Gianni Ruscio | L’ottavo giorno

a cura di Francesco Terracciano

Di un’opera possiamo parlare in termini di struttura linguistica, analizzarne i fondamenti e i limiti sul piano gnoseologico, insistere sull’indagine e sul metodo fino ad arrivare alla teoria della conoscenza, rinvenire le tracce della letteratura precedente e stabilirne l’influenza e il debito, ma nessuna di queste modalità ci farebbe avanzare di un solo passo. Un’opera è, prima di ogni altra cosa, il suo venire al mondo, il suo occorrere e manifestarsi, il suo ad-venire, e quindi nient’altro che un passaggio di stato, un evento di cui si dà per scontata la verità prima ancora di averla conosciuta. Tra il mondo così come appare e la parola che usiamo per descriverlo c’è un nuovo tentativo di conciliazione, un altro possibile rimedio alla difformità, all’enormità dello spazio che esiste tra il soggetto (e il suo agire) e la cosa (e il suo sussistere su un altro piano).

Sembrano solo parole – e, in effetti, lo sono – ma il passaggio dal non-essere all’essere, l’accadere di cui abbiamo detto, annuncia un nuovo orizzonte storico, introduce una nuova verità che è tutto fuorché univoca o consolatoria. La nascita di un libro, come qualsiasi altra nascita, è un’esperienza violenta, perché modifica uno stato precedente, perché sovverte l’ordine dei significati e la loro possibile declinazione; è anche un’esperienza oscena, come qualsiasi altra nascita, non come la morte- perché è associata al dolore e alla meraviglia, agli umori e al sangue che vengono dalla carne e ai sentimenti e alle passioni che vengono dall’animo (così, almeno, sembra).

Dalla tua mano si discioglie
lo stomaco, nella bocca.
Appari nauseato dal bacio dell’aria
sul tuo crollo.
Sei penetrato nell’universo parallelo
da cui un altro ti abita.
Vuole riportarti al di qua
o tenerti di là, mozzato. C’è qualcosa di spietato
o di disumanamente compassionevole, castrato.
Salti in aria, poco prima di romperti.

La storia che si svolge nel libro ha luogo in otto giorni, occupa lo spazio di una settimana estesa, espansa. Il riferimento potrebbe essere, come è stato scritto, ad una metafora biblica, o teologica  in genere, alla Bibbia dei cristiani come alla creazione babilonese e al suo mito, più antico di quasi duemila anni: il dio Marduk che si arma per combattere il mostro marino Tiamat e lo distrugge tagliandolo in due parti che poi divennero la Terra e il cielo;  i miti Inca di una Terra immersa nell’oscurità, del lago Collasuyu dal quale sarebbe emerso il dio Con Tiqui Viracocha, portando con sé alcuni esseri umani, creando il Sole (Inti), la luna e le stelle per illuminare il mondo; alla mitologia norrena, a Ymir, primo essere vivente e padre dei giganti di ghiaccio, dal cui corpo fu creato l’universo che consta di nove mondi. Tuttavia, c’è un elemento che qui sembra più importante nel rimando alla tradizione cristiana –ed ebraica, in parte: non tanto l’idea che il mondo e tutti gli esseri animati e inanimati siano stati creati da Dio, ma il fatto che gli esseri umani hanno resistito all’invito al “Noi” della comunità con Dio e con gli altri, preferendo  vivere l’individualismo, l’auto-realizzazione. Questo isolamento volontario, questa caduta nel buio –che non è altro che una ulteriore descente aux enfers, con gli inferni al plurale, a dimostrarne la necessaria copiapiega l’essere umano fino ad annientarlo, corrisponde a un percorso autodistruttivo per l’intera razza umana, non più sanabile da un redentore. La modernità, in letteratura più che in altre forme d’arte, si configura come aggiunta, sovrapposizione di significante, ma tutto questo avviene in condizioni di allontanamento e di spaesamento, di rottura o distruzione di sistemi preesistenti, diciamo pure di distruzione. Un’opera d’arte oggi –diciamo finalmente un libro- ha senso solo se apre, se mostra altri mondi, nuove possibili forme di vita, altrimenti avvizziscono e muoiono.

