Davide Avolio | Inediti

1–2 minuti

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a cura di Lorenzo Pataro


La poesia è il mio Sinai,
la croce essenziale -
la pozzanghera 
che anela la luce 
del lampione. 
Non dire che per te 
è il macigno che grava sul mondo
solo perché vuoi le correnti,
eppure non comprendi
quanto antica sia la legge
che si muove tra i miei versi. 

+

Venne per la via della notte, 
quando il fumo - bianco - 
saliva dai tombini 
e il rumore di un paio di tacchi sull'asfalto 
era la canzone della strada. 
Venne per la notte dei barboni 
venne per le puttane 
venne fra i cartoni e le zanzare. 
Era un Cristo 
che inneggiava ai marciapiedi,
danzava tra i ladri ed i falsari
aveva pietà 
di quelli che di giorno
facevano i banchieri.

+

Osservo, seduto, il muschio che si radica 
alle lapidi, insegue gli incubi, li divora, 
mi rivela i suoi fiori. 
Forse la Poesia è solo
sedersi a contemplare il mondo, 
credere, all'improvviso, 
di vedere il cielo cambiare.

+

Da dove non ritorni, da quale terra scappi, 
chi chiama la cenere dei passi
quando lasci il letto sfatto,
quando un’ombra ti molesta, 
rivivi il buio di ogni pietra
e il fiume inonda il tuo deserto 
dove abita soltanto il rimorso 
e l'attesa disillusa? 
Lasciami entrare: 
potrei tracciare la speranza
persino sopra un riccio di castagna.
Quando mi hai raccolto ero un gatto, 
avevo sul pelo tutte le notti insonni 
ad elemosinare amore. 

+

Quando mi hai raccolto avevo la pioggia caduta
dai posti del mondo in cui non arriva il mare,
la speranza di annegare e una paura 
così grande da far tremare 
le stelle nella sera. 
Poi mi hai raccolto e non fu più inverno, 
furono le candele nella notte, 
furono i fuochi sacri 
che conducono ai tuoi seni
e uno stormo di incubi 
volava già distante.

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