Agi Mishol | Ricami su ferro

a cura di Giovanna Frene
da Ricami su ferro, a cura di Anna Linda Callo e Cosimo Nicolini Coen (Giuntina, 2017)


SPOSTAMENTI #84
Rubrica di poesie, parole sulle poesie e parole sulle parole



Oche

Epstein, il mio insegnante di matematica,
amava chiamarmi alla lavagna.
Diceva che la mia testa andava bene giusto per portare
un berretto.
Diceva che un uccello con un'intelligenza come la mia
sarebbe volato all'indietro.
Mi mandò a pascolare le oche.

Adesso, a distanza di anni da quella frase,
quando siedo sotto la palma
con le mie tre belle oche,
penso che allora forse aveva visto giusto,
il mio insegnante di matematica,
e aveva ragione lui,

perché non vi è nulla che mi renda più felice
del guardarle ora
avventarsi sul pane sbriciolato,
agitare la coda felice,
arrestarsi un attimo in silenzio
sotto le gocce d'acqua
con cui le spruzzo
dalla canna,
drizzare il capo mentre il corpo
si tende come memore
di laghi lontani.

Il mio insegnante di matematica è morto da un pezzo ormai
e morti sono anche i suoi problemi che non mi riuscì mai
di risolvere.
Mi piacciono i berretti,
e sempre la sera
quando gli uccelli fanno ritorno tra le fronde dell'albero,
cerco quello che vola all'indietro.

Lezione di scienze naturali

L'inverno ha fatto volare via dagli alberi
ogni poesia

voleva insegnare qualcosa
sulla struttura della profondità
mentre stavano in piedi così
piantati
nello loro grigia nudità

ossuti, stanchi
munti
dei loro frutti

sostegni
frammenti di puntelli
nastri di segnalazione
strappati

le foglie cadute
si disperdono nel vento

tuttavia colui che accosti
l'orecchio interiore
al loro corpo

intenderà forse
la vita
che fra un mese esploderà
dagli alluci delle radici

scorrerà
su per il tronco
per traboccare dai rami in una cascata di spruzzi

per inondarli
con un fuoco d'artificio di fogliame verde
gravido

di alleluia di uccelli
e ronzio di api
che farà dimenticare tutto

il tempo è prodigioso.


La vita degli oggetti

In questa tarda ora notturna, tempo di latrati
da un'oscurità all'altra
salgono a me dalla penombra
oggetti –

una campana tibetana, una civetta in bronzo greca e un Anubi,
tre orologi antichi sullo scaffale
mostrano l'ora precisa della loro morte e sotto di essi
una carovana di elefanti tailandesi procede
dal vocabolario Even Shoshan sino a Pagis

casse del tesoro borchiate, ciotole e una zucca secca
i cui semi imitano i suoni della pioggia –
senza che me ne accorgessi sono là, dappertutto
più longevi di noi

oggetti orfani che hanno trovato rifugio in casa mia
in parte (quando non trovo un ordine dentro di me)
disposti in gruppi:
un Buddha e una fata a cavalcioni di una bolla
ridono nel caleidoscopio,
un nano da giardino legge qualcosa da un libro di terracotta
al cavallo di ferro ittita –

che cosa quasi mi dicono adesso
mentre l'orologio da parete fa udire come fosse la prima volta
un dolce tintinnio da Big Ben?

Shoah, ricordo, indipendenza

Come siamo volati –
e non da Gedera a Rehovot o sulla salita di Kastel
sulla via di Gerusalemme, come in questi sogni, bensì
fuori dalla stratosfera: mio padre, io
e quell'indistinta di Agnes
cui nel millenovecentocinquanta cambiarono il nome
in Agi e da allora si trascina come una coda, cava
dietro a mio papà che era anche il suo

siamo volati –
e non come le copie di Haaretz che atterrano ogni mattina
e dispiegano le ali sottili sul tavolo
ma fuori dalla stratosfera, innalzandoci come movimenti di nuoto
fino a cadere all'improvviso ad ali serrate
in un vuoto d'aria e davanti a noi l'Europa
e poi deserti e mari

se non fossi stata in volo mi sarei tolta le scarpe
davanti al mio corpo addestrato che ricorda i movimenti
ancora dal tempo in cui era vuoto primordiale
dopo che si arrampicò e uscì come una lucertola dal fondo dei mari
ancora dal tempo in cui era un uccello
che si alzava in volo fendendo le nubi per tutta l'ampiezza di un intero continente
ora che ho toccato non scorderò mai

e anche se da lontano sembriamo rondoni
che si accoppiano mentre planano
non siamo che un padre e una figlia

lui mi spinge in avanti
con il suo muso appuntito di delfino,
mi avvolge nella casacca da pagliaccio
perché non mi vedano
la mamma

e io, Agi Mishol, seconda generazione
accendo torce di poesie
che non sono neppure un'arma deterrente.

Scrivere

La scrittura è la più tortuosa delle vie
per ricevere amore.

Vivere per lei è
salire e scendere per le scale minori
dell'infanzia
con l'interno di fuori
e un microfono attaccato alla tempia

è chinarsi sulle parole
finché non si trasformano in porta
e allora farvi irruzione
come frattali
di broccoli

è sbarrare sempre gli occhi
dalla seconda alla terza dimensione
sino a una danza di lettere
che si inchiodano l'una di fronte all'altra con l'umiltà del tempo
di fronte all'eternità

vivere per lei è
cadere dai cieli
con una lucente coda di cometa
come un desiderio
di nessuno.


Agi Mishol è nata nel 1947 a Cehu Silvaniei (Romania) da genitori di madrelingua ungherese sopravvissuti alla Shoah. All’età di quattro anni si è trasferita con la famiglia in Israele. Ha studiato all’Università Ben Gurion di Beer Sheva e all’Università Ebraica di Gerusalemme. Abita a Far Mordechai e lavora a Tel Aviv dove dirige la Helicon School of Poteri. Premio Lerici Pea 2014 alla carriera, Agi Mishol è riconosciuta come una delle più importanti e popolari poetesse israeliano contemporanee. Ha pubblicato sedici libri di poesie, antologizzati in inglese, francese, romeno, spagnolo e cinese. Ricami di ferro è stata la sua prima opera tradotta in italiano.

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