Raoul Precht | La bellezza al suo apparire

4–6 minuti

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a cura di Giovanna Frene
Pubblichiamo in anteprima cinque poesie tratte dalla silloge La bellezza al suo apparire. Elegie, appena edita da Arcipelago Itaca (2023), con postfazione di Giovanna Frene.


SPOSTAMENTI #107
Rubrica di poesie, parole sulle poesie e parole sulle parole


“Ho conosciuto Raoul Precht tardi, purtroppo, quando nell’edizione 2022 del Premio Comisso mi capitò di leggere, e votare, il suo romanzo biografico Stefan Zweig. L’anno in cui tutto cambiò (BEE 2022), arrivato nella terna dei finalisti per la narrativa. È stata una folgorazione: ecco uno scrittore, mi sono detta, che fa dell’oggetto della sua opera, in questo caso lo Zweig dell’anno cruciale 1935, il soggetto in grado di modulare il suo stile: lo Zweig grande narratore di biografie emblematiche diventava il tessuto dell’arazzo di Precht, nel cui disegno entravano ed uscivano persone reali e vicende storiche. Il fatto è che in un arazzo non c’è un centro: il centro è l’azione del tessere, come non c’è soggetto autoriale diretto.

È questa azione del tessere che decentra la voce del soggetto poetante ne La bellezza al suo primo apparire, come se il soggetto si guardasse da fuori, si guardasse dire, mentre è ancora vivente eppure è anche già estinto; e non a caso il titolo del libro mette in frizione l’inizio e la fine dell’inizio. A colpi di detti memorabili, paragonabili a fili di diversi colori, le immagini che come visioni vengono di volta in volta tessute sotto gli occhi del lettore – che si tratti di Matera, di Venezia, di Roma – si insinuano senza soluzione di continuità, trascolorano le une nelle altre, ponendo in atto un paradosso: c’è un presente e dei fatti passati che ad esso si possono sovrapporre, per analogia, e insieme questa sovrapposizione fa apparire il passato presente, quindi presente allo stesso tempo; c’è il presente del viandante che percorre le città con il suo portato di esistenza, capace di inquadrare luoghi e vestigia del passato, e c’è il passato che con le sue rovine più o meno integre si staglia nell’eternità della sua pietra. L’uomo è nato per morire, è provvisorio; le rovine, sia geologiche che umane, nate nel passato come “nuovo”, sono vive ora e lo saranno nel futuro.”

(dalla postfazione di Giovanna Frene)


I

La prima veduta che acquisto
pubblicata a Leida nel Seicento e qualcosa
è a volo d’uccello, con otto
porte menzionate – Florentina, Collina
Viminalis, Esquilina, Trigemina
Aurelia, Portuensis e Capena –
e alcuni monumenti ben visibili. 

La percorro prima con gli occhi
poi abbasso le palpebre, le riduco
a una minima fessura e guardingo
muovo un dito in superficie a verificare
se per caso non vi sia un leggero rilievo
lasciato dall’opera di generazioni
di antiquari sulla carta ingiallita. 

Sotto il polpastrello mi sembra d’avvertire
forse un accenno di materia, il grumo
di una realtà inespressa
che non so descrivere ma trasmette un brivido
(come a chi scopra in un fosso un’armilla) 
di rapimento fascino e malia
o un acuto senso di privazione. 


II

Stanotte un sogno: tornavo alle origini
alle opache incerte memorie dell’infanzia.
Vigilavo su me stesso bambino
dall’alto d’un podio improvvisato, periclitante.
L’ultimo dei nati in casa osservava
dal terrazzino al quarto piano il movimento
dei veicoli nel cortile e assorto ripeteva
con le sue macchinine le manovre. 

Se poi scendeva in strada il mondo gli mostrava
i particolari degli strani villini
che riempiti l’architetto aveva di rane
api, cavalieri, maschere, aracnidi 
più fiori, fate e persino velieri.
A tratti formava consolante la pioggia
un velo, per attutire l’effetto
di un simile splendore, di tanta irrealtà.

 

III

La rovina del cardinale è più profonda
e immedicabile di qualunque altra: non sanno
i comuni mortali a quale disastro assomigli
ignorano meschini quale tribolo
sia svendere una collezione avendo
stoltamente ignorato i preventivi
stilati per costruirne lo scrigno. 

Quel parco che fin da bambino
m’incuriosiva perché sempre chiuso
dove sognavo di poter andare un giorno
a giocare a pallone come a Villa
Borghese, quell’immenso spazio di silenzio
forse invaso da fantasmi, lo spettro
del cardinale che son certo ancora vi si aggira… 

Ma per vedere i reperti d’Ercolano e Pompei
ogni visitatore di prestigio
vi faceva tappa, ed esimersi sarebbe stata
ammissione d’incultura, carenza 
d’urbanità. Tutti accoglieva il cardinale
sotto l’affresco del Parnaso, purché alla città denari
portassero e gloria tutti ospitava. 

A me la villa è rimasta chiusa, né ho più tentato
di penetrarne davvero il mistero.
Ma col passare del tempo ci scopre
che certi enigmi vanno preservati 
gelosamente, con la cura che si presta
alle cose belle e agli incontri decisivi
così come agli scherzi del destino. 


IV

A migliaia accorrevano i giovani artisti
veri stormi intorno a Piazza di Spagna
palpitanti si scambiavano schizzi
bozzetti e segnalazioni alternandosi 
al Caffè Greco senza mai ordinare.
Per la città giravano a piedi, le braccia
ingombre di tele tubetti e pennelli portati
con la grazia e la noncuranza della gioventù.
Dalla fortuna molti furono ignorati.
Almeno all’apparenza: a esempio valga
il giovane Samuel cui per quanto brigasse
il successo non arrise; nella Charlestown natia
sarebbe tornato, nella patria lontana
senza alcun alloro, ma non troppo deluso. 

Così fu deciso. Finché, passato
dalla diligenza che lo conduceva al porto sul ponte
della nave in partenza e preso possesso della cuccetta,
passeggiando in coperta per sconfiggere
la noia vide un lucore strano, curiosi
esperimenti, forse di segnalazione.
Nella sua mente scoccò una scintilla
uno spasimo, rinacque qualcosa 
che non sapeva di possedere, magari
l’immagine d’una lontana cupola
d’un tappeto di sampietrini
di una fontana d’acqua vergine 
da rievocare pigiando su un tasto
formando sequenze di precisi segnali. 


V

Fra il pisciatoio di lusso del Vittoriano
e l’affranta imponenza del Palazzo
d’ingiustizia dove di grande, cito
già allora non c’era che l’abile 
rapacità di troppi appaltatori
(in seguito, però, nulla è mutato)
divenuto capitale il mio borgo
fu colto dall’ossessione dei grandi spazi
che nemmeno Parigi; quanto fu possibile
distruggere, scomparve; dissennati
gli interventi nell’Urbe, la versione
nuova d’inesplicabili coglionerie –
per una città che vive di benefici
omissioni favori ed eccezioni –
insomma
l’eterna minestra di frati di Papini. 

(dalla sezione Elegie romane)


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