cura e introduzione di Ilaria Palomba
Bordi
#8
Ilaria Parlanti (1997) è una scrittrice, sceneggiatrice, poetessa, attrice e attivista toscana. Trascorre l’infanzia e la prima adolescenza divisa tra il suo paese natale e Parigi a causa della sindrome di Jarcho Levin, curabile soltanto nella capitale francese. Nei corridoi degli ospedali si appassiona in tenera età alla letteratura, prima come avida lettrice di romanzi classici, poi anche di componimenti poetici. Nel 2017 viene selezionata tra i 150 autori che partecipano all’Enciclopedia della Poesia contemporanea a opera della Fondazione Mario Luzi. Nel 2021 esordisce con “La verità delle cose negate” (Arsenio edizioni). Attualmente sta scrivendo la sceneggiatura del libro con Michele Cioffi e Michele D’Anca. Collabora con la rivista culturale Q-Cultura, si occupa di interviste e di Alley Oop per Il Sole 24ore. Le poesie qui pubblicate sono a tratti narrative, non è impossibile immaginarle come incipit di racconti, a tratti liriche d’amore in cui l’urlo incontra una forma romantica, il pensiero soggiacente rammenta proprio il romanticismo inglese. Parlanti è scrittrice di grandi sentimenti, di emozioni profonde, di esperienze vissute sulla pelle, di indomito coraggio, dove la forza sgorga dalla fragilità. La sua poesia è tramite tra l’io e l’altro, anelito di salvezza. Si percepisce una spontaneità, una purezza terrigna, ineducata, selvaggia, il desiderio di dire esisto, sono qui. La ricerca è la vita, l’amore, un senso profondo di giustizia. Sono prosastiche quanto aforistiche, pregne di citazioni classiche, non cercano l’effetto, ma la chiamata di ciò che si sta per formare, ancora magmatico eppure proprio per questo pieno di luce, infuocato. Ilaria Parlanti ha contenuti, personalità; è insieme matura e adolescente: tale commistione auspicabilmente non andrebbe mai persa per continuare a essere una voce originale. Sono rari quei casi in cui la scrittura figura come necessità e salvezza, lei è uno di questi.
Sogno kantiano
Il cielo oscuro è sopra di me.
La legge morale dentro di me.
Il frigo vuoto gracchia nel silenzio,
la plastica della bottiglia scoppietta
ad ogni sobbalzo del mio cuore sgraziato.
L’estate è morta nel fulgore
di un agosto fatto di sesso e sigarette.
Ho l’odore sulla pelle
dei miei fallimenti,
delle speranze abbattute,
della mia incapacità di trasformarmi
da Medusa ad Afrodite.
Il mare è lontano
ma vedo la riva all’orizzonte,
l’aria salmastra mi strozza la gola
e si mescola all’acidulo sapore del mio sudore.
Non sono a casa,
con la mia luce opaca, evanescente e tuttavia
contente l’essenza del vuoto nel mio petto.
Tu dormi,
io di notte ho l’insonnia.
Scrivo pagine e pagine
di futilità
sulla vita, sulla morte
e su quel dolce dolore
di cicatrici mai sopite.
Sono in una landa deserta,
in terra straniera
con la pelle che si squama
in muta di serpente.
La lingua si biforca
nel bivio della vita:
essere o non essere.
Ma tu dormi beatamente,
con l’ignoranza di dorati sogni
e forse è questo l’inferno
per me che non dormo:
essere vista e oltrepassata
con un solo semplice secolare sguardo
appesantito dall’alcol o forse dal sonno.
Faccio silenzio
per un rispetto infantile
di perpetuare la violenza del mio carnefice.
Tendimi la mano soffice
priva di rughe e calli
di quella responsabilità
che giunge in braccio alla vecchiaia.
Scriverò tutta la notte
per sentire che la vita si distrugge
come quartieri malfamati.
Intorno al mio corpo malnutrito
ho indossato il mio sudario preferito
una stoffa bianca
macchiata dal sangue che mi esce da sotto le unghie.
Scavo, scavo
per cercare il petrolio
che mi brucerà invano.
Perché continuerò a non dormire
e a odiare la quiete della notte.
È un’ironia tragica
quella che tesse le trame del mio destino.
Sparirai nel sonno
e io sarò sveglia
finché la pendola scoccherà all’alba
di un comune giorno lavorativo.
Che cos’è la vita
se non una serie numerica
di infinite contraddizioni?
