a cura di Giovanna Frene
dal prosimetro Nella spirale (Stagioni di una catastrofe), (Industria&Letteratura, 2021)
SPOSTAMENTI #95
Rubrica di poesie, parole sulle poesie e parole sulle parole
1. IL TEMPO ENTRA FERREO NELLA SUA ULTIMA ERA
Il primo verso di una poesia di paul Celan mi accompagna a nuove considerazioni su tempi e luoghi della fine.
Il tempo è sempre nella sua ultima era, non esiste. Seguendo László Krasznahorkai: «il mondo non è che un puro delirio di eventi, una frenesia di miliardi e miliardi di accadimenti, e niente è stabilito, niente è fissato, niente è delimitato, afferrabile, tutto scivola via appena cerchiamo di afferrarlo, perché non c’è tempo». Questo tempo inesistente è, paradossalmente, l’ultima possibilità di agganciarsi a qualcosa di concreto. L’emergenza degli eventi è già la loro rielaborazione immaginifica, sempre l’ultima possibilità/potenzialità creativa: «poiché il tempo scivola via in continuazione, essendo del resto questo il suo compito, poiché si tratta di puro svolgimento, si tratta semplicemente e meramente di miliardi di eventi […], gli eventi stessi spariscono nello stesso momento, che è a sua volta irreale». A causa di questo scivolamento che è perdizione, a rendersi necessaria è un’opera di conservazione. tra i miliardi di eventi, l’emergenza è “senziente”, dettata da ricordi forti, fondanti, anche se trasfigurati nella memoria.
Su questa evidenza si basa ogni urgenza artistica e, più nello specifico, della poesia: «questo non è un concetto astratto, bensì qualcosa che finalmente astratto non è, qualcosa di talmente lontano dall’astrazione da porsi come l’unica cosa la cui esistenza possiamo veramente prendere in considerazione».
Da questa osservazione ripartiamo, anche se immersi in una “ferrea ultima era”. È lo stesso Celan a suggerire come avvenga l’evento, come si fissi l’istante: come «un’ora allattata dai lupi» è il tempo in agguato prima di ogni comprensione, prima che sia fatta luce; un’ora che, sempre secondo Celan, “striscia”, prima di “saltarti addosso”. Il segno si tramuta solo allora in “senso”, quando «la scheggia di tempo penetra in te, sempre più fonda». Il dove, cioè lo spazio di collocazione dell’evento emergente, lo decide quell’ora di senso e accade quando il mondo, l’alterità, entra in contatto con l’essere. Quanto intensamente e come avvenga il contatto lo dice la poesia: se Celan nel 1953 è aggredito e assediato dal mondo, Rilke nei primi anni del ‘900 ne è accolto: «Il tuo sguardo, che accolgo / con una guancia come un tiepido cuscino, / arriverà, mi cercherà lungamente – / si poserà, al tramonto, / in grembo a pietre straniere».
Tra violenza e accoglienza l’accesso al mondo può sorgere in una disponibilità sempre rinnovabile, che va sempre rinnovata; una soglia, una breccia che avvii un nuovo ritmo:
Ritmi
per separarsi,
per ripararsi
arrivando al vuoto del soggetto
(H. Michaux, Brecce)
4. IL CUORE ESTRANEO
La lingua si è fermata, siamo sull’orlo: «Quando tutto ormai vacilla ed è minacciato, dove più niente va da sé, né vale alcun diritto, dove si è espropriati di tutto, si tratta di capovolgere l’esodo, il “cammino del fuori”, nel suo contrario: ribaltare l’Esilio e sfidarlo. È questo il potere dell’ ”intimità”». ecco che il margine può diventare “azione” se sblocca la relazione, se si “approssimano” i corpi. Se “un” mondo del Fuori si schiude dalla «minima intesa interiore».
Un’azione, si diceva, che deve sbloccare la relazione e che, allo stesso tempo, non può svelarne il mistero, il velo dell’intimità, parola velata:
«Una gran quantità di segreti della mia vita si trova inviluppata in questo nuovo futuro, e mi restano qui da assolvere dei compiti che si possono assolvere solo con l’azione».
(F. Nietzsche, Epistolario)
Nuovo inizio, “nuovo futuro”, è il rischio del margine, un cammino che si apre e chiude tra parvenza e reale – immagine e mondo – il mondo dell’immagine («fin dal principio la parvenza ha finito quasi sempre per diventare la sostanza, e come sostanza agisce!») o il mondo che si immagina, infatti «non dimentichiamo neppure questo: che basta creare nuovi nomi e valutazioni e verosimiglianze per creare, col tempo, nuove “cose”». E qui è tutto il rischio della parola che riattiva il suo cammino, nella scelta da compiere s’incaglia il mistero dell’ambivalenza dell’essere, la sua “intimità”, appunto. È un cuore estraneo quello dell’uomo, «ci si deve rassegnare […] al fatto che non esiste una “natura” dell’uomo priva di ambiguità, dato che […] egli non è di per sé né buono né cattivo», ed è questa “estraneità” l’unico valore: l’altro accolto nell’intimo, la capacità di accogliere l’estraneo/ estremo, appunto, è la ribellione, non tanto all’ambivalenza dell’esistente e del segno che prova a indicarlo, quanto alla mancata compenetrazione tra uomo e mondo. Ecco, il segno può essere lo strumento per manifestare la presenza dell’estraneità fondante, il mistero che sempre riappare quando ci approssimiamo al mondo, riconoscendoci dentro il suo cuore estraneo, contemplandone le forme sempre rinnovate, le sempre nuove visioni.
