Samuele D’Alterio | Ipàz Trìnca

4–6 minuti

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a cura di Nicola Barbato
i testi che presentiamo fanno parte di una silloge ancora inedita


Farsi attraversare dal molteplice: essere cucina, porta, zia, essere malconcio, cane e ringhiera. Tradire costantemente il dire, scrivendo: essere memori del passaggio interrotto e costante dell’essere, dello stare, dell’avere memoria senza linguaggio, dell’avere esperienza altrove, attorno e qui. Capire – volendo – che il buraffach tutto è una barzelletta, che gli atomi prendono costantemente in giro il nostro essere, che noi ci prendiamo costantemente in giro, che noi prendiamo in giro loro e l’universo del non detto. Essere sottopostǝ ad una pressione sovragenerazionale e sapere di non esistere, volendo: avere la capacità di mettere i cani in fila e piangere delle nostre miserie. Di tutto questo non c’è giustizia: ma almeno avere la voglia di indagare e di ridere del fatto di esistere, di poter trasmigrare più in là: di giocare ancora sul fatto di essere una coscienza o altro che non si vuole dire.


DA IPÀZ TRÌNCA – STORIE DI CITTÀ DI FIUMI DI OCCHI

QUATTRO

Sono arrivati a forza di intervento:
era il sole delle mattine, mosti di campo che aprivano al cervello gelo.
Ti ho odiata con tutte le mie forze,
ma l’invasione ha fatto scala sui tuoi pensieri:
Carlo gettava rifiuti da un ponte, io sconvolgevo i tuoi divenire.

Non ti hanno preso e – contento – ti aggiravi nudo sulle favolette
che avevo sparso perché non inciampassi:
tutto sangue, ma non era il mio:
puzzava di carne e di umanità alla fondina.

Sono arrivati anche nei sogni,
e a volte ti aggiro
nudo
anche perché.

NOVE

Ha bussato il finimondo,
fortuna disperate coracci d’affaccio alla finestra.

Tu, Shenzhen, tu signora storta da sentimento di malaffare,
non ti aggrappi alla porta che il sole, non finisci il tuo cane dal di dietro.

Stampi colori di fondo, un rovistaccio che perpetua il tuo finespazio.
Assurdo pensare che il buio ingoi latitudini di specchi, assurdo rovistare sul franto
e sul cammino lato.

Io accipicchia, un fiore spezzato in due.
Scarpe a soqquadro nella tua precedente esistenza.

Non è possibile rovistare ancora,
carpacci di fatto e fanfaluche da parrucchiere.

Io ti amo di salto.

QUATTORDICI

Abbiamo ombre da star male,
fuochi fatui e arrivederci.

Non ci chiamare «ossa d’astracane»,
non avere paura del tuo terci.

In fondo, abbiamo vino a far canzoni,
e poi, abbiamo sete di suaderci.

Disparità di fondo, spazi vuoti, spuri spazionali, affitti canestrelli,
cane, mangiate, ossa, marci facci tutte le puttane, craneggia i fioggi ed i cervelli,
cranutta da paura e fioggi i tace, a che i tic e ed i tacchelli.

Scontra il vino, rifugia il tuo purtare, spendi i fioggi ed i prescelti.

Abbiamo dato vino e vorremmo avere spezie,
rimpopola stronzi con campelli.

Il fondo lo toccammo a farci scemmi,
e respirare il piaggio del tuo alco

a maneggiare il piscio che rimane
sulla puzza del camino, e fuggire

con i kròsteroc già spenti.

QUINDICI

Infiltrarsi è un gioco da bambini:
lo fanno con passione
lì dove il chewing gum
raggiunge la cometa.

Il cerchio da cui parli non frigge le occasioni:
colora d’infanzia i tuoi parlare,
aggiunge acqua al nostro parco
e fa massa di felici.

Il nostro cerchio è sparo di bambini:
una fuga che non cogli,
un terzo dei canali di tutti i divenire.

Il nostro cerchio è macchiato di benzene:
ne viene da dove pensi
e i bambini infrittano i lampioni,
quando non vanno a respirare.

Questo spacco non è carta da colpire:
è un fuggi-via di corpi,
e di morti, che fanno sorrisi
ai nostri quasi e al tuo scappare.

DICIANNOVE

Incontrammo Serafina parlare con gli Uiguri,
popolo dalle steppe ballerine:
rinegoziava i suoi soggetti
con sgomenti identitari,
faceva ideogrammi dei confini.

Incontrammo Serafina ad asine stanche,
lavori dati a mano con fervore
dall’anima di sognaie fatte male:
i loro tronchi urtavano il divino
e i corpi spenti lanciavano urla morte
dai sogni ubiquitosi del fogliame.

Incontrammo Serafina vendere la lana,
gettare anime sporche sul ronzo e sul di dietro,
filamenti del raccolto che arrivavano
agli angoli estremi del vissuto:
Serafina era lì, trascinata
sul filo che portava sul confine.

Incontrammo Serafina sbiascicare,
era bianca di tutte le pareti:
facce morte, imprètorič del fame
scanni finni, dìrfič del zzzzett.
Domandava in còrofič skriccàne
cosa fosse il prìtič zverèt kvas abèn,
sircò tvùc abè abè, trasiccònammùnizvaaaaaaaatnè, enè…

Era morta tra il telefono e la linea
che conduce le bolle del Pacifico
a scontrarsi con gli angeli spezzati
dalle forme dell’avvento del pallore:

Serafina era morta, ma il sorriso
che portava sulle labbra a denti stretti
rimase in mostra per giorni nelle occhiate
che lanciavamo a turno nei cortili:

occhi aguzzini, era questo in memoria
il suo ricordo nevoso
e il suo lasciare.

VENTUNO

Le lingue finite nel letto del già fiume
hanno tre cerchi di nodi da miseria.
Le vedi che scappano, cercando il filo
che le porti a un altro dove, heimàt e casa.
Hanno incubatori da felicità irrisolta,
arie che montano dal sole fitto alla città lieve.

Io in festa, con vittorie da sordomuto,
sbarro gli occhi per la volontà generale.

È lì, in un bambino con arie da soffitta,
nel girotondolo del suo rotellare
ha perso gli anni e la sorpresa
di diventare padre, zio, funerale, bambino, chiesa.

Io gli chiedo se le urla le striscia o le dissuona,
lui mi risponde che – in bolle quadre –
è marzo, e il giorno non ricorda
di prìncipi infelici e piazze sole.

Fa freddo, e io disgelo stacco,
che le lingue ormai morte ascese al sole
fanno conta di amori fatti a scale
e dei mignoli che io ho dato
perché loro ne facessero morti nuove.

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