Ti aspetto sveglia
per fare finta di niente
e recitare che il mondo non sia posto di attori.
Manco di tutto e di niente,
ma prima di ogni cosa
manco di me
che proprio non dormo.
Vaglio i rumori
esistenti e inventati
in cerca di un tuo segno.
Ma io so.
Vedo la fine delle cose,
la loro fragile e gracile esistenza.
Ho incontrato la morte
e le ho detto: non ancora!
Da allora non dormo,
ho l’insonnia
e la consapevolezza che il sole collasserà
e la luna seguirà un’altra orbita.
Per millenni
si è avuta la certezza che il cuore non
è muscolo allenato.
Ma cosa se fosse lo stomaco
con la sua abilità di tendersi
fino a esplodere
in un corpo che puzza di malato?
Tu chiudi gli occhi
e il respiro è lento e cadenzato.
La stupidità è una forma di intelligenza.
Ti ho supplicato: salvami.
Ma tu dormi
e io di notte ho l’insonnia.
Nostalgia
Me lo hai detto in un respiro esalato
con gli occhi verdi grandi quanto il mondo
in cui hai vissuto.
Ho avvertito una nota stonata di amarezza
e forse vergogna,
perché anche tu hai i tuoi peccati da scontare.
“Non ricordavo il nome delle cose”
e il non conoscere l’hai fatta diventare
la tua più grande debolezza.
Sono rimasta in silenzio
per quel muro di Berlino che è per me
udire la mia voce proferire parole in broken english.
Ma una rosa è una rosa
non per il suo nome
e nemmeno per le spine.
Una rosa è una rosa
per l’essenza che emana nel mondo,
per il colore dei petali,
per il suo profumo,
per la delicatezza con cui sboccia
e per la decadenza con cui si ritira dalla vita.
“Non ricordavo il nome delle cose”
mi hai detto su un prato d’erba
nel mezzo di un festival letterario
di cui nessuno dei due capiva molto.
Eppure mi hai chiamato per quella che sono:
a crazy devil.
Sono nata peccatrice e mi sono battezzata,
ma Lucifero forse è più forte di Cristo,
anche in Italia.
Hai visto e toccato la mia schiena imperfetta,
quelle scapole diverse e quelle cicatrici che nascondono
più acciaio di una miniera di piombo.
Forse è da lì che spunteranno le ali
e diventerò un angelo cacciato dal paradiso
per il suo troppo sentire,
per il suo voler vivere tra le cattedrali degli uomini miserabili.
La verità che non ti ho detto
è che io so cosa sia il dolore
ma la felicità è inaspettata.
Do you regret this?
Non rimpiangerò mai i baci,
le carezze,
il tenerti per mano,
il sesso,
quel nostro parlare in cui molte mie parole erano inventate.
Sei stato facile da perdonare,
Ma non così facile da dimenticare.
Sono passata cinque giorni e la tua assenza permane.
Spero che ricorderai il mio intense gaze.
Non amo i cliché.
Ma questo è un cliché che voglio mantenere.
Da questi miei occhi scuri
hai conosciuto non solo il mio lato oscuro
ma anche la mia voglia di vivere e godermi
questa strana sopravvivenza
in cui tutti cerchiamo un senso
e forse un senso non esiste.
Leggo Foster Wallace
per sentire la tua voce dall’altra parte del mondo.
Connection, hai detto.
Non ho niente da aggiungere
hai detto tutto tu.
La mia unica promessa è il destino lo dirà.
*
Ci sono volte
in cui non sai il valore di un momento
finché non diventa memoria.
La prima sera che ti ho incontrato
in una piazza rotonda di Lucca,
gremita di persone che proseguivano
il loro viaggio in questa strada dissestata di vita,
avevo avuto un acerrimo litigio con mia madre:
sei inamabile, è ciò che ho compreso.
Per questo, io non ti ho creduto
l’ultima sera,
seduti sul letto.
Tu mi guardavi e ripetevi in cantilena
“You are beautiful”.
Io negavo con la testa,
arrabbiata con il mondo e col destino
e sentivo una lancia perforarmi il petto.
Così, da diavolo quale sono,
ho sentito la mia voce pronunciare parole orribili.
“We had sex” ti ho detto,
mentre tu discutevi sulla differenza
fra il fare sesso e il fare l’amore.
“We had sex”
ho ripetuto,
non tanto per ferire te,
ma per strapparmi le orbite scure dagli occhi.
