a cura di Giovanna Frene
da Terra dei ritorni (Pordenonelegge Collana Gialla – Samuele Editore, 2023)
SPOSTAMENTI #98
Rubrica di poesie, parole sulle poesie e parole sulle parole
I
Non è necessario che tu mi ascolti. Non è importante. Le due rette parallele
di un binario si uniranno comunque, nell'infinito, e questo sangue
lasciato dall'ultimo sole, sembra fermarsi nelle arterie, sospensione
di un battito che non avrà una terra su cui mettere radici, declinando
per l'ennesima volta quel legame tra fragilità e bellezza.
Anche quel poco di natura rimasta, così lontana dalle foreste,
dalle tigri e contrabbandieri che popolavano i nostri sogni, si ritrae nella stanza.
L'inermità del riposo richiede la protezione della tana e questo
sia che si tratti del verme in coordinate misteriose o l'uomo che rientra
la sera per il nutrimento e il sonno. Niente è diverso, le stagioni
dei piccoli segreti sono intatte. Torneranno vedrai, nella breve forcella dell'ombra
lasciata ai margini della strada. Orione, le costellazioni dell'Orsa
continuano a svolgere il loro corso fissati in un fotogramma eterno
e non dovrebbe sorprenderti se dopo tutto questo tempo sono ancora
qui, ad amare e soffrire, così inquietamente vinto, a chiederti
di lasciarmi entrare. Anche questo fa parte delle leggi eterne dell'universo.
Vedo l'incrinatura della nuca quando bevi, l'acqua scende
come un'accettazione, come la morte. Presumo sia questa la richiesta:
non la santità, ma la santità prima del peccato. Resteranno solo ombre,
solo ombre, mentre l'umidità sale dalla terra e i colori, le forme
iniziano a dissolversi. La notte è un oceano immobile come un ideogramma
con la sua particella di luce infinitesimale. Come osservare la fine
senza terminare con essa? Giù, nel frutteto, nell'ombra
ghiacciata dell'estate, c'è un luogo dove la migrazione degli uccelli sosta
qualche istante. Noi siamo il sogno di un animale appena addormentato.
XV
A quest'ora, quando le ombre iniziano ad allungarsi con quella voglia
di migrare in un altro luogo della terra, quando il quotidiano impegno si ritrae
nelle mani e l'uomo torna nella casa come l'animale con la sua preda,
quando si ha la certezza che niente resterà fra me e te, anche queste variazioni
di luce, questi colori che intravedi, il rosso gradualmente passerà al viola,
infine, la metamorfosi delle sfumature lascerà il nero a testimoniare l'oscurità
di ogni passaggio. Quando niente resterà qui, non ci saranno vinti, né vincitori,
né animale, uomo terra che segni un ritorno, si disperderanno i sentieri,
le strade a ritroso che pensavamo attenderci nelle emergenze,
anche la configurazione degli oggetti si confonderà in un'unica massa indistinta,
quando niente resterà fra me e te, soltanto le ore che crescono dall'interno
delle foglie, dalle nervature, da ogni forma concava della realtà, da ogni
sensazione imprecisata che ci attraversa. Le tonnellate d'acqua continuano
a scorrere da una parte all'altra del mondo. Nell'altro emisfero, su altre
complicazioni umane inizia a farsi giorno. Così amore e odio si alternano,
confluiscono da un lato all'altro del corpo e quando per costante gravità
e movimento di pianeti si spengono le luci nella vita dell'uomo e non resta
né saggezza, talento, fede o forza, quando silenziosamente si cancella l'atrio,
il portone e il nostro sguardo inizia a ritrarsi, come se una mano togliesse
la polvere dallo specchio lasciando questa linea che lega la mia sete
al tuo polso, quando a furia di geometrie anche le nostre sagome inizieranno
a confondersi con la notte, quando niente resterà fra me e te,
quando anche la luce più piccola, quella che in altre circostanze
non avremmo notato, inizierà a risplendere come un sole, esattamente lì,
nell'oscurità più tremenda, dovremmo amarci. Lasciami entrare.
(dalla sezione Terra dei ritorni)
II
Non ci sono differenze fra due corpi che dormono. Il sonno è oblio, ritorno
verso l'origine. Le acque scorrono a ritroso, risalgono il fiume
e l'infinita moltitudine, l'immensa stagione dell'ieri,
la legione dello straniero che tracciò il deserto con la spada e la stella
inconfondibile del domani dove già si apriva l'ignota geografia del ragazzo,
la nostra quotidiana dimessa storia, ritornano
nel presente del risveglio. Il tempo è differenza, il sonno è assenza di tempo.
Keats, in un giardino del Hampstead, una notte d'aprile, malato di tisi,
compose la sua Ode a un usignolo. L'immortale uccello contrapposto
all'umana sofferenza, alla vicinanza con la morte del singolo. L'usignolo
non è un singolo mortale, ma l'eterno usignolo di Shakespeare, Milton,
di Ovidio, quello che secoli addietro accompagnò Ruth nei campi d'Israele,
la forma di tutti gli usignoli. In questo piccolo errore, fra individuo e specie,
nasce la poesia. Io, il più mortale fra gli esseri, chiedo un margine
di follia nell'ordinario, perché l'usignolo volato da questa gabbia
non sembra altro da quello che conversava con il dolore dell'uomo
e il dolore stesso, quello che portò Keats a rivolgersi a un usignolo
pensandolo eterno, non è diverso da questo che ritrovo nel mio corpo
e questa sete, impenetrabile, così dura e viva, è la stessa
che portò il mio antenato ascoltando il rumore dell'acqua
a fantasticare sulle leggi della vita e dell'universo e dicendo questo, vorrei restare
sospeso in questa parentesi quotidiana prima del risveglio, un'illusione fugace
quanto lo è una parola indiscreta che continua a tormentarci anche nel sonno.
Gli ultimi locali aperti nella notte sono una ferita che si rimargina, a quest'ora
la città è una stamperia pronta a moltiplicare le sue copie, con la luce
ogni uomo torna ad essere una parola solitaria, ogni profeta, un tipografo.
(dalla sezione Note sulla melodia dell'acqua)






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