a cura di Lorenzo Pataro
da Io parlo dai confini della notte (Bompiani, 2023), a cura di Domenico Ingenito, che ringraziamo per la gentile concessione degli estratti.
Palude
La notte si ammalò, annerendo,
poi il tumulto della veglia invase gli occhi
– gli occhi non cessano di vedere, miseria,
gli occhi non sanno come velarsi,
mi scrutarono dentro, trovando
vecchia terra di morte: il mio essere, vecchia attesa.
Gli occhi videro quel deserto, la mia solitudine,
la mia luna e sole di cartapesta.
Videro me, feto tardivo che lotta
contro l’utero e ne strappa le pareti.
Io, un essere che vive nel dolore di dar vita,
essere che muore nell’amarezza della fine,
fiera di non volersi liberare dal tormento
e indolente al rimettersi in piedi.
Il mio sorriso è smorfia di dolore al vento,
nell’onta di questa purezza inutile.
Questa nostalgia che scaturisce dal mio amare,
ritrovo nell’amplesso il fervore severo della morte.
Mai discesa dal mio stesso tetto
adesso vado incontro alla mia esecuzione.
Lei è verme sotterraneo di terra putrida
ma con aquiloni nelle sfere celesti,
ignora la metà celata,
il suo volto umano coperto di vergogna.
Cerca di porta in porta per farsi coppia,
correndo, assuefatta all’odore della sua metà.
Lei la cerca, spesso senza crederci,
ma quella metà, lui, vive ancora più appartata.
Entrambi spaventati, nel reciproco terrore,
l’un l’altro amareggiati, disillusi.
Il loro amarsi: desiderio criminale,
il loro incontro: sogno indecoroso.
Nel sorgere del sole
Guarda, il dolore nei miei occhi
scivola via goccia a goccia come l’acqua,
guarda come la mia ombra nera e ribelle
è dominata dal sole
guarda
si disfa la mia vita intera
una scintilla mi trascina al desiderio
e mi spinge all’estasi
mi trascina all’inganno
guarda
come tutto il mio cielo
è solcato da stelle cadenti.
Versetti terrestri
Allora poi
raggelatosi il sole
la grazia abbandonò i campi.
L’erba riarse nelle valli verdeggianti,
si seccarono i pesci nei mari
e il suolo cessò di accogliere
i morti.
In tutte le finestre impallidite
come immaginazione equivoca
la notte si addensava straripando
e le strade cedevano le curve
alle braccia del buio.
Nessuno pensò più all’amore,
nessuno pensò più al possesso,
poi, nessuno più
pensò a nulla.
Nelle caverne di solitudine
il vacuo venne al mondo
il sangue si appestava d’oppio
le donne incinte
partorivano neonati senza testa.
Le culle, vergognose,
si rifugiavano nelle tombe.
Un giorno amarissimo, nerissimo,
venne a mancare al pane,
la forza gloriosa della vocazione.
I profeti, affamati, sventurati,
sfuggirono alla presenza divina
e gli agnelli smarriti del Messia
persero il richiamo dei pastori
nello stupore degli altopiani.
Pareva che negli occhi
gli specchi riflettessero
le immagini distorte di gesti e colori
e in cima al cappello dei pagliacci
sui volti sfacciati delle puttane
come un cerchio che sfavilla
bruciasse un’aura di luce sacra.
Le paludi etiliche
con i loro vapori
acremente tossici
risucchiavano le masse inerti d’intellettuali,
subdoli i ratti
nei vecchi ripostigli
masticavano i fogli dorati dei manoscritti.
Il sole era morto
il sole era morto
e il senso del domani, vacuo,
svaniva dalla mente dei fanciulli.
Domani, una parola disusata e oscura
che segnavano
sui quaderni
con grosse macchie nere.
La gente
il consesso estinto della gente
afflitta, scarna e smarrita
sotto il peso funesto delle salme
vagava di nostalgia in nostalgia
e si gonfiava nelle proprie mani
il desiderio doloroso di delitti.
Una scintilla poi d’un tratto
povera cosa
consumava dall’interno
questa folla esanime e quieta
gli uomini si scannavano
recidendosi le gole
per poi andare a coricarsi
con piccole bambine
nelle alcove del sangue.
Sprofondavano nel proprio panico,
il senso spaventoso di un peccare
paralizzava i loro spiriti
orbi e ottusi.
Durante il rito dell’esecuzione
quando la forca spingeva
fuori dalle orbite
gli occhi straziati di un condannato,
loro, con nervi aridi e logori,
meditavano, compassati,
trafitti da un pensiero di lussuria.
Lungo i margini delle piazze poi
vedevi questi piccoli criminali
in piedi, fermi,
a fissare
lo scrosciare d’acqua dalle fonti.
Insieme
Si fa notte
e poi il buio, oltre la notte
e dopo il buio
gli occhi
e le mani
e respiri, sospiri, respiri…
e la voce dell’acqua
che scorre goccia a goccia a goccia
dal rubinetto.
E poi
i due punti rossi
di due sigarette accese
e il tic-tac dell’orologio
e due cuori,
due solitudini.
*
Ma forse, dopotutto,
nelle profondità del gelo
oltre tutti quegli occhi schiacciati
restava qualcosa di confuso e vivo per metà
che nel suo sforzo spento desiderava credere
alla purezza del canto delle acque.
Eppure, come fare con quel vuoto senza fine?
Il sole si era estinto e nessuno sapeva
che quella triste colomba
fuggita da ogni cuore
recava il nome della fede.






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