Sentivo di meritare ancor più sofferenza,
e come sempre faccio quando voglio screditarmi,
ti ho detto una bugia.
“I care about you”
Mi hai sussurrato nel silenzio della stanza
alla luce delle candele.
E io non trovavo parole,
che fossero umane e non trascendenti
per dirti che quando abbiamo fatto l’amore
eravamo cavallo e cavaliere.
Fino a dove è il cavallo
e dove inizia il cavaliere senza sella?
Perché in quei gesti di affetto
qualcosa si fermò.
Il tempo, forse?
La vita, forse?
Ma qualcosa continuò a galoppare,
all’unisono,
finché gli zoccoli del cavallo
divennero i piedi coperti dagli stivali
del cavaliere.
Mentirei, però, a dirti che non ho sentito
un dolore sordo all’altezza del cuore.
“Siamo incompatibili”
mi hai detto freddamente
con il capo sorretto da un braccio.
Ho sentito un bisturi
-e io ne ho provati di tutti i tipi sulla pelle-
che mi tagliava in brandelli
dall’epidermide alla carne viva
fino a ricoprire le lenzuola
di mie cellule morte
alla glacialità della tua dichiarazione.
Mi hai paragonato alla Madonna,
a qualcosa di religioso,
benché io non ci creda.
Conosco il lato spirituale delle cose,
ma non quello ecumenico
di una serie di leggi scritte.
Dimmi, se entrambi siamo poeti,
e il tuo dolore è stato il mio
e il mio, per un attimo, è stato il tuo
in quel punto di congiunzione
tra gli spasmi di due orgasmi.
Non è forse vero
che di qualsiasi cosa siano fatte le anime
la mia e la tua sono uguali.
Mi guardo allo specchio
in cerca di un segno di te.
Ed eccoci qui
uniti dalle idee
a fare l’amore l’un con l’altra.
*
Anch’io.
Aspetto con fiato sospeso
piccole impressioni della tua vita.
Come va il lavoro.
Con chi parli.
Come la luce di Melbourne
ti riflette negli occhi verdi.
Se la notte hai paura o nostalgia,
se ridi o piangi,
ciò che scrivi,
ciò che pensi
-se mai mi pensi-
ciò che leggi,
ciò che ti rende la persona che sei
in questo momento infinito di adesso
in cui io sono lontana
e conosco di te solo la persona di due settimane fa.
Io parlo molto,
tengo conferenze,
stringo mani a sconosciuti che si complimentano
per il mio coraggio, la mia storia,
la mia carriera
e a volte mi sento sommergere
dal desiderio di anonimità
che cercavo nelle strade di Parigi,
quando il buio calava e io diventavo come gli altri,
straniera su una terra di confine.
Sono cresciuta a cavallo di due paesi
-la Francia e l’Italia-
che mi hanno irrimediabilmente scissa in due metà
-la metropoli e la campagna-
e cerco il mio posto nel mondo
perché non è qui,
non su questa terra su cui ho sofferto
e sputato sangue e sudore.
Cerco un posto
che sia in grado di soddisfare le agonie del mio cuore
se non per sempre
per adesso, in questo infinitesimo battito di ciglia.
Scrivo molto in questi giorni,
di notte,
alla luce di una lampadina che emana un giallo bagliore sul letto.
Scrivo dell’atto del dormire insieme
-che non sia sesso-
e penso a quanto dice Kundera
nell’Insostenibile leggerezza dell’essere.
“Il dormire insieme è il corpo del reato dell’amore”.
Ho contato le notti che ho dormito con te.
Sono quattro,
in cui hai parlato da solo,
mi hai cercata con la mano,
mi hai spinto via dalla mia metà del letto,
ti sei tolto il lenzuolo di dosso mentre io ti coprivo,
sognavi mentre anch’io sognavo
forse di mondi diversi,
forse di tempi diversi
o di un universo in cui tempo e spazio si fondevano insieme.
Ho deciso che voglio essere vista e compresa
solo dalle persone
a cui scelgo di affidare l’anima.
Con gli altri recito
-Attrice del mondo-
sul palcoscenico della vita
che non fa mai intervalli in mezzo agli atti.
E anche nelle tragedie più immense,
il mio dolore mai è coperto
dal lembo nero del sipario abbassato.
È vero,
io sono dove sono e tu sei dove sei.
È vero che io non ho radici
e cerco la terra
dove il seme attecchirà.
