Joan Josep Barceló I Bauçá | Non devo morire oggi

a cura di Pietro Romano
articolo a opera del curatore


«E soprattutto guardare con innocenza. Come se non accadesse nulla, che è proprio ciò che avviene». Nel leggere le poesie di Joan Josep Barceló, contenute all’interno di questa raccolta, mi sovvengono proprio i versi di Alejandra Pizarnik tratti dall’Estrazione della pietra della follia. Ambedue i poeti hanno infatti in comune una matrice poetica visionaria, caratterizzata da spinte oniriche desiderose di attingere la propria voce da un mondo innocente, di puro essere. L’anelito verso cui questo tipo di produzione poetica si protende è infatti la fedeltà a un «tempo invisibile», scandito dai rintocchi di un io interiore che si riconosce in un occhio lanciato a ritroso nel movimento incessante delle ore. Solo in tal senso il poeta può sancire, nel presente, la continuità della propria voce, che si scora ma non si arrende dinanzi al «virgulto di un’impassibile crudeltà di quelli che massacrano le parole con l’ironia». Da questi presupposti si leva con forza il grido di non devo morire oggi, opera nella quale l’io poetico è sempre proteso verso un tu indefinito nella constatazione di una distanza indecifrabile. Il solo modo possibile per colmarla è il travalicamento verso lo spazio puro del «canto divino», in cui si segnala l’avvenire lento del tempo:« se le farfalle si sono estinte molto tempo fa/ ci sono ancora colori che disegnano nel cielo/ il bagliore di stelle che nascono in ogni momento/ sussurrando che le mani degli innocenti/ non sono mai macchiate di sangue/ e che la vita ci sorprende ogni giorno/ ascoltando un canto divino che trasmuta le ore/ ricordandoci che siamo sempre lasciati liberi/ di essere fedeli al principio di un tempo invisibile». Alla luce di quel che si è detto, l’ambizione di questo libro appare allora quella di trasferire la parola entro l’immaginario dei possibili, dove le cose accadono, poiché traslate in un puro accadere: «urla! urla forte perché non ti sento/guardati intorno al cuore e inizia a sognare che esistono ancora/quelle voci che provengono dalle anime vive». Se ogni perdita è irredimibile, non lo è al contrario il senso che da essa promana verso il canto: «anche se ora le foglie degli alberi languiscono/ nel tramonto dei sogni/ posso ancora sentire la tua voce in ciascuna delle foglie/ perché presto sarò come il vento/ in un’eterna alba nell’anima». L’alba è immagine simbolo di un’origine cui si anela ma che, attraverso segrete corrispondenze, si sente disseminata tra le cose. A questo tema si allaccia quello dell’eternità, che il poeta sente attingibile respirando «l’aria dell’innocenza»: «respiro l’aria dell’innocenza/ mentre le mani del vento mi accarezzano il viso/ sogno di essere un gabbiano/ che vola sui mari dell’ingenuità/ tra ogni battito delle mie ali/ il tempo sembra durare per sempre/ forse perché lascio il mio destino/ agli occhi di un cielo vuoto». La dimensione del sogno è una dimensione priva di destino, dove il cielo appare più autentico, in quanto non fissato entro categorie di umana definizione. Il desiderare è la prima forma in cui l’esistenza si invera incrociando la ferita della distanza da ciò che si sente ineludibilmente perduto: «ho perso il mio nome/ per essere solo una nascosta memoria/ e ora sono terra e mare nel silenzio di un’anima ferita/ ho creduto in te per camminare sulla strada/ ma ti ho perso tra le parole e il vento/ ho strappato via tutta la mia pelle/ e ho sanguinato per te/ ma tutto ciò fu in vano/ non hai capito che non ci sono stelle/ dove non c’è sole e luna/ non l’hai visto che dietro i sogni/ c’è un mondo reale che ti abbraccia ogni giorno/ quando non ti nascondi dalla vita/ tra le ombre dell’oblio». Il cammino che l’io ha intrapreso credendo in quel tu si è visto frustrato dinanzi alla realizzazione della perdita che, però, non è definitiva, in quanto ciò che è perduto continua a riecheggiare, per vie segrete, nel profondo dell’interiorità: «io che ti ho insegnato a svegliare/ ti dico che sono ancora dentro del mio corpo/ e seguo il mio cammino per mostrarti un altro mondo/ non sono come gli altri/ sono invisibile e spero tutto in una attesa libertà/ voglio solo riscoprirti la luce del sole/ mostrarti la mia notte eterna/ voglio uscire del sogno per incontrare le piccole cose/ e andare con te oltre l’eternità/ ma non devi morire oggi/ se raggiungi un attimo di tenerezza/ le nuvole confermeranno che sei eterno». La tenerezza è l’approdo vero all’eternità, in quanto corrispondente a quello stato in cui il cuore è in piena sintonia con l’oggetto desiderato, malgrado la sua distanza irrevocabile. Quest’opera, allora, sin dal titolo, sembra proporre l’idea di una renovatio che è possibile solo invocando la propria voce interiore, coincidente, infine, con quel che si ritiene perduto e che si desidera conciliare con il presente in cui si vive. non devo morire oggi è, in conclusione, una lunga preghiera cui il poeta ci invita suggerendo che la morte è reale solo se si cessa di sognare la vita e quindi di porsi in ascolto dell’anima segreta del mondo.


ci sono venticinque modi per dire incerto
il ragno non ha dita come un’aquila
perché la notte ha ulteriori dettagli che mostrano sogni
nell’inesplicabile seduzione della calce
e un giglio tagliato dipinge lo sguardo degli occhi dell’alba
quando la bocca beve il silenzio

ci sono mille modi per nominare l’impossibile
il silenzio dei ciechi non riconosce la misericordia
quest’aria ha le mani di seta e le labbra del ghiaccio
come lacrime nere nel deserto dell’infortunio
ma non devo morire oggi
se raggiungo un attimo di tenerezza
le nuvole confermeranno che sono eterno

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