Siamo di fronte alla questione del linguaggio, sicuro e incerto al tempo stesso, consolatorio e spaventoso. A quella idea della morte richiamata da Blanchot:  «Tous ceux dont la poésie a pour thème l’essence de la poésie ont vu dans l’acte de nommer une merveille inquiétante»1 Quando parliamo, è la morte stessa a prendere la parola. Per restituire un qualsiasi significato, , la parola deve prima eliminarlo, togliere tutto quello che poi restituirà in altra forma, su un piano differente dell’essere. Quando scriviamo, dice Blanchot, non ci interessiamo al Lazzaro resuscitato, salvato e riportato alla luce, ma a quello della tomba che già emana cattivo odore. La fisicità delle parole (le rythme, le poids, la masse) viene a galla ed il linguaggio si rifugia in se stesso, si rifiuta di voler dire: « [La littérature] est la présence des choses, avant que le monde ne soit, leur persévérance après que le monde a disparu»23. Il destino della letteratura è quello di un’ossessione.

La follia mi cammina:
e l’io passa da questa al reflusso
della vita condivisa.
Per stabilire quale sia
non la forma nello specchio
e nemmeno quella fuori
ma l’immagine di tutte le immagini
la sola e totale:
quella del dio estratto
dalla polpa del creato
e che io ritrovo soltanto nell’altro.

L’autobiografia ha un posto importante nel libro di Gianni Ruscio, ma non rappresenta un ripiegamento sul proprio ombelico. È un esperimento corale, invece, complesso, riconoscersi nell’altro da sé nello specchio dei propri tagli e delle proprie ferite, nell’ostensione del proprio corpo mistico e nella raffigurazione esatta del martirio. Ricordiamo che la revisione del testo ha avuto luogo durante l’epidemia di Covid-19, che da questo punto di vista non è diversa dalle grandi catastrofi del passato. Il dolore, qui, è ancora misura dello stare al mondo, ma è anche un modo per la natura umana di collocarsi al di sopra della semplice esistenza biologica. La questione, sembra dirci ancora Blanchot citando una famosa frase di Hegel, è che la letteratura sembra essere possibile proprio in quanto impossibile, e nasce nel momento in cui inizia a porsi la questione del diritto alla morte, quel momento in cui  «“la vie porte la mort et se maintient dans la mort même” pour obtenir d’elle la possibilité et la vérité de la parole»2 La solitudine del soggetto è qui l’unica possibile via per avvicinarsi al Nulla, e dire qualcosa di sensato sulla propria vita e su quella degli altri, a patto di non confondere la propria esperienza esistenziale, il proprio dramma, con quella degli altri, né con gli sforzi compiuti da ciascuno per raccogliere le macerie della propria devastazione e farne un altro edificio.  Scrivere significa invece ” …ritrovare l’essere nel fondo della sua assenza, ovvero ciò che si era dovuto dissimulare per essere un «sé»”3

Io non ero più davvero io.
S’illustravano dentro ai miei occhi
i piani reali di esperienze che ero
stato
mai.
Era il mio vicino, il mio compagno
di banco, la mia ragazza, mia madre
ed era pure mio padre.
Soprattutto era mia fratello. Ma
non era: io.
Forse era l’amico con cui avevo
giocato da bambino. Ero tutte
queste esperienze
sul mio corpo,
dentro al vuoto tutto pieno
del mio corpo
che langue.


Bibliografia minima

____

1. M. Blanchot, La part du feu, p. 312
2. Ibidem, p. 316
3. La morte e la sua immagine nell’opera di Maurice Blanchot, Riccardo Rinaldi, Nóema 2013

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