E la pianta di quello che l’uomo chiama felicità
spunterà dal deserto assolato
del mio cuore in subbuglio.
Nemmeno io so niente
riguardo alla compatibilità.
So solo che ho libero arbitrio
di costruire il destino che voglio.
*
È piena notte in Italia
e io dovrei dormire
come le consuete regole borghesi
mi prescrivono,
affogandomi in una realtà che non è mia,
sebbene domani sia lunedì
e io, come tutti, debba lavorare a qualcosa
- a qualsiasi cosa non sia il nuovo romanzo-
per scacciare da questo mio cuore pavido
il terrore di non riuscir più a scrivere
una parola decente in una sintassi imperfetta.
Domani
-o dovrei dire oggi
dal rintocco delle lancette che
mi martella il cranio
fino a rendermi pazza
di sonno e ispirazione-
esordirò su un quotidiano nazionale
con la qualifica di giornalista.
La dicotomia dell’esistenza,
lo chiamerei
quel racconto che non ho scritto di noi due.
Il vino nei calici era bianco quella sera
e io pedantemente cercavo rassicurazioni
per tentare di appigliarmi a qualcosa
che non fosse fumo e cenere,
quello delle tue sigarette
che mi propinavi dopo ogni cocktail.
In questo bivio stava
la differenza inconciliabile
tra quello che stavamo facendo,
tra le strade che stavamo percorrendo.
Tu eri in vacanza,
in una città
-Napoli-
in cui non avevi niente
tranne me,
una sconosciuta incontrata
in una libreria
per un colpo forse infelice del caso.
Tuttavia, per me quella era la vita.
Ti ho portato sul mio posto di lavoro,
un lavoro
-fare l’artista-
di cui mi sento una responsabilità
incommensurabile sulle spalle ricurve.
Da quando te ne sei andato
sono stata sobissata di domande
su chi tu fossi per me
quale fosse il nostro rapporto.
Non lo so quando ho iniziato
a scrivere di me,
solo di me,
come metro di paragone per il mondo.
Mi chiedono la tua identità.
Vogliono sapere se mai ti rivedrò.
Non rispondo niente alle loro domande
perché sei tu che hai parlato di destino.
Io sono sempre stata zitta
nella mia ansia di controllare la vita
perché non posso controllare la mia arte.
Ho visto quel film inglese che dici,
molti anni fa.
Quando si chiudono le porte della metro
mi ritrovo a Melbourne a cercarti tra i passanti.
Ti cerco, ti cerco,
con i miei occhi scuri con cui ti ho guardato per una settimana.
Ti cerco con l’olfatto
per carpire il tuo odore,
ti cerco con l’udito
per distinguere il rumore dei tuoi passi.
Ma poi le porte si aprono
e quando esco dal treno
sono nella campagna toscana,
al telefono per un’intervista
o a battere sui tasti del computer.
Ci vogliono venti ore di aereo
per raggiungere Vancounver island.
Le stesse ore che mi occorrono
per arrivare a Melbourne.
Com’è che il tuo futuro non ti fa avvicinare?
Com’è che esistono solo oceani e continenti
tra noi due?
E l’Europa?
La vecchia Europa dov’è finita
nella bussola della tua vita?
Ma è vero che tu non puoi sentire il richiamo
del vecchio continente.
Solo gli Europei
raccolgono il decadentismo
di quest’epoca in questo emisfero
e ci piantano radici sanguinose
che finiscono per esaltare la morte
e disprezzare la vita.
Mi chiedi ancora se ho rimpianti.
No, non ho rimpianti
solo una tenue tristezza
di quello che avrebbe potuto essere.
Avrò libertà.
Se la saprò usare
potrò fare qualcosa,
sulla scia di un destino a cui non credo.
Ricordo la camicia rosa pallido,
te l’ho sfilata la prima notte che ho dormito con te
e poi me la sono messa come pigiama.
Provo a immaginarmi una versione di te
al lavoro, con la briefcase in una mano.
E poi mi sovviene il Julien
che ho conosciuto io,
con una mano poggiata sulla mia schiena
mentre parlavi con uno sconosciuto di fronte a te.
Mi sto facendo un nome qui,
ma non cambia niente.
Sono sempre la ragazza cupa
con gli spilli nel cuore.
Sono sempre la ragazza
che prende la letteratura più sul serio della vita.
Ho sempre le stesse cicatrici,
gli stessi occhi
e lo stesso tono di voce.
Forse, ho ancora le stesse domande.
