Stefano Raimondi | L’Antigone

7–10 minuti

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a cura di Giovanna Frene
Cinque brani da L’Antigone. Recitativo per voce sola, introduzione di Chiara Zamboni (Mimesis – Collana Filosofie del teatro 2023).


SPOSTAMENTI #108
Rubrica di poesie, parole sulle poesie e parole sulle parole


“La figura di Antigone attrae in particolare l’immaginario maschile. Ci si potrebbe chiedere perché un uomo rimanga affascinato da questa donna creata dalla scrittura di Sofocle. Forse per instaurare un dialogo segreto con un altro uomo con l’aiuto necessario di una mediazione? In particolare questa? Oppure è perché alcuni uomini hanno bisogno di figure femminili per far affiorare strati profondi del loro divenire?

È certo che Stefano Raimondi, nello scrivere L’Antigone. Recitativo per voce sola, è consapevole delle tante letture maschili dell’Antigone e lo fa capire per allusioni.

Così, proprio perché desidero mettere in evidenza lo scarto, la differenza che egli esprime rispetto a questa tradizione, ne descrivo subito due linee portanti per inoltrarmi solo poi nel recitativo. Inaggirabile l’interpretazione che ne dà Hegel nellaFenomenologia dello Spirito: quel suo isolare la figura di Antigone nel cerchio chiuso della famiglia, indebolendo così la forza ardita e il coraggio che possiede nella tragedia di Sofocle. Hegel le tarpa le ali quando separa il destino femminile da quello maschile, orientato verso l’universale e incarnato dall’uomo nel momento in cui comincia a far parte come individuo della città. La donna rimane legata alla famiglia, agli dei antichi, alla cura del corpo singolo, in particolare se morto. Hegel in questo modo sta dalla parte di Creonte proprio rinchiudendola in quel cerchio dal quale una donna non può uscire.

C’è una seconda lettura di Antigone, più corrente, più contemporanea ad un mondo dove il patriarcato e la divisione netta dei ruoli sono andati declinando. La sua figura è diventata per molti il simbolo dell’etica in conflitto perenne con il potere. Allora risulta secondario che sia di fatto una donna. Quasi un ingombro che Sofocle l’abbia vista come una figura femminile. Così viene resa un simbolo del tutto neutro.

Stefano Raimondi si scosta da queste letture, presentandoci un’Antigone profondamente vista nella sua sessualità. A farla agire non è l’appartenenza alla famiglia né i legami di sangue, che pure sono presenti, ma incidono in modo diverso nell’andamento poetico del testo.

È nella prima parte del recitativo che è posto al centro l’esser donna di Antigone. Siccome la voce narrante è Antigone, mentre l’autore del testo è un uomo, questo crea per me lettrice una confusione per la situazione ambigua che si determina. Infatti il recitativo è “per voce sola” e Antigone dispiega la sua sessualità dall’interno. Ma lo scrittore è un uomo, che si pone nella posizione di lei, incarnandosi nella sua voce e nel suo corpo. Questo mi rende difficile capire chi parla, perché e soprattutto in base a quale esperienza.  

Mi è stato d’aiuto parlarne un po’ con Stefano Raimondi prima di iniziare questa introduzione. Mi ha detto che la figura di Antigone ha costituito un orientamento nella sua vita, percependo in lei la possibilità di seguire una via politico-esistenziale diversa da quella corrente. Niente a che fare con un divenire donna come divenire minoritario in stile deleuziano né quella trasformazione da un genere all’altro secondo un via vai tra i sessi che ha nel racconto mitico di Tiresia il suo modello e trova nella letteratura contemporanea delle riprese come ad esempio nell’Orlando di Virginia Woolf. Niente di tutto questo. Rimango ancorata a quel che Raimondi mi ha accennato: una condivisione con Antigone per comprendere ciò che l’ha personalmente guidato sul piano politico-esistenziale e che tutt’ora è vivo e fertile. Il linguaggio poetico gli permette l’ampliamento di alcune tracce di senso, creando risonanze e arrivando a nuove scoperte.

Nella prima parte del recitativo è al centro, come dicevo, la sessualità di Antigone. L’effetto è amaro. Un’impossibilità di incontro con l’altro sesso. Una sfasatura incolmabile. Una non comprensione. Il registro è quello di esplicitare la sessualità femminile della protagonista, di non lasciare niente nell’ombra. In un certo senso in questo modo da una parte ne viene tradito il segreto, dall’altra inevitabilmente il fallimento ne è il segno, perché emerge come la differenza sessuale sia incommensurabile. Non si abbia misura comune tra donna e uomo.

Invito a fermarsi innanzitutto sul titolo, “L’Antigone”. Agli inizi l’ho letto distrattamente, senza notare l’articolo determinativo, “L’Antigone”. Poi ho capito che l’articolo ha un suo significato. Allude al fatto che la giovanissima donna è diventata un monumento della nostra cultura, un simulacro, un simbolo immobilizzato una volta per tutte nella sua storia, che sempre si ripete identica. Ma chi è Antigone senza la maschera mortuaria, mitica de L’Antigone? Non è tanto nel legame con la madre né con i fratelli e neppure con Creonte che l’autore cerca Antigone, quanto nel fatto che il suo sentire è aperto al corpo e che nel corpo trova la propria radice.

