Umberto Piersanti | Campi d’ostinato amore

a cura di Francesco Terracciano
nota a opera del curatore
fotografia di Dino Ignani


I

Sarebbe difficile, oltre che improprio, cercare una somiglianza tra Campi d’ostinato amore e altre opere che hanno segnato il loro tempo, che hanno contribuito a definire un periodo storico e il suo Zeitgeist attraverso un canone inimitabile, un codice o una soglia che nessun altro prima abbia mai varcato. La recente raccolta di Umberto Piersanti -preceduta da inediti pubblicati su riviste o siti specializzati- coincide con gli ottant’anni del poeta di Urbino e, quindi, con la compiuta saggezza di un percorso umano e poetico che ha pochi termini di paragone se non con la parabola del secondo Novecento, ed è capace di una parola che si eleva senza fatica, con naturalezza, al di sopra delle altre. È uno dei suoi libri più complessi, nella struttura come nelle tematiche, e dimostra una prolungata consuetudine da parte dell’autore con la tradizione classica, la sua capacità di nutrirsene e di innovarla -la linea appenninica, come è già stata definita, la triade Petrarca, Leopardi, Bertolucci- riuscendo a conservare un legame funzionale con il proprio tempo, a riconoscere e a interpretare la contemporaneità e i suoi scarti. La pianta della poesia di Piersanti, e il frutto che ne deriva, si collocano in un giardino sospeso tra la memoria e il mito, l’altopiano amatissimo delle Cesane, la civiltà contadina arcaica e il suo quotidiano, la dimensione che accoglie i suoi affetti e le persone che ha conosciuto, quelle che sono andate per non fare ritorno. La civiltà che Umberto Piersanti evoca si riferisce a una realtà scomparsa -e, proprio per questo, ancora più presente e viva di quella che cade sotto i nostri occhi- un passato differente per ciascuno, del quale si è persa la memoria e il meccanismo stesso di decodifica, qualcosa che può essere richiamato solo con il rito magico della parola. È proprio nel tentativo di conciliare la forza inesauribile della tradizione poetica, che ormai può guardare al tempo in termini assoluti, con il tempo presente che inevitabilmente sfugge, che ci frana sotto i piedi, che va individuata la forza di questa parola poetica. Dice Emanuele Severino in Immortalità e destino: “Anche per la scienza e la tecnica, come per l’Apocalisse cristiana, il prolungamento della vita cresce sull’annientamento della vita “vecchia” dell’uomo. L’annientamento è la condizione del prolungamento dell’esistenza. Ma raramente la scienza riflette sul proprio fondamento ontologico-filosofico. Tuttavia è proprio questo fondamento a escludere che nell’uomo sia presente qualcosa di originariamente imperituro e a rendere necessario che ogni prolungamento dall’esistenza sia il contenuto di un progetto, cioè il risultato dell’agire guidato dal sapere scientifico.” L’annientamento, quindi, e non la continua esposizione del sé, diventano in Piersanti l’unica possibilità per garantire la continuità e la sopravvivenza della propria vita e di quella altrui, un metodo che sa di avere in comune con le scienze sociali. Piersanti avrebbe potuto ripiegare sulle ideologie dominanti o cedere alle mode, le numerose che ha visto nascere e poi passare senza lasciare traccia. Ha preferito, invece, puntare all’impegno sociale prima e alla riflessione poi, affidandosi ad una parola solida e priva di inutili ornamenti, distante dai facili artifici di una certa avanguardia e, probabilmente proprio per questo, alla fine ha avuto ragione di tutto. Da Il tempo differente del 1974 a Passaggio di sequenza del 1986, fino a I luoghi persi del 1994, per approdare alle prove più recenti di Nel folto dei sentieri del 2015, il suo modo di stare nella parola lo colloca tra le personalità di spicco nel panorama italiano, risultato ancora più sorprendente data la sua scelta di stare in disparte Natura e memoria, il tempo delle origini come tempo perduto, rappresentano gli assi cartesiani intorno ai quali ruota e si inscrive la meditazione personale e la parola poetica di Piersanti, con un endecasillabo -verso classico per eccellenza, ma destrutturato e declinato in una formula personalissima e soggettiva- di cui si avverte tutta la forza evocativa e mai l’assillo della forma che non sia al servizio della sostanza.