«Che ci dovessimo diventare estranei è una legge sopra di noi: proprio per questo dobbiamo anche divenire più degni di noi!»
(F. Nietzsche, La gaia scienza)
7. NUBI STUPENDE AL TRAMONTO
Ed «è qui che inizia il futuro: nell’oblio, in ciò che è perduto», nella trappola che cinge l’uomo-massa, i corpi in trasformazione sono l’apertura al mondo, nel senso di un legame sempre più stretto, e per questo rischioso, tra uomo e natura o “naturantropico”. «Il corpo dell’uomo è sempre la metà possibile d’un atlante universale» diceva Foucault nel 1966, ma solo i due corpi uniti sono l’interezza del mondo.
Non è più possibile pensare in termini di soggetto e oggetto, in una visuale “dimezzata” che sminuisce il “climax” del rapporto, la sua intensità. Tra uomo e mondo nessuna separazione, allora, ma un unico corpo immerso nello stesso clima da cui dipende la nuova configurazione della terra.
Siamo dentro questa riconfigurazione che potrebbe attuare l’uomonatura, anche se procede nutrendosi «di una scura linfa avvelenata, nera ma con una traccia di verde livido al suo interno, un verde aspro e primordiale, come l’assenzio e il fiele».
Amara vita eppure amabile, possiamo ancora abbracciare i tuoi prodotti? Tra l’amplesso “vegetosessuale” raccontato da Luciano nella sua Storia vera e gli incroci “meccanici” di Crash, si inscrive la vertigine d’ebbrezza delle pulsioni. La fantasia libidica in cerca di nuovi contatti conferma la necessità d’ebbrezza, l’oblio dell’inizio, la scomparsa da sé che scollega il desiderio dal fine. Nient’altro che un’inondazione che cancella i confini e potrebbe consolidare la consapevolezza dell’appartenenza:
Nubi stupende al tramonto, di splendore inondatemi, oppure inondate uomini e donne di generazioni future!
(W. Whitman, Foglie d’erba)
12. DENTRO L’ISOLA
Terra ti troverò solo quando sarò veramente in cammino. Sarò i tuoi colori. Terra fruttifera, di mulattiere e trazzere, residui di agguati, terra di filari sparuti e boschi rigogliosi.
Terra immaginaria che molte volte vidi tramontare.
Terra che si spinge sempre più a sud, di cui assaporo ogni ciottolo e crepa. Terra di vecchi sacrifici che sibili il ritorno e nascondi la tua gabbia.
La tristezza spoglia gli alberi in questo luglio di risacche e lampi inaspettati che il cielo ci vomita addosso. Siamo dentro, come sempre, ripuliamo e smaltiamo gli escrementi delle bambine:
Fiori come pietre – mirabili! –
Che intorno ai duri ovari biondi
Mostrino amigdale gemmose!
(A. Rimbaud, Ciò che si dice al poeta a proposito di fiori)
Così consolidiamo la casa, puntellandola di infissi robusti! Merde che diventano fiori, pietre, il mio sogno di mettermi in cammino e tracciare una costellazione di resoconti – merde, fiori, pietre, piedi!
Così possiamo dire il mondo: se non siamo sempre in cammino, se non si accende il futuro, non può apparire un nuovo sentiero.
Fioriture gemmose mentre sprofondo nell’isola. Come non esistesse sono dentro, come sempre.
Dentro la terra grama.
Dentro la terra grassa. Lugubre e luminosa.
Dentro la terra che necessito sentire dentro.
«Per trovare il modo di penetrare nell’isola, bisogna porre come principio […] la possibilità, anzi la necessità di penetrarvi».
(R. Daumal, Il monte analogo)
27. IL VELENO INEVITABILE
All’alba avremo timore del sole, sole d’autunno nella luminescenza spaesata dei detriti. Nello splendore di questo giorno che sorge sui confini selvaggi, il terrore di un’onesta trasformazione della natura, con incubi antichi e uomini inghiottiti dalla terra cannibale.
I rami sempre più nudi sono il linguaggio del crollo e della costruzione, telaio, ossatura. Il veleno inevitabile si trascina nei canali e raggiunge i pantani di questa periferia melmosa; come il desiderio di papaverina o le orme di animali sui semi, così posso tornare alla lissa che mi smancia e sciobba, a nuovi occhi nel giallo nebuloso dei vapori. La landa alienata è la notizia di un oscuro scanto e la visione del dopo che fugge invisibile per troppa evidenza. Immagino che questa stagione di semi-morte e allucinazione, nell’odore di concime e cavolo, si sveli lentamente, plaga dopo plaga, foglia dopo foglia, e appaia l’infanzia trapassata del sud, poi il nord, l’occidente e il caldo: un caldo nuovo di nuova fame a novembre. Nelle albe agre di parole rapprese, non chiovi e tuttu u munnu funni e scattia stu cori in cammino supra i fogghi sicchi. Parole condivise nello strascico di veleno che asfissia i fiorellini e sbudella i ghiacciai, strappa i denti ai monti e ne scava le gole fino al nero e si suca tutto il succo del sole. Nei nervi della terra, nelle terminazioni intime del circuito amoroso che ci avvolge, resta il passo lento che comprime la distanza e le parole si slargano come una curva: noi è mondo, mondo è noi, nella fredda quiete del dopo.
Ascoltami: sono le cose ai margini
remoti che stanno al cuore del nostro
mondo, e ci staranno sempre, quando
ogni altra cosa sarà andata distrutta,
terra e archeologia delle nostre anime.
(S. Watts, Hölderlin in Alvernia)






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