È per queste radici materiali che la giovane donna non è un “fiore reciso” che presto appassisce. Nasce ben piantata nella terra fertile e da questa guadagna una forza segreta ma evidente negli effetti. Chi non ha radici nel corpo e nella terra si affida al puro apparire, alla bellezza superficiale, al parlare e parlare, al luccicare pubblico. Evita tutto ciò che ha bisogno di lentezza, silenzio e tempo per arrivare ad una parola germinante. L’immagine del crescere con radici piantate profondamente è uno dei punti cardine del testo.

Sappiamo che la cultura delle donne ha dato valore ad una ragione che ascolta il corpo – corpo inconscio sempre in qualche modo presente -, e ha mostrato come questa sia la chiave della differenza. L’autore risignifica per proprio conto che la forza di Antigone proviene esattamente da questo.

Qual è allora la politicità di questa figura femminile? Non proviene dalla fedeltà alla famiglia e all’oscuro della cura del corpo morto né è l’emblema dell’etica in conflitto con il potere. È invece, fin dalla nascita, figura di disturbo. È isolata nella città. È l’esclusa, la folle. Tutti sanno: il padre è stato figlio e marito della madre. Una genealogia più che sghemba. Ben lontana dal rappresentare la vestale hegeliana della famiglia, lei è fin dagli inizi la sua contraddizione vivente, simbolo incarnato di uno sgretolarsi dei legami sociali stabiliti.

Il nodo del testo di Sofocle è il rapporto tra Antigone e la legge, sia la legge simbolica sia i nomoi, le leggi. In questo caso gli editti di Creonte. Nel Recitativo per voce sola il rapporto con le leggi – e per conseguenza con la legge simbolica – è sfumato e complesso. Certo, Antigone è vista come l’esclusa dagli altri, ma lei sa che i suoi gesti portano il bene all’interno della città. Sono guidati da amore, da eros. Pur essendo considerata strana e isolata dai suoi concittadini, non resta ai margini della città. Tutt’altro. Disobbedendo alla legge di Creonte per seppellire il fratello Polinice, intende offrire alla città qualcosa di prezioso e sovversivo, che può essere ripreso. Così apre all’interno del nomos un elemento imprevisto che le leggi non sanno né comprendere né accogliere. Le leggi, così come sono, non sono capaci di condividere l’amore, questo in più, che Antigone offre come dono della sua differenza femminile.

Antigone non entra in conflitto con la legge, ma disobbedisce per amore, e lo fa per il bene della città. 

C’è sicuramente una sfasatura tra le donne e la legge. Molta cultura delle donne ne ha parlato. Il testo allude a questo quando accenna ai processi per violenza sessuale. I tribunali seguono le loro procedure, ma la complessità della vita affettiva, materiale di quella donna singola presente in tribunale rimarrà un po’ detta e perlopiù sfalsata. Fondamentalmente altrove, senza poter trovare espressione. (…)

[dall’introduzione di Chiara Zamboni]


Sono nata da un inganno sudato, stremato dalla cecità, dal buio ventrale della passione, dalla sbordatura della riconoscenza. Come uno zampillo sono uscita da una sorte sbagliata, da uno sguardo malsano, incistato tra le carni vogliose delle madri, dalle reni sfrenate dei padri.

*

Ho voluto l’amore dei fratelli, della terra voltata, rimasta a cerchio sulle tombe chiuse. Ho voluto l’amore di una legge strappata, slabbrata da me, che ho spostato la morte, i corpi smangiati dall’odio fratricida. Li ho solo spostati nell’ombra, li ho solo lavati dal sole, dal coro dei vermi che sentivo arrivare felice. Li ho solo sdraiati diversamente senza chiedere, senza domandare. È questa la mia condanna.

*

Perché vi racconto ancora di me? Sapete già tutto oramai. Sapete del padre, del figlio non solo con la madre ma anche nella madre. Sapete di lui e di come faceva ribrezzo e paura saperlo devoto. Sapete di Laio e di come Tiresia avesse detto il segreto di Delfi e delle nuvole nere su Tebe: erano sciami di mosche, erano la sfortuna.

*

A Tebe mi chiamavano L’Antigone, quella dello schifo, della schifezza. Sono L’Antigone anche per i bambini che quando mi vedono si toccano il ventre, sputandosi le mani. Sono L’Antigone per i mercanti che al mio passaggio girano le anfore nei banchi. Sono L’Antigone per i disperati che spalancano il cencioso mantello al mio passaggio. Dicono sia un saluto.

*

Colono non è Tebe e i ritorni non sono altro che inchini alla riconoscenza. Forse per questo non sono mai tornata. Ma io sono L’Antigone di Tebe e li riconosco gli amori trafitti, gli amori perduti, quelli slegati, quelli cresciuti male. Li conosco ad uno ad uno dall’odore; quelli che prendono senza domandare; quelli che picchiano solo per amore; quelli che stuprano per farti godere di loro, che godono a vederti morire. Sì, li conosco gli amori cresciuti male: quelli che hanno solo bisogno; quelli che non ti domandano nulla e ti rovistano squartandoti l’anima coi guanti.

*

Vi siete mai chiesti chi è L’Antigone? Chi l’ha mai abbracciata, baciata, toccata? Chi l’ha resa felice nel corpo già nudo nel vero? No! Nessuno di voi se l’è mai domandato! L’Antigone è vergine lontana, è l’allontanata. Ma ora da qui non trovo che me, murata. 


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