Il passato è una terra remota


a Giulia


no, non tra rossi papaveri
e fiordalisi come l’antica
col velo dentro al quadro
ma alta sugli stivali
nel terrazzo fumi,
e non mi guardi,
poi su gran verde stesa
quel tuo volto acceso,
e accesi gli occhi
così azzurri e persi,
sei la ninfa riversa
nell’attesa
e la tua bionda carne
m’invade e piega
passano innanzi agli occhi
le figure,
in altri tempi
e luoghi lontani
e persi, tu sotto la cascata
t’infradici i capelli
neri e sciolti
e mi sovrasti
chino sulla roccia
non conosci quei lampi,
non sai i tuoni,
Dicono che i soldati
salgono su lenti
dalla marina,
lei siede alla ringhiera
contro i bei vetri,
tu non ricordi il volto,
non sai la veste,
solo quelle ginocchia luminose
che appena intravedi
fra le trine
quando la casa cambi
o la dimora,
salgano le memorie
fitte alla gola,
e se tendi la mano
quasi le tocchi,
ma il muro che le cinge
è d’aria e vetro,
nessuna forza
lo può oltrepassare
il passato è una terra remota
magari non esiste,
non sai dove.

dicembre 2015

Il ricordo come luce e come tormento, il mondo contadino e il suo immaginario, gli affetti e la loro costruzione dolorosa sono i temi che l’autore continua ad avere a cuore e che rivivono in questa raccolta, la decima, indubbiamente l’esito più alto, la summa del suo universo poetico. Il linguaggio lo accosta direttamente a Bertolucci, a quel “paese universale” che è tale proprio in quanto piccolissimo o inesistente. Le immagini e i luoghi evocati dalla sua poesia sono gli stessi delle nostre estati e delle nostre infanzie, come quelle irrimediabilmente perdute senza il potere salvifico della parola e la sua capacità di trasfigurare quello che non può essere compreso.


II

Il tempo di cui ci parla Piersanti, dal quale ci parla -è stato osservato dalla critica- è un “tempo nuovo”; vorrei soffermarmi su questa considerazione che ritengo fondamentale, sottolineare come la novità di questo tempo si esprima, innanzitutto, nella sua alterità, nella percezione differente e nella parola asciutta che ce lo consegnano. La memoria, così come la conosciamo, è in grado di riportarci i luoghi che abbiamo conosciuto, le persone che abbiamo amato, diversamente dalla fluidità del nostro presente, dalla sua labilità e i suoi buchi. Ma è vero anche che l’operazione che la memoria compie per ciascuno è sorretta da una serie di altre infrastrutture, è sostenuta -come nella dimostrazione di un teorema- da ipotesi precedenti che si danno per verità acquisite: il risultato della sua azione, quindi, non è univoco, e non è necessariamente fruibile o condivisibile per tutti. In una parola, potrebbe essere altrettanto illusorio rispetto alla realtà che si prova a riordinare. Non a caso Piersanti rigetta la retorica sulla natura e sul suo potere consolatorio, trova i campi della sua giovinezza (dai quali non è mai partito, come nel poemetto di Caproni, pur avendo viaggiato molto) muti e deserti, spettrali nella loro indifferenza. Questi luoghi così vicini, così propri, più che essere il porto sicuro sembrano piuttosto essere estranei, immobilizzati da una freddezza e da un male difficili da affrontare. Mai, nella sua produzione precedente, si ha l’impressione di uno sguardo altrettanto desolato e cupo sulle cose del mondo, eppure ancora aperto, ossimoricamente, all’eventualità dell’amore e alla possibilità della redenzione. La capacità di provare sentimenti forti non è mutata nel poeta, ma il ricordo è più pesante da riavvolgere e ricreare, come con il figlio Jacopo. In suo soccorso arriva però un rapporto personalissimo con l’indicibile, che, come dice Agamben, è per il linguaggio non altro “…che lo stesso voler-dire, la Meinung, che, come tale, resta necessariamente non detta in ogni dire” (Il linguaggio e la morte, Einaudi, pp 21) Tutte le vicende si fondono in un unico destino, la famiglia ferita è exemplum e riflesso. Eppure, la cosmogonia di Piersanti arriva qui al suo punto più alto, le proprie Cesane sanno allargarsi nelle galassie, avvolgere pianeti e altri corpi celesti, confondersi con essi. Il particolare diventa qui universale, i campi dell’infanzia mondo conosciuto ed espanso, il figlio Jacopo -che ha ormai trent’anni- è fatto oggetto di domande affettuose sulla sua percezione del tempo, quello passato e quello rimasto addosso. Nessuna retorica sul senso della vita e sull’esperienza degli adulti, qui il dialogo è a parti rovesciate, sono i giovani che insegnano o, almeno, a loro è chiesto conto della nostra maggiore esperienza.

