a cura di Francesco Terracciano
La figura dell’assassino, in particolar modo quella del serial killer, provoca una reazione di orrore e di condanna, di ripugnanza e di stigma (a volte anche altri sentimenti e pulsioni, contrastanti ma non meno intensi nella loro forza di impatto). Le ragioni di questo rifiuto possono essere le più disparate, e vanno dal disgusto per la mostruosità di un comportamento indegno di un essere umano all’oscenità dell’atto in sé, dal raccapriccio per le modalità e l’efferatezza dei delitti al loro ripetersi in progressione numerica, dalla considerazione per lo stato sociale delle vittime all’individuazione del loro genere. Sembra emergere, al di là di queste determinanti, un dato particolare su tutti: al termine di ogni analisi sociologica o psichiatrica, si giunge spesso alla conclusione che l’assassino seriale sia una persona come tutte le altre, “normale” se si preferisce un termine abusato, che ucciderebbe senza alcuna ragione in particolare, senza nessun movente definito o concreto. La criminologia e, più in generale, la vasta letteratura scientifica sull’argomento, pur chiarendo che solo una minima percentuale di soggetti affetti da disturbo mentale manifesta comportamenti distruttivi, ha sempre cercato di comprendere quale fosse il motore primo della violenza, quale il disordinato o compromesso assetto psicologico che la sottende. Sebbene la definizione di chain killer -e quella più popolare di serial killer, dovuta al criminal profiler e agente speciale dell’FBI Robert Ressler- risalga alla fine degli anni Cinquanta, il terreno di coltura della nascita e della diffusione del fenomeno fu (prevedibilmente) la Roma antica con le sue trame di potere, in particolare la Lucusta citata nelle Satire di Giovenale e nel conte di Montecristo di Dumas, che avrebbe venduto ogni tipo di pozione venefica nel suo rifugio sul colle Palatino, e che sarebbe responsabile dell’avvelenamento dell’imperatore Claudio e di Britannico. Tuttavia, nonostante le classi al potere di quel tempo usassero sbarazzarsi facilmente dei loro avversari, non sembra che il numero degli omicidi di Lucusta abbia superato la decina. Tornando ai nostri tempi, per comprendere al meglio il fenomeno in questione e poter parlare di assassino seriale, è necessario che il soggetto mostri una chiara volontà di uccidere e che quest’ultima si riproponga nel tempo, anche se gli omicidi non vengano materialmente compiuti. In altri termini, per includere un soggetto nella categoria degli assassini seriali, ciò che rileva è la sua intenzione, la chiara volontà di uccidere (animus necandi) e non il risultato: è su questo che si concentra Sonia Caporossi, non sul circuito ripetitivo-patologico o sul numero di omicidi previsti per connotarlo, né sull’organizzazione necessaria per portare a termine una serie di azioni, ma sul legame simbolico che ogni assassino ha con la propria vittima, sul locus commissi delicti come proiezione dello stadio di sviluppo personale in cui ha avuto luogo il trauma.
pietà che non avevo nemmeno per me stessa
perché la sola infanzia che riesco a concepire
l’esatta negazione del bene istintuale
è quella dell’inedia o del cuscino in faccia
è quella dell’attesa comune di morire
Assassine seriali, Ed. Progetto Cultura, pag.18.
