a cura di Giovanna Frene
tre poesie tratte dalla nuova edizione di La divisione della gioia di Italo Testa (Industria&Letteratura 2024)
SPOSTAMENTI #116
Rubrica di poesie, parole sulle poesie e parole sulle parole
Romea, mattina
qui ho appreso la luce sciolta sugli scafi al mattino
il bordo incandescente e l'anima buia dei rami,
qui ho imparato a dissipare gli occhi, la bocca, il fiato,
a calarmi all'alba dentro a un vestito di brina,
qui ho vegliato sui fossi le canne inanimate nel bianco
la frontalità ignara di pioppi eretti come ceri,
qui ho imparato a distinguere nel manto uniforme del giorno
l'intonaco di case insaponate nella nebbia,
qui ho perduto nell'acqua il tuo pegno raschiato dal cuore
e in un pomeriggio ignaro ho confuso i corpi e i volti,
qui ho consumato gli occhi sul volto lucente del mondo,
qui sull'argine alto mi sono inumato nel freddo.
*
saipem, 6 a.m.
la luce più di tutto e le cisterne
bianche, allineate al mattino
come un gregge disperso nell’azzurro
e poi le gru che girano l’ombra
sul muro e lustre emergono dall’acqua
a colmare i vuoti tra le nuvole:
ogni cosa saluta quando imbiancati
sfolgorano i cavi dell’alta tensione
nella polvere sospesa dell’alba
e a fiotti i papaveri tingono
il grano ancora verde e contornano
i pilastri di cemento in costruzione.
ogni cosa si è lasciata vedere
dal traforo dei teli aranciati
di recinzioni ai bordi dei cantieri:
i calcinacci dorati, pozze d’acqua
piovana dietro alle betoniere
inerti e rivestite di luce.
ogni cosa dalla macchina in transito
si mostra incomprensibile e chiara:
la pietraia e i banchi di ghiaia,
la tua testa assonnata, la mia vita
guidata oltre il vetro tra le cose
abbandonate sulle dune erbose:
Per ogni minaccia
c'è un campo, e un'ascia, e tu che sorridi:
andiamo avanti, hai detto, senza voltarci.
e ancora, nel campo, con la testa sul vetro
ti ho spinto e poi con fermezza ripreso:
ma altro non resta e mentre ti spogli
ancora sul vetro mi fletto e ricado.
bastava mostrarsi e tutto era dato
senza luce voltarsi e levare ogni peso:
ora chiama le cose, soffia sul vetro,
nel parcheggio ormai vuoto non ha più dimora
quello sguardo che un giorno gettavi su un prato
per ogni minaccia che dal buio premeva.
quando premo alle spalle misurandoti il fianco
stringendo le cosce tu affermi la resa:
allora lascia, non dirlo, che altrove non siamo
e nella luce inesausta ci apriamo all'oscuro.
c'e' un campo, e un'ascia, e tu che ti volti,
ché avanti puntando si torna poi indietro:
non bisogna, hai detto, tradire il sentiero
e calcando i miei passi sul muro mi hai preso.






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