Campi d’ostinato amore


i cori che vanno eterni
fra la terra e il cielo,
ma tu li ascolti
Jacopo, quei cori?
ho visto
il falco in volo
con la serpe
trafitta nella gola
dai curvi artigli,
l’estremo pigolio dell’uccelletto
che la biscia verdastra
afferra e ingoia,
tra i rami non s’aggirano
le ninfe;
un giorno le incontrai
in remoti boschi,
l’assurdo poco oscura
nevi e foglie
non scolora i bei crochi
nei greppi folti,
ma il tuo male,
figlio delicato
quel pianto che non sai
se riso stridulo
che la gola t’afferra
più d’ogni artiglio,
questa bella famiglia
d’erba e animali
fa cupa
e senza senso
e dolorosa
siamo scesi un giorno
nei greppi folti,
abbiamo colto more
tra gli spini,
ora tu stai rinchiuso
nelle stanze
e il mio ginocchio che si piega
e cede
a quei campi amati
d’un amore ostinato,
sbarra l’entrata
aspetto i favagelli
del febbraio,
tiepidi contro il gelo
sbucare fuori

febbraio 2017


III

Mi sono chiesto anch’io, alla fine, se questo sguardo rivolto verso la Natura non corrisponda a una nuova estetica dell’immanenza, campo troppo vasto e significativo per non essere stato toccato da Piersanti anche come studioso. Quello che è certo è che si sente la lezione di Pascoli, segnatamente il suo superamento verso l’alto, verso gli infiniti mondi sopra di noi, e quella più ancora evidente di Leopardi. Il poeta ha sempre parlato di un mondo nuovo -ecco il riferimento al “tempo nuovo di cui dicevo prima- ma adesso lo fa in maniera ancora più vertiginosa, accelerando l’unione di passato e presente in un circolo continuo del divenire in cui ad ogni nascita si sovrappone già una morte o un passaggio. La parola poetica di Campi d’ostinato amore ci porta in uno spazio immenso ed assegna anche a noi un posto, in un angolo di sospensione e di quiete. In altri termini, il tempo è sempre protagonista, ma si intreccia al presente quanto al passato e li trasfigura entrambi: ogni cosa, come è stato osservato, è così presente da non essere visibile, da essere persa. E qui ritorna Leopardi (ma era mai andato via, capronianamente?), nell’impostazione e nella serenità del giudizio senza appello, nel tono e nel ritmo del canto, nella compresenza dello spirito Come nelle Ricordanze, gli scritti sono ricolmi delle cose della vita, giorni e periodi, persone e luoghi. La realtà del soggetto è il suo sapersi frammento, sostanza minima inverata dalla sola memoria, pensiero che sa perdersi con metodo e armonia, che gira insieme all’universo mondo. Come Leopardi, infine, Piersanti propone di oltrepassare la ragione come principio inderogabile nell’agire, ma compie questa operazione senza proporre altri totem, senza abbandonarsi a pericolose derive. Si tratta sempre di trovare coordinate diverse, di rivedere il rapporto tra felicità e immaginazione, dal momento che nessuna delle due frequentazioni è in grado di salvarci, di liberare l’essere umano dalla sua condizione di fragilità.

Madre


madre, così lontani
i volti,
oltre la nebbia sconfinata
– un fumo li disegna
appena, appena
come ciocco ormai spento
fa nel camino –
dietro la casa antica,
dietro la balaustra
che s’apriva all’Immenso,
lì del padre s’aspetta
il ritorno
e la sorella bruna
mi guida
alla cerca del muschio
nelle valli d’infanzia
sconfinate
e con gesti perfetti
l’altra dispone
limpide statuine
nell’angoliera
non ho più immagini
d’allora,
ma quello è un tempo
non adatto a pellicole
e figure
e nella mente s’appanna
a poco a poco
con gli occhi
e con le mani
ti cerco il volto,
la memoria pervade
la mia giornata

Agosto 2019


Umberto Piersanti è nato ad Urbino nel 1941 e nella Università della sua città ha insegnato Sociologia della letteratura. Ha pubblicato numerose raccolte poetiche, tra cui La breve stagione (1967), I luoghi persi (1994), L’albero delle nebbie (2008), ed è anche autore di romanzi e opere di critica. Ha realizzato un lungometraggio, L’età breve (1969-70), tre film-poemi e quattro “rappresentazioni visive” su altrettanti poeti per la televisione. Le sue poesie sono apparse sulle principali riviste italiane e straniere, tra cui “Nuovi Argomenti”, “Paragone”, “il Verri”, “Poesia”, “Poetry”. In Spagna, nel 1989, è uscita l’antologia poetica El tiempo diferente e negli Stati Uniti la raccolta Selected Poems 1967-1994 (2002). Tra i numerosi premi vinti, ricordiamo il San Pellegrino,il Frascati, il Mario Luzi, il Ceppo Pistoia, il Tirinnanzi, il Camaiore e il Penne. È il presidente del Centro mondiale della poesia e della cultura “Giacomo Leopardi” di Recanati.

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