Una classificazione interessante dell’omicidio seriale in base alle fasi vissute dal soggetto che compie il delitto ci viene dallo psicologo americano Joel Norris: la prima fase, detta “aurorale”, riconosce alla capacità immaginativa del soggetto, ed alla sua fantasia, un ruolo fondamentale per distaccarsi dalla realtà; seguono poi la “fase di puntamento”, di caccia alla preda, e la “fase della seduzione” in cui l’approccio con la vittima porta alla sua sopraffazione e successiva cattura. Ultima, la “fase omicidiaria”, è quella in cui il soggetto prova una sorta di sollievo e piacere nell’aver ucciso la sua preda. Tra queste, la fase di puntamento è quella in cui ha luogo una sorta di incendio neuronale, “sintomo di comportamenti di tipo paranoide, provocando una turbolenza delle memorie e della percezione dei dati sensoriali”. E’ a questa fase, alle modalità simboliche e alle situazioni di grande impatto emotivo vissute, che fa riferimento Sonia Caporossi, agli exquisite corpse ed all’invito surrealista contemplato dal gioco con cui si passava il tempo, nel primi anni del Novecento, nei caffè francesi: “le cadavre exquis boira le vin nouveau”, il cadavere -simbolico, come simbolica è l’offesa ricevuta dall’assassino- beve il vino nuovo, è una tessera del mosaico (o del collage) ridotta e posizionata in modo tale che i partecipanti successivi non possano vedere le parti collocate in precedenza (né, quindi, il delitto, negato per eccesso). Sembra di sentire Heidegger e l’eco del suo Das Nichts nichtet, il nulla che nullifica, e la riduzione ad una sorta di nonsense metafisico della sua proposizione praticata da Rudolph Carnap: resta, al di fuori e al di sopra della colpa, la continuità della fuga dell’assassino come unica forma di espiazione e di elaborazione della colpa, per tutte le extraordinary woman della narrazione: da Giulia Tofana alla Marchesa di Brinvilliers, da Erzsébet Báthory a Belle Gunness, da Amelia Elisabeth Dyer a Leonarda Cianciulli, fino a Vera Renezi , Maria Delfina, Maria del Carmen, Maria Luisa e Maria de Jesús Gonzáles Valenzuela e Aileen Wuornos.
adesso sono fiera della mia competenza
questa violenza innata la lascio fuoriuscire
in tutte le mie azioni con atto di dominio
(Ibidem, pag.12).
Nella materia assai arroventata delle forme d’interrelazione, il das Zwischen citato da Maria Laura Valente nella prefazione alla plaquette, l’esser-ci dimora nel “frammezzo della presenza”. Questa circostanza implica che l’orizzonte al quale siamo rivolti come lettori non è assoluto, è fondato su un punto di vista che non può sedimentare tutto ma che accoglie e rigetta ad ogni tempo, operando una necessaria selezione ed una particolare disposizione; siamo di fronte a un tentativo di vaglio e di presentazione che parte da una particella riflessiva (ci), da un’azione abituale che “noi” facciamo con noi stessi, e non da una comoda astrazione teorica che abbia il vantaggio della generalità, quindi della neutralità. Probabilmente, è per questa ragione che Sonia Caporossi sospende ogni categoria di giudizio relativa alla “colpa”, evitando accuratamente di sostenere le ragioni delle parti lese o di chi ha recato loro offesa. Non c’è, infatti, immedesimazione nel martire né assoluzione del carnefice, piuttosto “esplorazione estetica” -come è stato notato- approfondimento e “decrittazione di moventi, ambizioni, dolori e amori delle assassine”. L’umorismo apparente di questo approccio situa la poetica di Sonia Caporossi lontano da opere celebrative come Pen, Pencil, And Poison o Il ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde che evidenziano la congruità tra il crimine e l’arte
ma io trionferò laddove qualcun altro
chiamato dorian gray saprà d’aver fallito
(Ibidem, pag.12).
o al bestiario proustiano di Sentimenti filiali di un matricida, volendo piuttosto riprendere e sviluppare la tradizione ottocentesca del romanzo sociale in versi. Non a caso, la metrica rigorosa accompagna, come in un trattato scientifico che di formule è composto, la definizione di pericolosi teoremi e di spaventevoli corollari.
la vita non dipende dal senso delle cose
non è la volontà a darle direzione
ci sono forze occulte che prendono il potere
e il mio destino, certo, non può fare eccezione
così, studiando bene la pia stregoneria
sono arrivata alfine a questa conclusione:
l’esoterismo domina gli istinti primordiali
ci sono forze ignote che reggono il creato
e se ci liberiamo dalla morale ignara
di quali forze tengano le essenze materiali
possiamo scavalcare i confini dell’ignoto
e assumere un potere precluso a tanti umani
su vita, morte e casi del singolo individuo.
(Ibidem, pag.11).






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