a cura di Lorenzo Pataro
La poesia è il mio Sinai,
la croce essenziale -
la pozzanghera
che anela la luce
del lampione.
Non dire che per te
è il macigno che grava sul mondo
solo perché vuoi le correnti,
eppure non comprendi
quanto antica sia la legge
che si muove tra i miei versi.
+
Venne per la via della notte,
quando il fumo - bianco -
saliva dai tombini
e il rumore di un paio di tacchi sull'asfalto
era la canzone della strada.
Venne per la notte dei barboni
venne per le puttane
venne fra i cartoni e le zanzare.
Era un Cristo
che inneggiava ai marciapiedi,
danzava tra i ladri ed i falsari
aveva pietà
di quelli che di giorno
facevano i banchieri.
+
Osservo, seduto, il muschio che si radica
alle lapidi, insegue gli incubi, li divora,
mi rivela i suoi fiori.
Forse la Poesia è solo
sedersi a contemplare il mondo,
credere, all'improvviso,
di vedere il cielo cambiare.
+
Da dove non ritorni, da quale terra scappi,
chi chiama la cenere dei passi
quando lasci il letto sfatto,
quando un’ombra ti molesta,
rivivi il buio di ogni pietra
e il fiume inonda il tuo deserto
dove abita soltanto il rimorso
e l'attesa disillusa?
Lasciami entrare:
potrei tracciare la speranza
persino sopra un riccio di castagna.
Quando mi hai raccolto ero un gatto,
avevo sul pelo tutte le notti insonni
ad elemosinare amore.
+
Quando mi hai raccolto avevo la pioggia caduta
dai posti del mondo in cui non arriva il mare,
la speranza di annegare e una paura
così grande da far tremare
le stelle nella sera.
Poi mi hai raccolto e non fu più inverno,
furono le candele nella notte,
furono i fuochi sacri
che conducono ai tuoi seni
e uno stormo di incubi
volava già distante.






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