Filippo Davoli | Dentro il meraviglioso istante

di Riccardo Canaletti


Poesia/ è rifare il mondo, dopo/ il discorso devastatore/ del mercadante
David Maria Turoldo

Quando la poesia si intirizzisce è per il freddo dell’accademia. Cosa significa fare poesia oggi, tra tanti poeti “laureati”? La domanda acquista peso se accostata ai versi di Turoldo che aprono questo testo. Fare poesia in un mondo così intriso di intellettualismo facile e abbandono della lirica, significa “rifare il mondo, dopo / il discorso devastatore / del mercandante” dove la parola che si smercia è quella calibrata sulle intenzioni del poeta non troppo presente nel libro, ma ineliminabile dai Festival. Una poesia in cui il poeta sparisce, invece, si contrappone allo spaccio. Dentro il meraviglioso istante (CAPIRE edizioni, 2021) è un’opera completa e totale che rifà gli occhi al mondo. Bella prefazione a firma di Giovanni Tesio troviamo un’importante precisazione da tenere a mente per tutta la lettura del testo di Davoli:

“Due le modalità che in una si congiungono. Da una parte la definizione del mondo – dell’universo di Davoli: la sua collocabilità, la sua collocazione, la sua ‘residenza’ […] [la seconda modalità, ndr] vale a dire la scrittura. Una scrittura che incide la parola con limpido bulino ceracndo di sollevare, sì, il quotidiano a misura d’eterno.” (pp. 7-9).

Il libro è estremamente corposo, sintomo di un’emergenza che non viene acquietata dallo scrivere, ma che lo scrivere può testimoniare in modo consapevole, se il poeta è consapevole. E un’altra cosa che traspare dall’opera di Davoli (in questo testo come nei libri precedenti) è tale consapevole, che si fa autocoscienza nel momento in cui l’autore sa di sapere ciò che ha lasciato maturare dentro di sé senza risparmiarsi. Sempre dentro il meraviglioso istante, appunto. E tanto è forte la capacità di imprimersi nell’attimo, che il momento dell’esperienza diventa malleabile: “Lascio che l’ultimo caldo mi catturi / domani.” (p. 106). Se il poeta fosse un egoista per natura, non avremmo una raccolta del genere, tanto concentrata sulla vita, quanto a fuoco rispetto a un senso di comunità (che può essere di volta in volta quella cristiana, quella umana, quella adulta, persino quella bambina), quel “tu un loro” (p. 57).

Francesco Tentori si definisce in quanto poeta con questi versi (da Nel cerchio della vita): “Poeta che incarni/ nelle parole l’ansietà e la pena/ e con la pena la speranza”.

Filippo Davoli, che pure pubblicò ai tempi della rivista Ciminiera una raccolta antologica dei testi di Tentori, potrebbe tentare una definizione quasi opposta: Poeta che incarni nelle parole la speranza / e con la speranza la pena. L’autore, infatti, non esclude, come non è possibile escludere dalla vita, il dolore che in quest’ultima opera prende, tra gli altri, la forma dell’esperienza traumatica del sisma del 2016/2017. “A colpi, a brani si scarnifica / la mia terra dolcissima.” (p. 53). Ma questa pena slitta nella speranza che è nelle parole. Una speranza che ha per corpo la risolutezza, perché c’è sempre “nel farsi delle cose la bellezza / e la stranezza colma della vita.” (p. 122). Così Dentro il meraviglioso istante non cerca di comprendere la vita, ma la accetta, la prende. La speranza forse non è terrena, ma certamente è nella poesia che si fa da ponte tra la terra (teatrale, scenica) e un altro che il poeta vive direttamente ma senza maschere o finzioni. Per questo Dentro il meraviglioso istante può risultare anche crudo (“Solo dio può fermare questo assillo. / Abbi pietà pure di me, Gli dico.” p. 131).

Dentro il meraviglioso istante, tuttavia, ti lascia pulito, come se avessi bagnato gli occhi in una sincerità trasparente, avendo assistito al testa a testa tra uomo e vita, uomo e dolore, uomo e speranza, e uomo e Dio, e solo quest’ultimo ammette Davoli stesso tra le righe, è un confronto vinto in partenza dall’Altro. L’unico confronto che abbia diritto a vincere. E a quel tuo che vince tutto, il poeta chiede: “(Liberami, Tu che puoi, da quel me / che fa schermo alla voce, sorprendimi)” (p. 136).


Vorrei che queste non fossero parole
ma un piccolo testamento del volere.
Non però assimilabile a un lasciarsi andare,
quanto piuttosto a una più piena coscienza.
Vorrei lasciare il mondo come la mano
che sfiora lieve la tastiera del pianoforte
e non perde respiro nel portamento.
Le dita sanno cosa detta il cuore.
Vorrei che le parole che dicemmo
e che scrivemmo sparissero nel fuoco,
arse dentro l’amore.
Vorrei lasciare un segno di rimando
all’ora della nascita. Significare
non altro che un pulviscolo su cui
la luce imprime un nome.
Vorrei un destino di parola innamorata
che non si sazia di sé. Vorrei vibrare
nel Corpo di un’infinita gratitudine,
perché la Sua è una voce che non si dimentica.
Vorrei capirlo, ma non è questo. È invece
aprirmi senza remore al suo volo.
Vorrei che si capisse che è per grazia.
La pagina fu tramite fiorito
del respiro e non altro. Solamente
nell’alone del transito si illuminava.
Oltre e durante ci segnava un vento
che leviga le pietre, un’acqua dolce
che dà forma alle cos.
Io lo dicevo come il dito indica.

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