
una guarigione rapida anche per me stesso. Ora provo a sdraiarmi
dove prima lei era sdraiata.


Dicembre 1940

Sofferente di un cattolicesimo visto – e in estremo Oriente ancor più – come una piaga luminosa da portare addosso (Uomo tormentato/ come a un Gesù Cristo felice/ mi fosse concessa una croce!), Yun era un dissociato, un asociale si direbbe adesso. Frustrato dal non aver potuto pubblicare il suo libro Cielo, vento, stelle e poesia considerato dal suo professore universitario “pericoloso” per il clima di tensione e repressione che tirava nella Corea occupata dai giapponesi, Yun scappa proprio in Giappone, con la scusa dello studio, forse per alimentare un senso di esilio irresistibile, una malinconia ostinata che finirà per farlo incarcerare a Fukuoka. Le sue poesie scritte in coreano – lingua vietata – verranno prese come prova dell’inconfutabile indisciplina dello studente. Eppure, leggendo queste poesie si penserebbe a una profonda fragilità, a una tenerezza gnomica e storpiata, non al rigore ribelle di uno scapestrato:

Cari ricordi


Una mattina di primavera, in una stazioncina di Seoul
aspetto il treno come fossi in attesa di speranza e amore,


Sulla banchina lascio cadere l’ombra stanca
e accendo una sigaretta.


La mia ombra evapora l’ombra del fumo,
uno stormo di colombe senza incertezze
volano, una dopo l’altra, illuminate dal sole.


Il treno giunto senza notizie
mi porta lontano.


Finita la primavera – in una silenziosa stanza nella periferia di Tokyo
– provo nostalgia per me stesso rimasto a vagare nelle vecchie strade,
come ne provo per speranza e amore.


Anche oggi il treno è passato senza motivo più volte,
anche oggi ho aspettato qualcuno
vagando sulle colline accanto alla stazione.


Ah, mia giovinezza, resta lì a lungo.


13 maggio 1942

Sarebbe un delitto infine, ritenere conflittuale il rapporto di questo ragazzo con la natura – la neve, le lampade solitarie, la tristezza delle contadine in un campo di peperoncini, i ragazzi che giocano a calcio, la pioggia, le lenzuola bagnate di piscio, il profilo del naso pronunciato di un venditore ambulate … – e se di conflitto occorre proprio parlare bisognerebbe ricondurlo a una passione estrema, tenera e crudele, un amplesso mancato che forse solo il grande regista Kim Ki Duk – scomparso lo scorso 11 Dicembre 2020 – avrebbe saputo saturare visivamente.

Rose malate


Le rose si sono ammalate,
il vicino che le ha sistemate non c’è.


Accompagnate da una musichetta solitaria,
sopra il camioncino del venditore ambulante,
le manderò verso la montagna?


Un fischio triste,
con la barca a vapore le manderò verso l’oceano?


Un’elica fragorosa,
con un aereo le manderò verso il cielo?


Questo e quello,
fermo tutto.


Prima che il bambino si svegli dal sogno
seppelliamole nel nostro petto.


Settembre 1939

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