a cura di Francesco Terracciano
da Le Leggi dei Padri (RPlibri, 2023)
Genotipo delle rovine
che cadono dove amarsi-amare
abbatte i confini, la legge,
le case dei padri,
le stanze delle madri.
I porti non portano più
stoffa, ma esperti di anarchia
che sanno cosa fare in questo nulla.
Historia Langobardorum
Autari ci mise in guardia
dal divenire uroboro.
Imprudenti sentimmo
lo smarrimento dei conquistati
come nostro: l’incauto
convito d’agape ci stordì,
falò di mores.
Quel fumo, bianco come i nostri
ricordi, venne a riempire tutti
i bronchi tronchi,
miele che abbaglia
il senso del censo.
E venne il Gallo
che si mangiò il Biscione,
l’emostasi ci parve un progetto
interessante.
I nostri fratelli minori, intanto,
cercavano una cura contro
il morso dell’anfisbena.
Qualcuno, senza voce,
lanciò un tremisse in aria.
Ad Arechi venne testa, a noi
rimase croce.
Sub flore
I
Non sento più i cani
le scarpe il cancello
le chiavi non
danno latrato
non starnazzano
quelli lontani
non si lamenta
il nuovo arrivato
Manfredi in Lucania
i cani sono muti
II
Non vedo chi stucca
la torre più alta
fiorisco
e il morbo infierisce
nel salto di specie
dall’uomo alla bestia
la mediocrità lo pervade
come un veleno socratico
allele recessivo di una
morte confinata
che ora mordace
lo confina
Le Leggi dei Padri
Quanto ancora dovremo
aspettare per rimandare
al mittente il perfetto
parallelismo che ci trattiene
In assenza di segnali
fatico a trasmettere
la mia fatica
costretto a parlare
per chiedere silenzio
Ti rammarica lo so
dover rinunciare alle regole
rassicuranti della tradizione
alla mia pagina da finire
al dare ancora una volta
una buona notizia
E se maggio non ti potrà vedere
tu apri le braccia a quest’aprile
di caldo improvviso di origano
e basilico precoce di voce
da alzare nell’anno
in cui nessuno ti potrà scalare
Belliboschi
(L’anno sabbatico)
volevo semplicemente perire dentro la mia aria
(Leonardo Sinisgalli)
Siedi qui vicino
a me se non ti fermi
non puoi capire l’essenza
di un ramo che è senza
foglie e tu vedi finito
Hai piedi saldi eppure
scivoli ignara eterna
talea capovolta
sono qui per spiegarti ancora
l’univoca ambivalenza
di errare: il rafano
in mezzo al riso
non può stare
Sul perché dovresti tornare, ma non rimanere, a Bologna
Da quanto tempo ti conosci?
Irridevi la nostra ostinatezza nel voler resuscitare Gaio,
Ulpiano, Sabino, Labeone:
un giorno hai poi capito che la libertà sta nei legami;
e allora ci hai chiesto qual era la legge dei
padri (oh, cupida legum iuventus!), il nome degli avi,
l’insegna del tuo tribuno.
Noi non avevamo quelle risposte.
Così, finalmente, apprese le domande, sei riuscito ad
affrancarti dal presente; e abbiamo riscattato Giustiniano,
ancora in pena per l’amara vittoria della guerra gotica.
Marco Mittica (1982) vive e lavora in provincia di Torino. Collabora con alcune realtà culturali nazionali ed è socio benemerito della Fondazione Leonardo Sinisgalli di Montemurro. Premiato in vari concorsi letterari, alcuni suoi inediti sono presenti in antologie, riviste e lit-blog. Ha pubblicato, in poesia: Le Leggi dei Padri (Rp libri, 2023). Questa sua raccolta d’esordio ha ricevuto una segnalazione, nella sezione “Raccolta inedita”, all’ultima edizione del premio Lorenzo Montano.






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