Non ho altro oltre la scrittura.
Sul futuro non ho certezze,
anche se sto provando ad averle.
Si chiude la porta del treno
e sono a Melbourne
o in Canada
o dovunque tu sia.
E in un secondo sono in Italia
in piena notte
a scrivere una brutta poesia
sulle scelte della vita.
Cos’è che stiamo facendo?
La realtà è una belva crudele.
Forse è davvero facile.
Forse tutto il resto è retorica.
Forse ho il dono dell’ubiquità.
Sono lì e qui.
Forse ci rincontreremo.
La matematica è un sistema binario.
Sì. No.
Ma la vita in fondo che cos’è?
Nel mondo imperversa la guerra,
hai sentito?
La striscia di Gaza prende fuoco,
mentre io leggo Grossman perché
non so niente della storia di Israele e Palestina.
Probabilmente non imparerò niente
né dai libri che leggo e scrivo
né da quei film pretenziosi che guardo
con i sottotitoli, in lingua originale
perché in me è presente la saccenza dei poeti.
Bambini muoiono oggi, sono morti ieri
e moriranno domani
sotto il fuoco delle bombe.
Eppure, io, in questa bolla d’Europa
dove vivo e respiro
non scrivo un atto politico
ma una poesia funesta di pacato amore.
Non ho mai conosciuto una guerra
se non quella che mi muovo nell’animo,
da sola, con un’arma da taglio
perché le ferite sono grossolane e faticose,
sanguinanti, grondanti di quel liquido grumoso e denso
che mi percorre il corpo
e mi chiedo ora come faccio a far pompare il cuore
quel mio povero cuore che sussulta e spera e ingloba e rilascia.
Ho i nervi e le vene recise
dalla tua lontananza.
Mi ricordo l’ultima nostra notte di sesso
-un’intensità di orgasmo mai provata-
e la mia indecisione tra il pianto e il riso.
Allora mi sono dipinta un sorriso enigmatico
su quelle mie labbra dove il rossetto viola si era seccato.
Una smorfia eterna di delusione,
non per me o per te,
forse per le circostanze,
forse per il mondo,
forse per queste nostre vite
che viaggiano su due binari
come rette parallele.
La geometria insegna che non ci incontreremo mai,
sebbene io la rifiuti
e scriva i miei assiomi
piegandoli ad un volere privo di ragioni.
Credo di aver perso
nell’orecchio
il suono della tua voce.
Quando penso a un tono
non mi viene in mente niente
e allora conto i giorni sul calendario,
meticolosa come se si trattasse del mio mestruo regolare,
e mi accorgo che è più di un mese
che tu sei a Melbourne
e io nel paese dei miei vaneggiamenti.
C’è la guerra da una parte del mondo,
un Medioriente che è una polveriera,
ed esplodono le bombe,
crollano edifici,
muoiono civili
-uomini, donne e soprattutto bambini-
e io sono al caldo nel mio letto
coperta da uno strato di morbido egoismo.
Penso solo a me,
alla sfortuna della mia vita,
al fatto che forse non sarò poeta o artista.
Escono articoli sulla mia storia,
raccontano sempre le stesse cose:
una malattia genetica,
l’incontro e il disprezzo per la morte,
la forza di sopravvivenza,
lo sposalizio con la scrittura,
la nascita dei figli miei, due libri e qualche film.
Eppure io mi sento una madre priva di utero,
le mie uova non sono buone.
Perché forse non sono un mammifero,
ma un rettile e cerco il sole e scopro la luna.
Che cosa pensi, adesso, di me?
Se ti chiedessi in questo istante,
senza alcuna riflessione,
“mi vuoi rivedere”
che cosa mi diresti?
Ma tu non dici niente,
perché siamo in continenti diversi
e c’è una guerra che squarcia la storia.
Sono un’egoista,
perché se penso a un giornalista
pormi una domanda semplice e diretta:
“Che cosa ricordi di questo momento storico?”
non darei una risposta intelligente.
Non nominerei bambini né diritti umani violati.
Sussurrerei soltanto:
i libri che leggo
-le sconcezze e la grandiosità di Philip Roth-
e un grande dolore allo sterno.
“Per cosa soffri?”
Per il destino che ci ha corporalmente diviso.
Di questo periodo storico
ricordo solo questo:
tu e io
in una stanza sconosciuta
nudi e felici
a riempirci la bocca di filosofie postmoderne.






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